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Ancora su Malossini

Nel numero scorso avevamo osservato stupefatti la suprema nonchalance con cui la politica aveva registrato il ritorno all’agone elettorale di Mario Malossini, avvicinatosi al PATT senza che nessuno – meno che mai il PD – avesse da obiettare sulle qualità etiche dell’ex-presidente. Un atteggiamento da casta, da gruppo chiuso: lupo non mangia lupo, e di moralità si parla solo a quei fessi di elettori.

Nel frattempo il nostro, notorio campione in disinvoltura, si è avvicinato a Forza Italia, che lo ha riaccolto (ne era già stato capogruppo in Consiglio Provinciale, dove peraltro aveva preferito fare da sponda a Lorenzo Dellai, ricevendone in cambio un posto al PalaFiere di Riva) a braccia aperte, inserendolo tra i candidabili alle elezioni del 4 marzo.

Dal vortice dei nomi per i posti in lista, quello di Malossini non è uscito vincente, ma non certo per remore di carattere etico da parte di alcuno.

E allora su questo vogliamo intervenire noi. Per un’esigenza di chiarezza nei confronti dei cittadini, vogliamo (ri)mettere in chiaro le responsabilità penali che nel corso degli anni sono state acclarate nei confronti del consigliere provinciale, assessore, presidente della Giunta Malossini Mario. Chiarendo che noi, in fin dei conti, non ce l’abbiamo con lui, che cerca di galleggiare nell’unico modo che sa; ma con chi gli permette di avvicinarsi ancora alla pubblica amministrazione.

Con sentenza del dicembre 1996, la Cassazione definitivamente stabilisce che Mario Malossini è responsabile di “corruzione propria” per aver pattuito “l’acquisizione dei terreni delle Chimiche Trentine (a Trento Nord, n.d.r.) da parte della Provincia ad un prezzo superiore a quello di mercato” in cambio della “cessione gratuita della villa di Torbole” di proprietà di Maria Grazia Stefenelli, padrona delle Chimiche Trentine.

Nella stessa sentenza la suprema corte respinge la tesi dell’accusa, per cui la Stefenelli sarebbe stata ricattata da Malossini, e quindi sua vittima, e pertanto il reato sarebbe stato concussione: la Stefenelli è complice, e il reato è corruzione. Il quale reato, meno grave della concussione, è “estinto per prescrizione”, ma Malossini è pur sempre condannato a rifondere le spese della Provincia, per 2.100.000 lire.

Il nostro campione ha tentato di far passare questa sentenza come un’assoluzione, e così qualche suo sodale politico: “Malossini non è un ricattatore!” Sì, è “solo” colpevole di corruzione…

Nel gennaio del ‘98 la Cassazione si occupa ancora di Malossini, assieme ad una serie di politici democristiani e non. E conferma la condanna di ricettazione continuata per aver intascato diverse somme di denaro elargite dal presidente dell’Autobrennero Enrico Pancheri, a sua volta ricavate da una corruzione continuata, “percependo (il Pancheri, n.d.r.) ‘tangenti’ nella scelta dei soggetti a cui affidare l’esecuzione di progetti di costruzione di tronchi autostradali… nonché l’esecuzione di lavori di manutenzione”. Sintetizzando: Pancheri selezionava un ristretto pool di costruttori fidati cui affidava i lavori dell’Autostrada, questi gli versavano delle tangenti, con cui lui sosteneva vari politici, tra cui Malossini. Questa si chiama corruzione per Pancheri, ricettazione per Malossini, che anche qui viene condannato, anche al pagamento delle spese processuali.

Sono cose vecchie? Risalenti ai tempi di Mani Pulite? Certo. Ma se qualcuno pensa di poter tirare una riga sui comportamenti del passato, fa meglio a ricredersi. Ecco infatti un’altra sentenza definitiva della Cassazione, questa volta del 2013, relativa alle elezioni politiche del 2006. Elezioni cui partecipava Mario Malossini, all’epoca consigliere provinciale; ormai era stato dichiarato redento da Comunione e Liberazione, anzi, da Roberto Formigoni in persona, e prontamente arruolato da Forza Italia, che notoriamente è di larghissime vedute per i reati contro la pubblica amministrazione. E Malossini viene condannato per “illecito finanziamento” ricevuto da tal Renato Vindimian.

Ci sono stati poi altri “incidenti”, tra cui vale la pensa segnalare quando, come consigliere di Palacongressi, fu beccato a far vincere l’offerta, non concorrenziale, della società del figlio; e altro ancora. Ma per descrivere l’uomo bastano le sentenze – definitive - della Cassazione.

Noi siamo come Petrolini, che a chi da un palco in teatro lo disturbava disse “Io nun ce l’ho co’ te, ma co’ quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto”.

Ripetiamo quindi: non ce l’abbiamo con Malossini, ma con un ceto politico che - tutto - ritiene normalissimo annoverare al proprio interno un personaggio con un tale curriculum. E che ritiene sconveniente, una assenza di bon ton, fare dell’onestà una pregiudiziale.