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“Wonder”

Carino, ma troppo natalizio. di Stephen Chbosky

“Wonder”

Tra le varie proposte di Natale “Wonder” di Stephen Chbosky è film tratto da una serie di libri per ragazzi di grande successo. La storia racconta del piccolo Auggie, nato con una rara malattia e nei suoi primi anni di vita confinato e protetto a casa dalla sua affettuosa famiglia. Ma arriva il momento di affrontare il mondo della scuola per la prima volta e la sfida è farsi accettare da compagni e insegnanti.

Il film è carino, temine insopportabilmente consunto e generico, ma in questo caso il più appropriato. Se la storia non è particolarmente originale, il protagonista è comunque simpatico e funzionano bene le riproposizioni del racconto ricostruite secondo i putni di vista personali dei protagonisti.

Il messaggio è poi chiaro: no al bullismo e alla discriminazione dei diversi e spazio a una riflessione sulla sensazione di inferiorità e desiderio di essere accettati per quello che si è, al di là dell’aspetto. Un esplicito invito a non fermarsi alle apparenze, per conoscere la complessità delle persone attraverso relazioni che permettano di essere se stessi, esprimere capacità e sentimenti. Ancora, la centralità della famiglia, in cui tutti i membri hanno un ruolo importante (specie la sorella maggiore che soffre ma capisce la condizione di disagio del fratello e la focalizzazione di attenzione dei genitori a suo discapito). Tutto bene dunque? Insomma…

Il film mostra un certo sforzo di smarcarsi dall’ordinario natalizio. È recitato bene, si lascia vedere senza provocare attacchi diabetici, anche quando diventa troppo favola. Ma resta un film in cui qualche spunto originale viene inglobato nella confezione standard del genere.

D’accordo, si tratta di una favola moderna per ragazzi (e in effetti sono belle ed efficaci le proiezioni fantastiche del protagonista), ma la rappresentazione della scuola con i soliti compagni bulli, della famiglia con i genitori iperprotettivi, delle puntuali delusioni e dei momenti di riscatto, è davvero stereotipata. Per non parlare di un finale esageratamente trionfante. Al punto che il diverso finisce per passare per il miglior ragazzo-alunno.

Ma gli americani insistono con la solita epica del riscatto, variante dell’ideologia dei vincenti e della necessità di essere tali, straordinari, per quanto mostri, anzi, qui, proprio perché tali. E quindi, al di là dei buoni sentimenti, messaggi e propositi, l’impressione è che la confezione retorica del film non sia altro che il riflesso di un certo conservatorismo, sotterraneo, pericoloso e potente, della società Usa.

Riflessione personale finale: non so se si tratta di una mia impressione, se è un frutto delle scuole di scrittura e di sceneggiatura, se i messaggi devono essere più importanti delle narrazioni e dei personaggi, se è obbligatorio corrispondere alle platee ciò che si aspettano, però ho l’impressione che nei film americani ci sia sempre più gentilezza e sempre meno sincerità. E forse è pure giusto, trattandosi in questo caso di film per famiglie natalizio. Peccato che prevedibilità e stucchevoli buoni sentimenti d’ordinanza, con il supporto di superficiale politically correct, non finiscano per apparire altro che giustificazioni per rappresentazioni retoriche e retrograde (guardate l’ordinarietà di tutti gli adulti del film). In altre epoche, altri autori, come Peter Bogdanovich con “Mask – dietro la maschera”, per non parlare di “Elephant Man” di David Lynch, con materiale simile erano riusciti a raccontare storie forti, toccanti, profonde, significative, al limite sconvolgenti. Ma ormai nessuno deve essere mai sconvolto, specialmente al cinema, specialmente i ragazzini, che poi tornano a casa a giocare con videogames di inaudita violenza. Perché oggi, nel cinema e nella realtà, si può essere diversi, ma non originali.

Ma non è la stessa cosa.

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