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QT n. 12, dicembre 2012 Servizi

Caccia alle streghe (e agli orchi)?

La “sindrome” da alienazione genitoriale e i giudici “rapitori” di bambini.

Stefania Sciandra

Il caso del bambino di Cittadella prelevato forzosamente dalla polizia davanti alle urla di madre e zia rappresenta l’ultimo anello di una lunga catena di strattonamenti giudiziari, nella quale i figli sono coinvolti loro malgrado. E risale a poco fa un caso analogo successo a Trento, col prelievo forzoso del bambino sulla soglia di un asilo. Le ripercussioni di questi fatti sulla psiche dei bambini, l’elevata conflittualità di cui sono al centro, sfociano spesso in disturbi della personalità, stati depressivi e psicopatie.

Con il suo peso mediatico e lo scandalo suscitato, l’episodio di Cittadella ha aperto un dibattito animato sulle modalità con cui viene data esecuzione alle sentenze dei tribunali ordinari e minorili, soprattutto nei casi in cui il giudice ritiene opportuno allontanare il bambino dal genitore cui è stato affidato, per affidarlo all’altro ex-coniuge, con periodi di permanenza provvisoria presso i Servizi Sociali. Insomma, si interviene con mano pesante per salvaguardare il bambino.

Stando alla legge, l’affido condiviso tende a tutelare il diritto del figlio minorenne a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori e i relativi parenti. Diritto però spesso calpestato dai genitori in subbuglio emotivo per i propri contrasti; di qui gli interventi della magistratura spesso di notevole portata e attuati con provvedimenti d’urgenza: dalla decadenza della patria potestà all’allontanamento del figlio o del genitore dalla residenza familiare. A giustificazione di queste misure sempre più spesso viene posta la “sindrome da alienazione genitoriale” (PAS). Di cosa si tratta?

Secondo Richard Gardner, che per primo la teorizzò, è il risultato di insistiti comportamenti denigratori del genitore affidatario nei confronti dell’altro, un bombardamento di insinuazioni e giudizi malevoli che portano a condizionare il bambino e fargli rifiutare l’altro genitore. Nell’ultimo decennio si è sviluppato un acceso dibattito negli ambienti scientifici e giuridici sull’effettiva esistenza della PAS: tema complesso, e dilaniante.

La difficoltà maggiore risiede nell’accertare quali siano le cause che portano il minore a disprezzare e respingere non solo il genitore alienato ma il suo intero ramo familiare, in assenza di una definizione scientifica della patologia in esame. L’interrogativo è se i comportamenti del minore in effetti siano il frutto di un indottrinamento oppure rappresentino la fisiologica espressione dei bisogni del minore. Perché, se esiste invece una ragione oggettiva della paura e ostilità del minore - come negligenza, abusi e violenza perpetrati sul bambino o su un altro familiare - la reazione di rifiuto categorico non è più una PAS.

L’accertamento è particolarmente difficile perché, come osserva la dott.ssa Anna Maddalena Boccagni, psicologa psicoterapeuta e coordinatrice scientifica dell’Associazione Prospettive, “in questi casi si pone il problema del conflitto di lealtà che induce il bambino a manipolare la realtà, creando motivi artificiali a giustificazione delle distanze prese dall’altro genitore, rendendo così ulteriormente difficile discernere il dato fattuale da quello costruito ad hoc, in quanto strumentale al mantenimento di un rapporto di simbiosi tra figlio e genitore alienante”.

La sindrome non investe solo l’affettività respinta del genitore rifiutato, ma anche, e pesantemente, lo sviluppo del bambino. Diversi psicoterapeuti con cui abbiamo parlato, come la dott.ssa Maria Teresa Fossati, ci hanno riferito dei sentimenti di malessere e senso di colpa che a distanza di anni emergono nei pazienti che hanno vissuto situazioni di questo tipo.

Di fronte a questi drammi, alla difficoltà di individuarne le dinamiche, all’esigenza di non voltarsi dall’altra parte, anche i professionisti del settore arrancano. Come pure la legislazione. Mentre invece - ahimè - a volte i media sembrano avere in tasca risposte e soluzioni.

In un recente convegno a Trento si è cercato di fare il punto, ma non esistono ricette sicure, l’unico metodo per cercare di intervenire in termini positivi è quello di avere un approccio interdisciplinare, tra psicologi, operatori sociali, palazzo di giustizia.

A livello legislativo è in discussione alla Commissione Giustizia del Senato un disegno di legge che si propone “di porre fine a quei frequenti tentativi di manipolazione da parte di un genitore, di regola quello che ha maggiori spazi di convivenza, miranti ad eliminare completamente l’altro dalla vita dei figli, inducendo in essi il rifiuto di ogni contatto, un malessere indotto che va sotto il nome di Sindrome di alienazione genitoriale”.

A questo punto ci si interroga sulle conseguenze di una legittimazione normativa della PAS sul regime di affidamento attuale. E, ancora più importante, ci si domanda in che modo i consulenti tecnici (di parte e d’ufficio) effettueranno le perizie di accertamento, incidenti in fase giudiziale. L’auspicio è che si provveda ad inquadrare correttamente il fenomeno, sia in termini scientifici che giuridici, e che i media capiscano l’oggettiva difficoltà di questo impervio lavoro. Per evitare facili ma laceranti cacce alle streghe e agli orchi.

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