
Sul treno da Losanna a Ginevra
Nella carrozza piena di mattinieri pendolari un ragazzo mulatto tiene in una mano l'edizione tascabile del Campi Hobbit organizzati alla fine degli anni '70 che raggrupparono giovani di destra che nelle opere di Tolkien trovarono una nuova epica autoritaria...
Prendere il bus a Ginevra
Arrivato alla stazione di Ginevra, cerco il bus n. 15 per l'Università, ma non trovo la fermata. Allora sporgo la testa in un bus fermo per chiedere al conducente: "Scusi, dove si prende il 15?" Quello mi guarda un po' indeciso e poi, con un evidente accento straniero (niente "r" arrotata alla francese...), forse turco, mi spiega: "deve andare più avanti..."
Intanto si avvicina un passeggero, che ha sentito il nostro dialogo e con tono di rimprovero dice all'autista: "Ma no! Cosa dice! Il 15 si prende qui davanti!". Naturalmente, con accento straniero, con tutta probabilità italiano.
Al congresso di sociologia
Al congresso della Società Svizzera di Sociologia, il Professor Sandro Cattacin (Svizzero tedesco, ma di origini..?) spiega: "Il modello di Ginevra si può definire come di assoluta tolleranza verso gli stranieri, ma difficile parlare di integrazione: ognuno si fa i fatti suoi. Ogni giorno entrano in città 500.000 pendolari".
Cifre
In Svizzera circa il 14% della popolazione é composta da stranieri. In Italia circa il 6%.
Segreti e bugie
Nel 1970 il popolo svizzero dovette votare sull'iniziativa popolare "contro l'inforestieramento" (Ueberfremdung): l'approvazione avrebbe significato dover cacciare dal suolo elvetico 300.000 lavoratori stranieri, di cui una maggioranza di italiani. Il referendum non passò. Ma solo per pochi voti: i "no" furono il 54%.
Si calcola che negli anni '70, a causa delle restrittive leggi svizzere sull'immigrazione che rendevano difficile il ricongiungimento famigliare, circa 30.000 bambini di immigrati italiani fossero presenti illegalmente in Svizzera, nascosti negli appartamenti, esclusi dalla scuola e dai servizi sociali.
Un pallone piomba dall'alto sul cofano di una jeep un po' particolare: a bordo c'è una pattuglia di soldati israeliani che - temendo un'aggressione - saltano giù dal mezzo pronti a combattere, armati fino ai denti. E' la prima scena di una pubblicità del gestore israeliano di telefonia Cellcom che ha fatto molto discutere e che potete vedere qui.
Non si tratta infatti di soldati qualunque: sono delle guardie che pattugliano il muro costruito per separare Israele dalla Cisgiordania, che quando sarà ultimato sarà lungo più di 700 chilometri, l'85% dei quali su territorio palestinese. Le conseguenze umanitarie di questa "architettura dell'apartheid" sono state denunciate recentemente dall'Ufficio Onu di coordinamento per gli affari umanitari (Ocha), mentre già nel 2004 il muro era stato giudicato dalla Corte di giustizia dell'Onu "contrario al diritto internazionale".
Ma che importa? Passato il primo momento di smarrimento i nostri prodi soldati israeliani ci prendono gusto e rinviano la palla al mittente: il muro diventa una simpatica rete per un'improvvisata partita di soccer-volley, e si dimentica la guerra, e si dimentica la violenza. Un messaggio che apre alla speranza.
La reazione dei palestinesi che da anni ormai subiscono le conseguenze del muro é stata molto semplice: un gruppo di calciatori si è riunita dall'altra parte del muro per una partitella e a un certo punto uno di essi ha lanciato, come nella pubblicità, il pallone di là dal muro, verso i soldati israeliani. Risposta: un lancio di lacrimogeni. Qui trovate il video dell'iniziativa.
