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QT n. 3, marzo 2018 Servizi

La religione è di per sé violenta?

Al tempo dell’Isis, e dopo una storia costellata di crociate, roghi, inquisizioni, si ripropone una domanda di fondo: quanto la violenza è connaturata con la religione? Un dibattito fra il direttore di QT Ettore Paris, Piergiorgio Cattani (redattore e scrittore) e Gaspare Nevola (ordinario di Scienza Politica all’Università di Trento).

Paris

Apriamo il discorso sul rapporto tra religione e violenza partendo da questo interrogativo: la religione (o come sono state storicamente declinate la gran parte delle religioni) implica di per sé una connessione con la violenza (a causa della sua esclusività – “Non avrai altro dio all’infuori di me” - dell’universalismo, del desiderio di convertire gli altri…)? Oppure ci troviamo di fronte a una questione di interpretazione, la religione può essere altrimenti praticata?

Nevola

La religione non si esaurisce certamente nel suo rapporto con la violenza e, viceversa, neppure la violenza si collega solamente alla religione. Tuttavia un legame tra esse sicuramente esiste, presente nei testi sacri, in alcune interpretazioni, nella storia e nella pratica dei movimenti e delle istituzioni religiose. È vero che spesso si dice che sia tutta una questione di interpretazione. A mio avviso però non possiamo risolvere la questione contrapponendo la “verità/autenticità” di una interpretazione alla “falsità/inautenticità” di un’altra. Dico questo perché non esiste un’interpretazione univoca e “corretta”: la plausibilità/validità di una interpretazione, infatti, dipende dagli schemi culturali, motivazionali, di significato che volta a volta diamo alle parole, al messaggio, come pure dal contesto e dalle condizioni di vita in cui ciascuno vive e si forma le idee. Insomma, le interpretazioni – sia quelle più sofisticate e intellettualizzate, sia quelle più semplici ed elementari – nascono e si sviluppano nell’ambiente soggettivo e collettivo, e in ultima istanza sempre culturale, dove le persone, le comunità e le istituzioni vivono. Dunque la questione dell’interpretazione più che chiave per risolvere il problema è essa stessa parte ingombrante del problema. Infatti assistiamo a una lotta, a volte pacifica e dialogica, ma spesso aspra e persino violenta, tra le diverse interpretazioni dei testi. Se guardiamo al punto da questa prospettiva, ritorniamo o rimaniamo dentro a una dimensione culturale-politica: quella dei valori e dei significati in campo, esperiti, costruiti, propagandati in un confronto/scontro tra differenti interpretazioni di una religione e dei suoi testi, per raggiungere l’egemonia culturale-politica o punti di equilibrio tra le varie posizioni.

Cattani

Concordo che la violenza sia insita nell’individuo e nella comunità umana, e quindi non può non avere un legame con la religione, in quanto anch’essa è un fenomeno umano, connaturato con la società. Credo però che anche nella religione si riscontri un’evoluzione storica. Da qui l’importanza delle interpretazioni. Nei testi sacri c’è un notevole tasso di violenza perché nell’antichità la violenza non era percepita come un male da rigettare. E difatti nell’atteggiamento verso i testi c’è stata un’evoluzione storica, per cui alcune parti sono viste come fondamentali, altre meno, alcune addirittura nascoste. Ad esempio, nelle letture liturgiche del cattolicesimo si legge un brano, saltando molto spesso quei passi che parlano di violenza, oppure che potrebbero urtare la nostra moralità.

Nevola Il punto allora è questo: l’evoluzione storica ha portato a una progressiva emarginazione del messaggio violento interno alla religione, per cui certi passi non si leggono, non si citano, o lo si fa malvolentieri; ma questa evoluzione non è specifica della religione. Il fatto è che la violenza all’interno della nostra cultura, occidentale e soprattutto europea, è stata emarginata, è diventata un tabù. Su questo si riflette troppo poco.


Paris

Concordo pienamente. La religione, quando oggi prende le distanze dal messaggio violento, non fa altro che aderire alla cultura della società contemporanea; e questo avviene attraverso una reinterpretazione dei testi sacri. Qui però si apre un’altra questione: attraverso le interpretazioni si fa dire ai testi quello che si vuole, anche il contrario del loro senso letterale: ma, per elaborare un’etica, non sarebbe meglio semplicemente fare a meno dei testi sacri?

