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Quando Trento è meglio di Bolzano

Molti aspetti positivi del sistema sanitario trentino sono impensabili in Sudtirolo

L’ospedale di Bolzano

Oggi scrivo per invidia. Un sentimento che non ho mai provato personalmente, perché penso che tutti siano diversi e dunque diversi i modi di essere felici o soddisfatti. Mi riferisco alle scelte diverse che le due Province gemelle, Trento e Bolzano, hanno fatto nella gestione della sanità pubblica. Entrambe vi destinano una fetta notevole del bilancio, ma gli obiettivi e i risultati sembrano davvero differenti. Come molti sogno una Provincia che si faccia carico della salute, dove si curi ma anche si prevenga, una sanità che si faccia carico degli effetti sulle persone delle nanoparticelle dell’inceneritore e dei pesticidi in agricoltura. Una sanità che soprattutto sappia trattare con competenza e umanità coloro che si ammalano di malattie curabili e incurabili. Cittadini che nel momento di maggiore debolezza hanno il diritto di attendersi di essere rispettati e curati.

Dato che non faccio parte di quegli (arroganti) che sono convinti che “dal Trentino non abbiamo niente da imparare” (citazione di un vecchio capogruppo della SVP ancora molto in voga), sono stata molto colpita dalla sanità trentina, in un periodo in cui molti cittadini malati del Sudtirolo soffrono per i problemi della propria.

Un po’ di invidia già la provavo per gli ambulatori multidisciplinari per il Parkinson, istituiti per decreto in Trentino da un paio d’anni. Una volta molti trentini venivano a Bolzano per questa malattia incurabile e degenerativa. Invece Bolzano oggi è una delle poche province dove non ci sono ambulatori multidisciplinari, in grado di valutare e di mettere in atto le terapie farmacologiche e riabilitative necessarie per ognuno.

Attualmente nell’ospedale di Bolzano le visite neurologiche per il Parkinson sono previste a distanza di un anno. Un tempo esagerato. Negli ospedali periferici neurologi e medici della riabilitazione si organizzano fra di loro e riescono ad offrire terapie fisiologiche, logopedia, e altro necessario a mantenere le abilità residue in persone che altrimenti le perderebbero progressivamente. Ma a Bolzano, dove ci sono peraltro reparti di grande qualità per merito di chi ci lavora, sia pure in un clima sempre più teso e difficile, serve un protocollo condiviso, altrimenti si fa la visita neurologica, spesso frettolosa per mancanza di tempo, e via. Le conseguenze del mancato o insufficiente trattamento delle malattie croniche provocano grandi sofferenze nei pazienti e nelle famiglie.

La Provincia di Bolzano diventa sempre più ricca, ma per la sanità l’unico obiettivo è il risparmio. Fa ridere o piangere il posto elevato del capoluogo nelle classifiche del benessere, calcolato sul reddito e che ignora il costo della vita e il trattamento che si riceve quando, dopo avere pagato le tasse per tutta la vita, ci si trova in una condizione di malattia o debolezza. La gestione attuale è stata definita da alcuni medici “dittatoriale”. Forse esagerando, ma certo chi prende le decisioni non ascolta a sufficienza i diretti interessati e neppure gli stessi protagonisti, pazienti, medici e infermieri.

In Sudtirolo ci sono sette ospedali in quattro comprensori, corrispondenti alle precedenti Asl. Il tentativo di ridurre le funzioni di alcuni ospedali piccoli o piccolissimi ha dato il via a una rivolta popolare contro la SVP. L’assessora Stocker, che aveva osato proporre i cambiamenti, è stata abbandonata dagli altri colleghi della giunta provinciale, spaventati dalla reazione popolare. Per anni si è promesso tutto a tutti e ora le promesse vanno mantenute. Lì, nelle periferie, stanno i voti della SVP. Si compensa con Bolzano, dove l’ospedale, molto invecchiato, è sede di un cantiere perenne, che non si riesce mai a completare, per errori di percorso e per mancanza di denaro, spesso convogliato verso località che rendono di più sul piano del consenso.

A Bolzano, che ha un bacino di utenza di 200.000 abitanti, più tutti coloro che hanno bisogno di cure specialistiche, nessuno ha fatto promesse e nessuno ha chiesto che venissero fatte. E quindi il degrado avanza, nonostante l’impegno di molti operatori sanitari.

Il Pronto Soccorso da più di 45 anni è ospitato in un magazzino o garage: le porte si aprono per far entrare nel piccolo spazio i nuovi infortunati, e in inverno il vento gelido spazza le stanze soffocanti in cui si accalcano, uno stretto all’altro, pazienti seduti, in piedi o in barella, con malattie di ogni genere, e i loro accompagnatori, con tempi di attesa di 10 e più ore anche di notte, in una promiscuità indecente.

I medici se ne vanno, anche quelli appassionati del loro lavoro, come quella dottoressa che vi è stata per 15 anni, segnalando più e più volte le condizioni disumane per medici e pazienti, senza avere alcuna risposta, e ora si è trasferita a Merano, con altri 5 colleghi, perché non si può stare in un posto in cui non si può fare il proprio mestiere. Sul sito Internet i nomi sono ancora in organico a Bolzano, ma la realtà è diversa.