L'idea di questa pubblicità è probabilmente stata copiata dai "creativi" della Cellcom da una bella iniziativa contro il muro creatore di morte che divide lungo la frontiera USA e Messico. Il principio è molto semplice: lanciando la palla al di là del muro si invita qualcuno dall'altra parte a rilanciarla e ad iniziare una partita che "distrugge" simbolicamente attraverso il gioco l'ostacolo alla condivisione di un destino comune. Che cosa c'è di diverso rispetto al video della Cellcom? Date un'occhiata con i vostri occhi: qui trovate una partita a "walleyball" (così è stata chiamata questa nuova disciplina).
Prima di tutto qui non si tratta di vendere cellulari. Ma la vera differenza sta nel fatto che mentre nella partita a volley l'obiettivo del gioco è proprio quello di vedere e conoscere chi sta dall'altra parte, stringendo un'amicizia che se ne frega dei confini, in tutto il video pubblicitario della Cellcom non si vede mai dall'altra parte del muro. Questa assenza può avere diversi significati: è prima di tutto una bugia, dal momento che per funzionare il messaggio pubblicitario non poteva certo fare vedere dei palestinesi disperati, oppressi da decenni di occupazione e dissanguati dalle conseguenze economiche della costruzione del muro giocare felicemente a pallone con coloro che considerano i propri oppressori.
Ma, più profondamente, questa rimozione mostra l'incapacità di vedere i palestinesi, di sapere chi sono, di descriverli. La pubblicità della Cellcom, che si vuole divertente, simpatica, ottimista, in realtà si trasforma nel suo contrario, nel dramma di una società - quella israeliana - incapace ormai di pensare all'altro, chiusa all'interno del suo muro, una prigione che si è auto-inflitta.
Antonio è proprio una bella persona: ci siamo conosciuti al matrimonio di amici, un matrimonio da Nord a Sud Italia, dall'Alto Adige a Napoli, passando per la Puglia, la Sicilia... Ospite a casa mia per una notte, prima che se ne tornasse a Roma dove lavora per una delle più grandi associazioni ambientaliste italiane, abbiamo avuto il tempo di fare una lunga chiacchierata. Mi ha parlato della sua Messina, "una città splendida, tra il mare e la montagna, con una rocca meravigliosa a dominare il panorama". Eppure Antonio da Messina è scappato: "E' il regno del conformismo - mi spiega - sembra che i giovani non pensino ad altro che alla palestra e a comprarsi vestiti". La sua giovinezza non è stata facile: "Io sono sempre stato un disadattato: al contrario della maggior parte dei miei coetanei mi interessavo alla mia città e vedevo lo scempio che le amministrazioni di destra hanno fatto". Il lungomare trasformato in una colata di cemento; le zone verdi che sompaiono per fare posto al catrame; il palazzetto dello sport da milioni di euro nel quale entra l'acqua e che è stato trasformato in un mercato; il nuovo stadio prima costruito e poi abbandonato; la rapacità del mondo economico in combutta con la mafia; i residui di lavorazione del petrolchimico che inquina il mare davanti alla città, dove i pochi pescatori rimasti vanno a pescare...
"Io a Messina ci torno poco, soltanto perché ci sono i miei genitori", racconta triste Antonio, "perché ogni volta che scendo giù mi prende una rabbia, ma una rabbia...". Insomma, Antonio è un clandestino in una città distrutta dalle connivenze con la criminalità, dal clientelismo, dove vivere è complicato, avere una coscienza critica quasi impossibile, un caso, una rara mutazione genetica, "una malattia rara", spiega lui. Per questo ha deciso di "emigrare": non molto lontano, certo, a Roma, ma anche qualche centinaia di chilometri possono voler dire tanto in un'italia a due velocità, dove una parte del Paese (quello di cui si riempiono la bocca i nostri bravi patrioti) é sola, abbandonata.