Cattani

Mi ricollego a quanto avete detto. Il rifiuto della violenza è un portato recente della nostra cultura occidentale; in altre culture il senso della morte, del sacrificio, della patria, dell’onore, è prevalente. Al di là di tutto, la questione centrale rimane quella dell’interpretazione, cioè del nostro rapporto con la verità. Se la religione crede di possedere esclusivamente la verità, rischia di cadere nella violenza. Deve imporre la sua verità agli altri, deve comminare premi e castighi. Tuttavia, almeno nel cristianesimo, tale visione è molto cambiata in questi ultimi decenni, in particolare nei fedeli. Nella prassi quotidiana dei credenti di oggigiorno le religioni vengono tutte viste come vie verso la verità, tutte utili: quasi nessuno vuole convertire i musulmani, perché si ritiene che pure loro seguano una via verso la verità e che non vadano all’inferno perché non sono cattolici. Questa posizione forse non è immodificabile, si potrà magari tornare indietro, ma adesso lo scenario è quello di un relativismo dialogante, risultato dell’accettazione dei diritti umani e della democrazia. Nel rapporto con la violenza, questa posizione è fondamentale; perché se invece postulo la mia verità come unica e assoluta, allora la tolleranza e la convivenza non sono più possibili, in quanto – se voglio essere una persona veramente religiosa – sono chiamato a imporre la mia visione a tutti, anche con la violenza. Da qui l’importanza decisiva dell’accettazione del pluralismo della verità (e delle interpretazioni): principio che non è ancora accettato da gran parte del mondo musulmano.

Nevola

Sono d’accordo con tale impostazione. Anche se dobbiamo tenere presente che, da una parte, la verità potrebbe ognuno tenerla per sé ed essere indifferente rispetto a quella altrui e, dall’altra, ci può sempre essere il “pazzo” che vuole affermare la propria verità. Così, di fronte ad episodi di violenza connotati da simboli o motivati da richiami religiosi, rispunta la tesi, molto diffusa, secondo cui la classica religione monoteista, per come è stata vissuta nei secoli, contiene violenza, è matrice di violenza più o meno latente che, a certe condizioni, produce atti di violenza.


Paris

Non è l’idea stessa del dio giudice, di quello che somministra “pianto e stridor di denti”, intimamente violenta? Con il risultato che, a seconda delle culture, mette al rogo gli eretici e lapida le adultere su questa terra, mentre nell’altro mondo condanna a supplizi vari i responsabili di colpe estremamente variabili e cangianti. Il concetto di giustizia comporta la punizione del reo e quindi la violenza; quello di giustizia divina ne rigetta la storicizzazione, la relativizzazione, l’accettazione della propria fallacità. È una violenza al quadrato. Non è questo l’humus culturale ideale per la teorizzazione e la pratica della violenza su larga scala, di gruppi e di istituzioni?

Cattani

Io contesterei questa ricostruzione. A mio avviso è vera soltanto in parte. Una certa tradizione del monoteismo rimanda a Dio – al giudizio dell’ultimo giorno – la divisione tra giusti e ingiusti. Agli uomini non spetta l’ultima parola (da questo punto di vista la Chiesa non ha mai condannato formalmente qualcuno all’inferno). Ci sono moltissimi passi del Nuovo Testamento (ma anche dell’Antico) che invitano a non giudicare prima del tempo. Nel Vangelo ci sono molti detti di Gesù per cui “piove sui giusti e sugli ingiusti”, per cui il giudizio è lasciato a Dio: Cristo non ha mai invitato a imporre agli altri la sua verità. E non ha lapidato l’adultera, ma ha affermato semplicemente: “Neanche io ti condanno”. Certamente non nego che molta parte della storia del cristianesimo è insanguinata ad opera di chi voleva raddrizzare il mondo secondo la propria visione, per portare la propria “salvezza” ad ogni costo.

