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Il crocifisso

Antonio Marchi

Nella stalla di casa non c’era, mentre spiccava al centro, protettiva e autorevole, la figura di S. Antonio Abate. "Lui" al posto di Cristo. E nessuno ha avuto mai niente da dire, forse perché in quell’ambiente ci era nato. Regnava invece incontrastato sui muri spogli della cucina e delle camere da letto,solo. Altri tempi e altri luoghi.

Oggi si trova ovunque, fa parte dell’abbigliamento personale, perfino dell’arredamento delle banche. Ma al di là del gusto o del disgusto, è come non ci fosse. Non ci ha cambiati e non ci cambierà né in peggio né in meglio, tanto da far sembrare quasi inutile e disumana la sua passione e morte! E’ solo un fatto ideologico e niente più. Il crocifisso per notarlo bisogna proprio volerlo usare e non a scopi di pace, ma come clava per colpire. Oggi si grida allo scandalo e ci si offende perché un oscuro personaggio ha osato reclamarne l’allontanamento da un’aula scolastica, ricevendone una parziale giustificazione giuridica, senza rendersi conto della strumentalità ed impertinenza del nostro gesto che mira solo a crocifiggere "l’altro", a resuscitare vecchie crociate. Dietro la "sua" difesa si nasconde la vecchia pretesa egemonica di chi non ha ancora visitato i luoghi della preghiera e del dolore e a differenza del Cristo non si è ancora fatto uomo.

La fede cristiana non può essere appesa ad un muro, né buona per disquisire sulle radici o sui confini di uno o dell’altro. Il mondo è la casa di tutti e tutti debbono poterlo abitare come casa propria senza sentirsi stranieri. Nel Cristo appeso ho sempre visto sofferenza e pietà, cosa buona solo per altri luoghi e altri mondi, non certo per il nostro. Come dice il grande Ivan Illic (a quasi un anno dalla morte), "il male non si può togliere dal mondo ma cinque miliardi di esseri umani si possono eliminare".

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Nello stesso numero:
Scuola pubblica e crocifisso
Paolo Cova
In altri numeri:
La croce dei laici

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