Mi parla di quell'angolo così pittoresco di Messina, la parte della città dove stavano i pescatori: "E' bellissimo, un posto incantevole. Eppure la gente se ne frega, lascia rifiuti da tutte le parti, non gli importa di rovinare tutto...". Ma nonostante la rabbia Antonio è lucido: "Se il comune desse il buon esempio, se si preoccupasse di educare la gente al rispetto di quello che è di tutti; se l'amministrazione si preoccupasse di tenere pulito e fosse la prima a rispettare l'ambiente, a dare il buon esempio, probabilmente la gente si comporterebbe diversamente". E' il contesto che crea i comportamenti negativi: "Molti di coloro che se ne fregano di buttare in giro i rifiuti, poi quando magari vanno al Nord si guardano bene dal fare la stessa cosa".
Invece al Nord i rifiuti glieli portiamo al Sud...
Ora Antonio si occupa di Ecomafie.
E comunque sono sempre i migliori ad emigrare.
"Leggi razziali", così definisce le norme del pacchetto sicurezza (votato lo scorso 3 luglio) che riguardano i migranti Annamaria Rivera:
Sembrava iperbolico, ai soliti minimizzatori di professione, definire nuove leggi razziali i dispositivi del pacchetto sicurezza. Oggi che l'osceno ddl 733-B entra in vigore con le sue norme devastanti, a suggello finale delle leggi razziali, perfino i più moderati dei democratici hanno qualche sussulto. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l'incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l'incitamento alla caccia all'estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea. Come durante i regimi fascisti, queste norme sono finalizzate a punire non singole condotte individuali criminose, ma una categoria di persone, in tal caso definita da una condizione non solo giuridica ma anche sociale: quella di lavoratore immigrato privo di titolo di soggiorno, non certo per sua scelta o volontà.
Basta considerare l'introduzione del reato d'ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, l'aggravante di un terzo della pena per qualsiasi reato se commesso da «irregolari», i dispositivi che tendono a inibire atti che concernono i diritti fondamentali della persona: l'accesso all'istruzione e alle cure mediche, a molti servizi e protezioni sociali, la possibilità di contrarre matrimonio, la registrazione delle nascite e dei decessi...
Si inverano così il rigurgito del passato più vergognoso - ma neppure il fascismo osò a tal punto - e nel contempo un radicale salto di paradigma: rispetto non solo ai fondamenti dell'ordine costituzionale e della civiltà giuridica, ma perfino ai presupposti minimi che rendono possibile la convivenza degli umani.("il Manifesto", 4.7.09)
La legge prevede per esempio che possa essere prolungata...
...fino a 180 giorni la possibilita' di trattenimento degli irregolari nei Centri di identificazione ed espulsione. In caso di mancata cooperazione al rimpatrio da parte del paese terzo interessato o nel caso di ritardi per ottenere la documentazione necessaria il questore può chiedere una prima proroga di 60 giorni di questo periodo, cui se ne può aggiungere una seconda. (dal sito Rainews24.it)
Una politica proibizionista che non fa che riprodurre situazioni di illegalità, come scrive Livio Pepino:
Un decennio di proibizionismo non ha impedito né limitato l'immigrazione. Semplicemente - come era ovvio - ha aumentato a dismisura le situazioni di irregolarità. Il «braccio armato» per fronteggiare (o fingere di fronteggiare) tale situazione è stato, all'inizio, il meccanismo delle espulsioni rafforzato dal trattenimento di una quota di irregolari nei Cpt. Ma anche questo non è bastato, non poteva bastare. Così viene ora messo in campo l'armamentario del diritto penale: non contro il migrante che delinque ma contro il migrante in quanto tale. Con l'introduzione del reato di «immigrazione irregolare», infatti, è il migrante che diventa reato. ("Il Manifesto", 4.7.09)
Scrive sui Centri di permanenza temporanea lo storico della Shoah Enzo Traverso:
Le zone d'attesa in cui sono internati gli stranieri in situazione irregolare e i richiedenti asilo non sono certo paragonabili ai campi nazisti. Esse possiedono tuttavia, in seno alle nostre società democratiche, alcune caratteristiche essenziali che definisono il paradigma del campo di concentramento, vale a dire, secondo Giorgio Agamben, "lo spazio che si apre quando lo stato d'eccezione comincia a diventare la regola". Sono in effetti degli spazi anomici nei quali tutto è possibile, non perché sarebbero concepiti come luoghi di annientamento ma perché si tratta di luoghi di non-diritti. ("Il passato: istruzioni per l'uso", ed. Ombre Corte, 2006)
Per tutti valga l'osservazione di Hannah Arendt, in "Le origini del totalitarismo" del 1976, la magistrale opera sullo sviluppo del nazionalsocialismo:
Prima di far funzionare le camere a gas, i nazisti avevano scrupolosamente studiato il problema e scoperto con grande soddisfazione che nessun paese avrebbe reclamato quella gente. Occorre rendersi ben conto che una condizione di privazione completa dei diritti era stata creata molto prima che venisse messo in discussione il diritto di vivere. ("Le origini del totalitarismo", ed. di Comunità, 1996)
E' necessario aggiungere altro?