Nevola

Beh, questa visione “tollerante” può esserci stata, ma per lungo tempo in termini davvero minoritari. Tornando al rapporto tra religione e violenza vorrei concentrarmi sull’”estremismo”. Nemmeno esso, come lo vediamo per esempio oggi, ci dice tutto sulla questione della relazione religione/violenza. L’estremismo infatti è spesso un fenomeno di piccole minoranze o solo estremismo di linguaggio. A fungere da raccordo tra religione e violenza, a spingere contenuti o motivazioni religiose verso una deriva - chiamiamola così - violenta, a pesare in questa direzione, spesso sullo sfondo, è il malessere che c’è in una società: un senso di ingiustizia, frustrazione, dolore e rancore. Questo malessere non è solo economico, ma è anche sociale, riguarda le relazioni sociali tra le persone e tra i gruppi, è anche un malessere culturale e cioè riguardante significati e valori che circolano in una società e contrapposti a quelli invocati. Questo malessere è anche una “assenza del noi”: assenza di una comune appartenenza, di un senso della comunità, un deficit di dignità umana condivisa e solidale. Questo malessere, che riguarda il significato e i valori del vivere collettivo e della vita personale, trova spazio tanto nelle società o gruppi permeati di cultura religiosa (compresi i contesti islamici), quanto nelle società occidentali secolarizzate e politicamente organizzate dentro una cornice di democrazia “disincantata”.

Cattani

Su questo punto vorrei aggiungere una cosa ricollegandomi alla riflessione dello studioso francese Olivier Roy. Secondo la sua impostazione gli estremisti, gli jihadisti non sono troppo religiosi, ma lo sono troppo poco, o meglio, vivono una grandissima crisi che, prima di essere religiosa, è culturale. Però, si badi bene, Roy non fa coincidere la scelta estremista con il fallimento dell’integrazione. Il fenomeno è più complesso, non ci sono cause oggettive e univoche per descriverlo completamente. Lo studioso francese offre alcune chiavi di lettura che, dalla dimensione individuale e familiare, giungono fino al livello collettivo, sociale, politico, culturale e storico. La religione conta sicuramente, ma resta sullo sfondo.

Nevola

Le analisi di Roy sono apprezzabili. Ma non mi convincono del tutto su un aspetto centrale. L’analfabetismo religioso di cui egli parla e che attribuisce all’estremismo violento dei jihadisti riflette, tra le altre cose, un giudizio “intellettuale” sul profilo di coloro che seminano morte in nome di Allah. Nel fenomeno della violenza armata religiosa fatta esplodere in questi anni soprattutto da terroristi islamici, ciò che a mio avviso non dobbiamo trascurare è il fatto che spesso questi giovani terroristi seminano morte e si immolano per quella che essi sentono e vivono come fede religiosa genuina. Insomma, secondo me, i termini della motivazione soggettiva contano per spiegarci il fenomeno, anche se provengono da individui o gruppi culturalmente poveri, da”credenti analfabeti”.


Paris

Forse i problemi si risolverebbero se la religione rimanesse una questione privata; diventando pubblica, facilmente pretende di plasmare la vita anche degli altri…

Nevola

La valenza pubblica della religione mi pare un dato di fatto. Essa è figlia del post-illuminismo contemporaneo ed è figlia del post-secolarismo. Ed è anche nutrita dagli scenari di religioni con forte attivismo e presenza pubblica e politica. In molte aree del mondo la religione non è distinta dalla sfera pubblica: fino a poco tempo fa, i cittadini delle società occidentali osservavano da lontano questo fenomeno di indistinzione tra religione e politica, ma oggi, dopo la rivoluzione iraniana, dopo l’Afghanistan ecc., alla luce di imponenti processi migratori e la copertura mediatica di tutto questo, incrociamo questa indistinzione/sovrapposizione, e la visione del mondo da cui è nutrita, dentro le nostre città, nelle persone che incontriamo. Non credo che sarebbe meglio che la religione restasse una questione rigidamente privata: perché tocca e condiziona cose e valori troppo importanti della vita personale e di quella collettiva. Credo piuttosto che si tratti di trovare i modi, e i limiti democratici e pacifici attraverso i quali assicurare alla religione presenza e ruolo pubblici. Ciò anche in virtù del fatto che credenti, non credenti e “variamente credenti” condividono importanti “valori ultimi”, quali ad esempio quelli che rimandano ai diritti umani. In questo senso, un recupero critico del diritto naturale a fronte del diritto positivo è, a mio avviso, una sfida intellettuale e culturale per i nostri tempi, da raccogliere con serietà.

Vorrei però aggiungere un punto rilevante che riguarda il ruolo delle religioni nella ricerca della giustizia. Dalle origini, le religioni hanno un’istanza di apertura al cambiamento rispetto alle iniquità della vita umana, e in quanto tali hanno implicito un “principio di rivoluzione”: Cristo è rottura, mutamento. E quando si propone il cambiamento, si devono fare i conti anche con la violenza. Cristo stesso è una figura simbolica complessa: soggetto di violenza scatenata e oggetto di violenza subita. Questo all’origine. Poi subentrano le istituzioni, le interpretazioni, le organizzazioni, gli adattamenti, di cui la Chiesa cattolica è stata maestra.

