Bice Lazzari a Ca’ Pesaro

L’inconfondibile fisionomia di un’artista veneziana fra le prime in Italia a scegliere l’astrazione.

A 25 anni dalla scomparsa la Galleria Moderna di Ca’ Pesaro di Venezia ha ricordato con una bella mostra un’artista qui nata nel 1900 e che rappresenta, insieme con alcune esperienze del futurismo e i non dimenticati Giovanni Korompay e Carlo Belli, il "protoastrattismo" in Italia.

C’è da ricordare che tutte le Biennali che si svolgevano intorno agli anni Venti risultavano per gli stessi artisti veneti poco produttive per lo sviluppo di nuovi linguaggi: la nostra artista mandava quadri figurativi a rappresentarla in rassegne importanti, ma già le sue prime prove rivelano una ricerca più coraggiosa indirizzata però alla decorazione di tessuti (Astrazione di una linea n.1, n.2 erano studi per le arti applicate). Quindi una figura scissa che la mostra veneziana non evidenzia a sufficienza: il solo Autoritratto non basta a documentare il tormento e la ripetizione in schemi figurativi mediati soprattutto da Carlo Carrà. I cominciamenti astratti, il lirismo della linea vivono in completa simbiosi con la musica, altra sua passione. "La musica - è la Lazzari a scrivere - ha suoni che aprono mondi senza segni riconoscibili. Anche la pittura ha arresti misteriosi e infiniti mondi da portare alla conoscenza."

Questa vicinanza è espressa dalla carta del ’38 "Ritmo-Musica d’autunno", opera che anticipa di molto le esperienze dello Spazialismo, che predilige un certo tachisme molto simile ad una partitura musicale e ritmi cromatici per le sue diagonali, così diversi dalle esperienze più rigidamente geometriche della Scuola di Como.

In sintesi il suo trasferimento a Roma comporterà una continuità con gli schemi della decorazione, ma la avvicineranno agli esiti più alti dell’arte informale intorno agli anni Cinquanta. La mostra veneziana ci fa vedere alcuni capolavori della Lazzari: Informale verde, Alba prime luci, Situazione n.2, Superficie rossa, il bellissimo Le tracce del tempo (tra echi di Afro, Scialoja, etc.), quelle oscillazioni di segno e materia fino all’abbandono totale del reale non meritavano simile allestimento, quadri felici ma senza respiro chiusi com’erano tra le porte dell’atrio e il banco della biglietteria. In una sala del pianterreno erano collocati diversi lavori degli anni ‘60 e ‘70 che segnalano il ritorno alla geometria e il respiro delle ricerche americane denominate Nuova Astrazione (Morris Louis, Kenneth Noland). Dopo l’Informale ritorna quindi la memoria del progetto, dello schema mai dimenticato del pentagramma. "Un dato pressoché costante - ebbe a dire Giulio Carlo Argan - è la quadrettatura del campo, come fosse una carta millimetrata. Naturalmente la quadrettatura è un tracciato metrico, quindi un’ipotesi (e più che un’ipotesi) di spazio: allo stesso modo che il pentagramma a rigore è già uno schema di struttura musicale".

In questi ultimi lavori la tramatura quasi materica delle linee dimostra la perfetta digestione della stagione informale.

A proposito di digestione, per cambiare registro, segnalo invece il poco amore per le persone dimostrato da chi sceglie le materie prime del bar ristorante della Galleria: l’olio d’oliva semplicemente mefitico, con forti sentori metallici ha continuato a tormentarmi per tutta la giornata. I sensi tutti, come figli di una stessa madre, vanno rispettati. Tutti.

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Arte

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