La signora Angela non delude mai e si può dire con una certa sicurezza che - tra le tante cose negative - i lavoratori dell'INNSE di Milano, in lotta da più di 13 mesi, non resteranno mai con la pancia vuota. Sorridente e quasi civettuola quando gli si fa un complimento sulla sua cucina, la signora Angela cerca di dare a questi lavoratori, alle prese con una battaglia di grandissima importanza simbolica, il suo personale apporto.
Lungo le tavole stanno sedute una ventina di persone che mangiano con gusto: fusilli al ragù, pollo con insalata verde e per dessert anguria e una crostata fatta a mano. Il tutto innaffiato da un buon rosé. Fuori, accanto ai capannoni della fabbrica, sfrecciano veloci macchine indifferenti alle bandiere esposte davanti al presidio permanente. Oggi è venerdì e splende un gran sole fuori: a questa mensa popolare sono stati invitati gli operai di un'altra azienda in crisi, di Cologno Monzese. Sono venuti per vedere come i colleghi della INNSE hanno organizzato la loro resistenza.
Tredici mesi fa, dopo l'annuncio della chiusura, i 50 lavoratori della INNSE (http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=442315822), azienda meccanica di precisione con - manco a dirlo - il bilancio in positivo, sono entrati nella loro fabbrica e hanno fatto ripartire le macchine, come se non fosse successo niente, per dimostrare che "la fabbrica si può fare andare avanti senza il padrone". Al loro fianco anche i responsabili della produzione. Risultato: oltre 100.000 euro di utili in un mese, che naturalmente sono andati al padrone, quello che vuole chiudere, mentre i clienti che facevano la fila ai cancelli dell'azienda in "gestione diretta" da parte delle maestranze.
Ma operai che prendono in mano la produzione non piacciono ai padroni: una notte i lavoratori in turno di guardia si trovano le forze dell'ordine e sono costretti ad uscire dalla loro fabbrica. Ma il blitz non rompe l'unità: i 50 lavoratori decidono di installare un presidio permanente in un locale accanto ai capannoni. Come clandestini.
Il loro obiettivo: non permettere che qualcuno si porti via le macchine, la loro forza, il loro assegno per il futuro. Ogni mattina entrano in fabbrica nonostante le guardie giurate per tenere accese le enormi presse e i torni e in tutto questo tempo hanno sgominato ben tre tentativi del padrone di portarsi via qualcosa e di rovinare le macchine. Sono decisi a non cedere: non hanno alternative. E questa loro decisione, che non piace ai sindacati (compresa la Cgil) che vorrebbero un atteggiamento più morbido, a poco a poco sta attirando la solidarietà e l'interesse di tanti altri lavoratori della cintura industriale milanese, le cui aziende sono in crisi.
Così oggi, mentre si mangia, si discute con gli ospiti di organizzare in incontro fra rappresentanti di tutte le industrie milanesi in crisi per cercare unità di intenti e lavorare insieme, oltre i sindacati e i partiti, assenti e disattenti. Uno degli operai dell'azienda in crisi di Cologno Monzese mi racconta la vicenda della sua fabbrica: attualmente, dopo il fallimento, gli operai in mobilità sono accampati davanti alla loro azienda per cercare di impedire la chiusura definitiva.