L’ospedale di Bolzano

I dirigenti della sanità, che ogni annosi aumentano stipendi già superiori ai limiti introdotti dalle normative, rispondono proponendo aumenti dei ticket. “Per scoraggiare un uso indebito del pronto soccorso”, dicono, come se chi si reca in quel posto ripugnante ci andasse per divertimento o come se ci fosse un’alternativa quando si sta malissimo. A dire il vero una volta una specie di promessa c’è stata: quando il (nuovo) sindaco si è fatto male e ha dovuto aspettare 4 ore, (che gli sono sembrate tante). Il direttore della Sanità ha invitato il sindaco a un colloquio e gli ha promesso che fra tre anni, finiti i lavori di ristrutturazione e ampliamento dell’ospedale (la cosiddetta “fabbrica di San Pietro”), la situazione migliorerà. Non ci crede nessuno e tre anni sono comunque un tempo enorme. Forse conta sul fatto che il sindaco cambi di nuovo e ne venga uno come i precedenti che non si occupavano di queste quisquilie. Inoltre quello nuovo, se si sentirà male, probabilmente si rivolgerà a uno dei nuovi centri privati che stanno nascendo numerosi. Lì i medici trovano un ambiente umano e professionale migliore e i malati (naturalmente quelli che possono pagare e che non hanno patologie troppo gravi) un trattamento umano e professionale. Insomma, fra la gente serpeggia, a ragione, una forte inquietudine. Come è possibile che una provincia così ricca tratti in questo modo le persone nel momento in cui sono più deboli e indifese?

L’invidia “provinciale” è nata quando un giornale trentino ha pubblicato un’intervista al direttore dell’Azienda sanitaria trentina sulla medicina territoriale. Sono trasecolata nel sentirgli presentare le “unità di cura complesse” che prevedono un (ulteriore) avvicinamento ai bisogni del paziente. Ha spiegato: “Dobbiamo metterci dal punto di vista dei pazienti. Non possiamo fare ciò che va bene all’Azienda o ai sindacati”. Qualcosa di inaudito in Sudtirolo.

Ha detto anche: “Se un paziente ha bisogno del suo medico e in quel momento non c’è, deve essercene un altro in grado di sostituirlo”, e ancora: “Ai cittadini devono essere date risposte sul territorio durante tutto l’arco della giornata”. Fra gli obiettivi è un servizio continuativo dalle 8 ale 20 e la riduzione dell’ospedalizzazione, con abbattimento dei costi e miglioramento della qualità della presa in carico dei pazienti. Ma quelle dichiarazioni danno il senso di un progetto che qui ci possiamo solo sognare.

Di un progetto delle unità di cura complesse si è parlato anche in Sudtirolo, dove però i medici di medicina generale sono quasi sempre soli, spesso non hanno neppure infermiere o segreteria. E gli ambulatori sono striminziti, le persone si accumulano in spazi ristretti. Perfino per una ricetta si fanno lunghe file. Immaginate i malati cronici, che devono farsi fare le impegnative per le medicine ogni due o tre settimane. Ma non si è visto niente, a parte qualcuno che l’ha fatto su base volontaria.

Un mare di carte

Ciò che sembra contare per i responsabili tecnici e politici della sanità non sono i bisogni dei pazienti, ma - oltre agli interessi delle lobby e degli elettorati - la pignoleria della burocrazia. I pazienti e le loro famiglie (se ne hanno, e altrimenti poveri loro, non esiste alcuna rete di sostegno per le persone sole) sono sopraffatti dalla complicazione delle carte e degli uffici cui far fare timbri (dopo le lunghe code, con o senza eliminacode) e poi ancora altri timbri. Tutto richiede tante operazioni, non mediche, ma cartacee.

I reparti, gli ospedali e i medici di base non possono scambiarsi le informazioni sui pazienti. I risultati delle analisi devono essere ritirati in orari strani e non spediti per e-mail, e via dicendo. La privacy non funziona come una garanzia di riservatezza, bensì come un tormento che si sovrappone ai bisogni. Anche se non paghi devi timbrare l’impegnativa del medico alla cassa, in cui ti devi recare anche se stai male o se hai problemi di movimento.

La Provincia è generosa, in modo disordinato e imprevedibile, ti dà ausili e pannoloni, ma devi avere qualcuno che a tempo pieno si occupi di correre almeno in tre uffici per fare l’impegnativa, per stampare i bollini, per ritirare i presidi. In ognuno ti trattano con condiscendenza, come se il loro stipendio non fosse stato pagato da te. E le certificazioni devono essere ripetute, come se da un malato cronico e magari di 90 anni ci si potesse attendere una guarigione. Le procedure sono complicate anche quando si chiede che un infermiere vada a casa di un malato che non può muoversi, impegnative, timbri, carte varie, attese. E poi tutto da capo.

I medici di base quasi mai visitano a casa i malati anche gravissimi e le famiglie, se ci sono, non sono necessariamente in possesso delle necessarie informazioni scientifiche per aiutarli.

Ora si temono le riforme, destinate a peggiorare questa situazione. Alcune associazioni che rappresentano malati cronici e famigliari stanno mobilitandosi per evitare che le terapie indispensabili al mantenimento (fisioterapia ecc.) vengano sottoposte a un nuovo (aggiuntivo) passaggio burocratico.

Ci sarebbero dunque molte ragioni per parlarsi, fra province simili. Lo sviluppo della medicina territoriale, con i team che si recano nelle case dei malati, anche nelle fasi avanzate delle malattie, sono qualcosa che il Sudtirolo non conosce. Ognuno ovviamente vede nella propria provincia aspetti critici. Ma la mia impressione è che il Trentino abbia molto da dirci, anche sul modo di coniugare umanità e competenza.