Cattani

Storicamente le religioni hanno sostenuto il potere esistente. Erano tutt’uno con esso. Specie quelle orientali, che cercano l’armonia cosmica, sono quietiste (anche se hanno appoggiato regimi violenti e autoritari) e privilegiano il mantenimento di gerarchie e assetti terreni. L’istanza rivoluzionaria – un’invenzione moderna – nasce in un contesto ebraico-cristiano. Per la prospettiva biblica la salvezza è sempre davanti, come la terra promessa. Esiste un’attesa di compimento. La teologia cristiana parla del “già e non ancora”, nel senso che la redenzione operata da Cristo deve in certo senso essere completata. Sono religioni rivolte al futuro, con una forte spinta al cambiamento.

Nevola

Ribadisco il concetto. Il messaggio religioso, certamente quello cristiano ma più in generale quello monoteista, possiede un contenuto e un’apertura verso il futuro “rivoluzionari”, anche se le sue dottrine e le sue chiese o istituzioni non sempre lo esprimono. È difficile negarlo ed è culturalmente impoverente trascurarlo o dimenticarlo. Il messaggio religioso, nel senso qui delimitato, critica il mondo esistente, le sue disuguaglianze, le divisioni tra forti e deboli, le ingiustizie, la miseria, la sopraffazione e l’emarginazione. E per contrasto dipinge un “altro mondo”: un mondo di giustizia. Basta solo questo per dire che i messaggi religiosi contengono domande di cambiamento, nonostante talora restino latenti o siano solo consolatorie. Cambiamenti verso fini illuminati dai valori umani da realizzare: alla luce di valori che guardano alla dignità umana e che si ritengono guidati da una fede e da un Dio.

In una direzione analoga vanno anche i messaggi veicolati dall’utopia, spesso inquadrati in ideologie o religioni secolari. È sulla base di questa impronta rivoluzionaria e della sua apertura verso il futuro che una religione (come anche un’utopia o un’ideologia) contiene una visione dell’agire secondo cui il cambiamento può giustificare la violenza: il primo è il fine, la seconda diventa il mezzo cui può diventare necessario ricorrere. Tutto ciò stride con la nostra cultura e con la nostra scala valoriale: i ricordi scolastici ci riportano al cattivo e cinico Machiavelli che non possiamo più accogliere tra di noi. A maggior ragione, allora, la violenza come mezzo che giustifica il fine viene respinta da ogni quadro religioso. Traspare qualcosa che può sembrare paradossale nella dimensione rivoluzionaria della religione, contraddittorio nell’intreccio tra violenza e perseguimento di un mondo di giustizia. Ma non lo è, almeno dal punto di vista di un pensiero “radicale”, ossia che va alla radice delle cose. Pertanto, più che di paradosso o contraddizione, parlerei in proposito di tragedia: di condizione tragica dell’essere umano (essere limitato) e della sua consapevolezza morale e di senso di giustizia (illimitati). Da questa condizione tragica si può arrivare a consapevolezza anche nel corso del vivere quotidiano. Ma questa condizione tragica, soprattutto, alimenta i sogni: di un mondo nuovo, di un paradiso, di un sol dell’avvenire, così come alimenta l’utopia, gli ideali, i miti, ora ancorati a fedi religiose ora a ideologie.

In sintesi: vedo dentro una credenza religiosa genuina un principio rivoluzionario; che è prodromico alla violenza. Questo è un aspetto tragico della storia umana: la spinta all’utopia, alla giustizia, porta (o può portare) alla violenza. So che è un’affermazione forte, ma penso seriamente che oggi, avendo messo un tabù sulla violenza, lo abbiamo messo anche alla rivoluzione, al cambiamento radicale, e ci adeguiamo all’adattamento a un mondo che spesso non ci piace o che non dovrebbe piacerci. E così anche gli ideali si affievoliscono. Nel mondo occidentale con tutto ciò abbiamo guadagnato anche qualcosa. Ma forse abbiamo pure perso qualcosa, senza dimenticare che ciò che abbiamo guadagnato è passato anche attraverso lotte, violenze, rivoluzioni. In altre parti del mondo le cose vanno assai diversamente. La sfida dell’Islam, quello radicale in primis, sta anche in questo. Poi, certo, c’è anche l’economia, il potere, gli interessi. Come spesso capita tra gli esseri umani.

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