Ma non tutti, dopo la mazzata, sono rimasti: il lavoratore senegalese che ha perso il lavoro era scomparso da un po' insieme alla moglie, anche lei lavoratrice nella stessa azienda. Mandati via da casa perché impossibilitati a pagare l'affitto, non si erano più fatti sentire dai colleghi. Questi decidono, preoccupati, di andare a cercarli e li trovano alla stazione centrale di Milano, che da qualche tempo era diventata la loro casa. Non avevano detto niente a nessuno semplicemente perché si vergognavano della loro situazione.
L'operaio che mi ha raccontato questa storia è un tipo normale, sui 45, camicia a fiori un po' fuori luogo nel contesto. Il classico che potrebbe votare Lega. Ma non credo proprio.
Non c'è niente come il lavorare e il lottare fianco a fianco per far cadere ogni pregiudizio e farci conoscere l'uomo che abbiamo davanti. Non è una questione di razza, ma di classe.
Sara è cinese, è di Nanjing (o Nanchino...) e lavora per una ditta americana di import/export come milioni di suoi concittadini. Quando arrivo a casa sua, superati i primi momenti di imbarazzo, cominciamo a discutere e finiremo di farlo solo tre giorni dopo, quando mi tocca ripartire verso Pechino. L'ho contattata via Internet, grazie a Couch Surf, una rete internazionale di persone che danno la loro disponibilità ad accogliere viaggiatori da tutto il mondo. Sono fortunato: sono pochi i cinesi che aderiscono a questa iniziativa. Vuoi per la lingua (sono pochi quelli che sanno l'inglese), vuoi per una tradizionale riservatezza nelle abitudini, essere ospitato da una famiglia cinese non capita tutti i giorni. Sara è una tipica esponente di quella classe media cinese nata negli ultimi vent'anni di boom economico che hanno proiettato la Cina ai vertici dell'economia mondiale: dice di aver avuto la tessera del partito comunista, ma spiega che della politica non gliene importa nulla, a lei basta che il governo continui con le politiche attuali, che le hanno permesso di avere un buon standard di vita e una casa in un quartiere di buon livello. Me lo fa visitare tutta fiera: all'entrata ci sono sempre due guardie che controllano chi entra e chi esce e le barriere per evitare intrusi. Sara ha un marito e una figlia: condivide la politica del governo cinese che impone a ogni famiglia di non avere più di un figlio, anche perché l'educazione dei bambini costa cara. Lo Stato garantisce solo i primi nove anni di scuola pubblica. Ora la figlia di Sara ha 13 anni, è sveglia e parla bene l'inglese: fa le medie in un istituto privato, uno dei migliori, ma spiega che è molto stressante. "Tutti i genitori cinesi - spiega - sono ossessionati dai risultati scolastici dei loro figli" e la pressione sui ragazzi è forte. Per lei Sara spera in un futuro all'estero ed è pronta a lasciare Nanjing con tutta la famiglia per andare verso Occidente. "Che cosa ti trattiene?", chiedo: "Lo Stato cinese non rilascia facilmente i visti?". No, tutt'altro, risponde lei, "sono i paesi occidentali che non ci vogliono". Sara ha iniziato un anno fa le pratiche per emigrare in Canada e spera di avere presto una risposta.
Eppure gli immigrati dalla Cina continuano ad arrivare. Di ritorno in Europa, all'aeroporto di Francoforte, dove arrivo da Pechino, i doganieri controllano i passeggeri in arrivo. Mostro loro il mio passaporto ma non lo degnano di uno sguardo. Sono interessati soltanto dai passaporti dei cittadini cinesi.
L'Europa è una fortezza, che respinge solo chi ha le carte in regola, mentre crea clandestini con le sue leggi assurdamente restrittive.
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