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Home > QT n. 16, 1 ottobre 2005 > Si fa presto a dire famiglia...

 L’editoriale

Renato Ballardini
1 ottobre 2005
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Si fa presto a dire famiglia...

La famiglia è in crisi, la sua coesione è affidata solo alle personali attitudini dei coniugi. Perché non si vuole guardare con flessibilità alle nuove forme che prendono le unioni tra le coppie?

Indice:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", così dispone l’articolo 29 della Costituzione.

La famiglia è infatti una struttura portante di ogni comunità umana. Essa è la cellula che compone il complessivo tessuto di una società. E’ una sorta di officina in cui trovano soddisfazione gli istinti sessuali ed i moti affettivi dei coniugi, si procreano i figli, li si allevano ed educano, si producono e consumano beni materiali. Costituisce insomma una nicchia, un tiepido nido che ripara i suoi membri dalle insidie del mondo e comunque li aiuta ad affrontarle. Così è se le cose vanno bene.

Ma è sempre così? Davvero la famiglia, in particolare la famiglia di oggi, ha in sé le prerogative idonee a garantire la sua funzione di armonia sociale? In ogni caso è essa, e solo essa, l’unico modello dotato di una tale attitudine?

La gerarchia cattolica tende a fare della famiglia un tabù intoccabile. Ed è comprensibile, posto che secondo la sua dottrina il matrimonio è un sacramento. Ma non può pretendere che una tale concezione sia fatta propria da uno stato laico qual è la Repubblica Italiana, che appunto si è data invece una disciplina del matrimonio civile che ne prevede lo scioglimento anche consensuale. Talché se il cardinale Ruini – come è suo diritto – esprime in difesa della sacralità del matrimonio la sua opposizione al riconoscimento delle unioni di fatto, è altrettanto lecito che sia salutato dai fischi di chi non condivide tale suo convincimento, posto che i fischi sono una forma brusca ma comunque innocua di manifestare la propria opinione contraria.

Che poi sia legittimo mettere in discussione la sacralità della famiglia mi pare incontestabile.

Già il suo nome suscita qualche sospetto. Deriva dal latino famulus, che designava lo schiavo, gli schiavi che concorrevano a formare appunto la famiglia romana soggetta all’incontrastato dominio del paterfamilias. Nella sua evoluzione storica non ha perso del tutto questo suo vizio d’origine. La famiglia patriarcale, che è esistita per secoli, era anch’essa caratterizzata da un ordinamento autoritario che celava in sé una quantità enorme di sofferenze represse. La nostra storia non ha conosciuto la poligamia, ma anche nella famiglia patriarcale la donna era in una umiliante posizione subalterna. Fino a tempi recenti per lei vigeva il reato di adulterio, per suo marito solo il concubinato. Se tradito, il marito poteva ucciderla per tutelare il suo onore esponendosi al modesto rischio di una pena assai mite, e ciò fino al 1981. I figli potevano essere discriminati in omaggio all’esigenza di conservare l’unità del patrimonio familiare, poiché vigeva la regola del maggiorascato o del Maso Chiuso. La famiglia colonica era un vero e proprio reparto produttivo che, nella mezzadria, realizzava il massimo dello sfruttamento, anche dei minori. Per non parlare della famiglia mafiosa, un micidiale anello della catena della criminalità organizzata. Ed è solo dal 1975 che il marito ha cessato di essere il "capo" della famiglia.

Con l’introduzione del divorzio nel 1970 e la riforma del suo ordinamento nel 1975 la famiglia è mutata profondamente. Prima, quando il matrimonio era indissolubile ed era retto dall’autorità maritale e paterna, la famiglia aveva, nella sua logica primitiva, una coesione assoluta. Covava tensioni, umiliazioni, drammi laceranti, persino maltrattamenti, ma restavano occulti. Oggi la sua coesione è affidata esclusivamente alla qualità umana dei suoi componenti, in primis dei due coniugi. Alla loro maturità culturale, alla loro capacità di capirsi, di tollerarsi ed aiutarsi, insomma di rinnovare ogni giorno quella relazione di amicizia e di amore che ne costituisce la sostanza.

Se manca questa qualità il vincolo si allenta. Spesso esplode. Nel migliore dei casi sfocia nel divorzio, nel peggiore nell’uxoricidio. Le cronache sono piene di raccapriccianti storie di delitti consumati in famiglia.

Ebbene, se oggi la coesione della famiglia fondata sul matrimonio non è più garantita né dall’indissolubilità del vincolo né dall’autorità del paterfamilias, ma è affidata solo alla personale e speculare attitudine dei coniugi di ricreare ogni giorno l’affiatamento che ne costituisce il collante, la differenza rispetto alla società naturale formata da coppie conviventi di fatto appare sottilissima, puramente formale.

Ecco perché si impone la necessità di considerare con illuminata flessibilità le problematiche inerenti al formarsi ed all’esistenza di quelle "società naturali" non fondate sul matrimonio, ma ad esso molto simili. Non escluse quelle fra omosessuali, anch’esse motivate da rispettabili impulsi naturali.



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