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Il giuoco delle parti

Pirandello d’annata per soli intenditori

La stagione autunnale riporta a Trento il teatro di prosa, e noi siamo ritornati a teatro, bendisposti e contenti. Inizio impegnativo: Pirandello, “Il giuoco delle parti”, prodotto dal Teatro Stabile di Calabria.

Per le scale incontro i genitori di Cristina, primo anno delle superiori; la ragazza è rimasta a casa, non se l’è sentita di cimentarsi con Pirandello. Peccato. Il teatro è sempre da vedere. Tuttavia... occorrono passione e volontà, “muscoli” che una quattordicenne ancora deve sviluppare, per reggere “il giuoco delle parti”, quello che ha luogo in un teatro, tra pubblico e attori, tra testo, interpreti e spettatori. Metti su un palco un signor attore come Geppy Gleijses, una superba attrice come Marianella Bargilli, un valido co-protagonista come Leandro Amato, al servizio del progetto drammaturgico di Egisto Marcucci (non proprio uno sconosciuto), eppure Cristina probabilmente non avrebbe retto. Perché? Perché Pirandello è impegnativo, sotto molteplici punti di vista. Il suo teatro è filosofico, giocato continuamente sui paradossi, sulle sfumature linguistiche, alle quali i personaggi si aggrappano e si attengono per mascherarsi, per nascondersi, per occultare la realtà in cui miseramente sono stati inclusi dall’Autore. Spesso, come nel caso del “Giuoco delle parti”, quello pirandelliano è un teatro alquanto statico, scarno sul piano dell’azione. Inoltre, rischia di apparire ineluttabilmente datato: nel “Giuoco” i riferimenti continui alla filosofia di Bergson risultano oggidì incomprensibili al 99,99% del pubblico, benché per bocca del protagonista, Leone Gala, il testo offra esplicazioni che peraltro non suscitano particolari emozioni in chi guarda e ascolta.

Di conseguenza è stato per una felice coincidenza che Cristina sia rimasta a casa: l’impatto avrebbe potuto farle passar la voglia di tornare a teatro, specialmente per incontrare ancora Pirandello.

La vicenda del “Giuoco della parti” si svolge in un arco temporale ben delimitato: sera-giornata successiva-alba seguente. L’ambientazione è claustrofobogenica: un triangolo amoroso che la donna, Silia, cerca di rompere nel tentativo di spingere il marito a battersi (e morire) in un duello. Egli accetta di sfidare l’avversario scelto da sua moglie, ma con un sofistico ragionamento il mattino dopo sostiene di aver già fatto la propria parte, quella dello sfidante, riservando all’amante di sua moglie il tragico onere di scendere in campo per difenderne l’onore.

Per i “duri e puri”, per gli incrollabili amanti del teatro, comunque, lo spettacolo diretto da Elisabetta Courir certamente non ha demeritato, a condizione di considerarne analiticamente i diversi aspetti sul piano tecnico. Della recitazione si è già detto: il trio di protagonisti è inappuntabile, come quasi tutta la compagnia. La scenografia, ai tempi nostri ormai prima vittima della penuria di risorse finanziarie, è probabilmente l’aspetto più discutibile dello spettacolo, benché agisca da efficace contrasto per i raffinati costumi di scena.

Non resta da dire che per Cristina e coetanei inizia anche la stagione del teatro per giovani, “Scappo a teatro”: sarà inaugurata il 24 novembre da “Il volo di Icaro”, una riflessione sul rapporto padri-figli e sul “desiderio di volare”. I melomani avranno invece la loro attesa dose pucciniana il 7 e l’8 novembre, con la Tosca, mentre per la stagione di prosa ci ritroveremo tutti in Auditorium dal 12 al 14 novembre, dove assisteremo a “Elisabetta II”  di Thomas Bernhard, con Roberto Herlizka.

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