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Caccia: perché no

In Italia la caccia è un’emergenza ambientale preoccupante che ad ogni stagione distrugge irrimediabilmente un patrimonio di biodiversità preziosissimo, oltre a costituire una questione sociale e morale ancora aperta. Così le Associazioni ambientaliste replicano alla Federcaccia.

Il roseo quadro del mondo della caccia dipinto da Federcaccia è fuori dalla realtà: l’esercito delle oltre 700.000 doppiette italiane - libere per almeno 5 mesi l’anno di scorrazzare anche nei fondi privati e contro la volontà dei proprietari - determina ad ogni stagione venatoria la morte di 100 milioni di animali selvatici (solo in provincia di Bergamo, lo scorso anno, sono stati uccisi ben 1.021.795 uccelli!), grossi danni agli equilibri ecologici locali e non, mina la sopravvivenza anche di molte specie rare e vulnerabili ed impedisce ai cittadini la fruizione di boschi e campagne. Nella stagione 2001/2002, per esempio, la caccia ha causato 172 incidenti con 54 morti, 89 feriti e 7 invalidi.

Le proposte e le riflessioni della Federcaccia per la prossima stagione venatoria, che è partita anticipatamente l’1 settembre in 16 regioni, sono particolarmente preoccupanti:

Poteri alle Regioni: secondo la nuova disciplina del Titolo V della Costituzione, lo ha ribadito la Corte Costituzionale nelle diverse sentenze dell’ultimo anno, annullando i calendari venatori della Puglia, della Sardegna e della Provincia Autonoma di Trento, la tutela degli ecosistemi e della fauna è una materia di esclusiva competenza dello Stato, che fissa standard uniformi - nel rispetto delle direttive comunitarie - valevoli su tutto il territorio nazionale ai quali si devono attenere le regioni. Affidare alle regioni pieni poteri sulla caccia è una mostruosità giuridica che rischierebbe di trasformare l’Italia in un insieme di 20 repubbliche autonome delle doppiette, come nel caso di Abruzzo, Toscana, Veneto e Lazio, dove Province e perfino ATC (Ambiti Territoriali di Caccia) si sono dissociati dalla pre-apertura prevista dal calendario venatorio.

Modifiche alla legge sulla caccia: inaccettabili sono la richieste di Federcaccia di modificare anche solo una parte della 157 (legge già abbondantemente forzata dalle Regioni), quando in realtà i nove disegni di legge in discussione alla Camera la stravolgerebbero completamente, con l’allungamento dei periodi di caccia da agosto a marzo; l’aumento delle specie cacciabili - incluse specie protette dall’Unione Europea; l’abolizione delle sanzioni penali per bracconieri e cacciatori di frodo; la caccia nei Parchi, riserve e zone protette, ecc. Insomma, un pacchetto di norme per dare alla legge una esasperata devolution filovenatoria.

Caccia come opportunità: ammazzare per sport milioni di animali con il falso alibi di proteggere l’ambiente non è un’opportunità per la collettività, ma la sottrazione di un patrimonio comune: la caccia in Italia non rappresenta più un’esigenza primaria di sopravvivenza, ma un anacronismo che toglie ai comuni cittadini la possibilità di poter ammirare in natura e in tranquillità la fauna selvatica. Ben altri sarebbero i posti di lavoro garantiti da un’attenta politica di protezione dell’ambiente, sviluppo delle aree protette e dell’ecoturismo.

Caccia utile all’ambiente: I dati parziali citati da Federcaccia su alcune specie, non sono corrispondenti alla vera realtà italiana: i dati scientifici dimostrano che più della metà delle 36 specie cacciabili in Italia sono inserite nelle categorie di minaccia della Lista Rossa d’Italia. Di queste 36, ben 13 sono considerate vulnerabili: coturnice, pernice rossa, marzaiola, canapiglia, codone, quaglia, starna, fagiano di monte, pernice sarda, frullino, beccaccia, tortora e allodola. Per alcune di queste l’Italia ha una grande responsabilità: ospita infatti l’81% della popolazione esistente di pernice sarda (5-10.000 esemplari in tutto), il 36% di coturnice e il 25% dell’allodola.

Le associazioni ambientaliste ricordano infine come le posizioni di Federcaccia rispondano a richieste che giungono dalla parte più estremista del mondo venatorio, che rifiuta il dialogo con il mondo scientifico e ambientalista. Queste posizioni non rispecchiano inoltre l’opinione della maggioranza degli italiani che, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche, da tempo si è espressa, in più di un sondaggio (People/Swg, Istituto di Ricerche Albors, ecc), a favore dell’abolizione o restrizione della caccia con percentuali superiori all’87%.