CasaPound e noi “Paolo Berizzi, Il libro segreto di CasaPound” Milano, Fuoriscena, 2025, pp. 203, € 17.
“La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. E dagli orrori del fascismo siamo arrivati alla metapolitica di CasaPound svelata dal giornalista Paolo Berizzi. I camerati ne escono a pezzi. I legali dell'organizzazione si sono prodigati, fino all'ultimo, per bloccare la diffusione de Il libro segreto di CasaPound, formalmente per beghe sul simbolo, ma il disperato tentativo di salvare la faccia è colato a picco insieme ai veti di non acquistare, di non leggere e di non parlare. Complici le anticipazioni sui nomi di 80 insospettabili finanziatori – gli Unici - e l'appeal della censura, il volume ha scalato la classifica e resta tra i saggi più venduti e tra quelli sorprendentemente più divertenti, perché sotto la scorza della testuggine, tutta disciplina militare e obbedienza, sembra celarsi un ventre molle di convenienze piccine, di traditori à la carte e di risvolti(ni) a luci rosse.
Procediamo con ordine. La storia inizia con un pizzino nel 2020, quando l'inviato speciale del quotidiano la Repubblica - che già viveva sotto scorta per le minacce della galassia nera - riceve l'invito per una chiacchierata. Verificata la fonte, seguono molti incontri protetti e il racconto finisce cinque anni più tardi in tutte le librerie sotto l'insegna di Fuoriscena, un marchio dedicato alla saggistica d’intervento, al giornalismo investigativo e alla narrativa civile e sociale.
Il flusso di coscienza del militante sull'orlo di una crisi di vocazione riempie quasi 200 pagine. Dopo vent'anni di Miles e saluti del legionario, di riunioni, solstizi e commemorazioni con Sergio Ramelli e Acca Larentia in testa, di riti pagani, tempietti e campi di addestramento, di attacchinaggio, presentazioni di libri, rune e svastiche, spedizioni punitive, schiaffoni educativi e naturalmente di machismo, misoginia e omotransfobia; “il nostro” vacilla sotto il peso degli errori e dei giochetti di potere, dell'inconcludenza politica, ma soprattutto del venir meno dell'Idea dei fascisti sociali a sostegno degli ultimi (italiani) e a tutela dell'ambiente. “Abbiamo ripulito boschi, spiagge, parchi. Anche se poi, come al solito, si parte con buoni propositi e nobili intenzioni e si finisce sputtanando tutto” (p. 153).
CasaPound oggi tira a campare e il libro più che un memoir dell'appartenenza è un catalogo di passi falsi e di casi umani. Dalle sabbie mobili si salva – per modo di dire – solo uno: Simone Di Stefano, storico segretario e volto pubblico, fedele, duro e puro, contrario alla celebrazione della violenza fine a sé stessa, leader naturale in amicizia prima e in contrapposizione poi a Gianluca Iannone, il dominus che “alle comodità di una vita borghese ha preferito la militanza, la strada, l'Idea” (p. 17). Di Stefano “è l'unico che ha avuto un rapporto personale con Giorgia Meloni” (p. 68). Nel 2022 rassegna le dimissioni, l'oblio delle cronache romane lo inghiotte, resta un unicum nella parabola ingloriosa dell'organizzazione di estrema destra.
Non che ci si aspettasse nulla di diverso: “Dopo il 2018 CasaPound, complice la narrazione dei media, sembrava essere diventata un covo di reietti che cercavano un senso di comunità attraverso lo spirito di condivisione non del fascismo, ma del disagio” (pp. 182-183). Alla prova delle urne i camerati si erano fermati all'1% alle Politiche del 2018 e l'anno successivo hanno racimolato lo 0,33% alle Europee. Fin troppo per un'organizzazione che andrebbe sciolta, come prevede la legge Scelba (n. 645/1952) - che vieta la riorganizzazione del partito fascista - e come chiedono l'Anpi e altre associazioni da anni.
Al di là dei percorsi personali e delle iniziative imprenditoriali (il marchio Pivert), culturali (Altaforte Edizioni) o giornalistico-propagandistiche (Il Primato Nazionale), l'occupazione della “Torre” è ciò che rimane realmente in vita del patrimonio materiale e simbolico di CasaPound. L'edificio, di proprietà dell’Agenzia del Demanio, al civico 8 di via Napoleone III a Roma, tra la stazione Termini e la Basilica Papale di Santa Maria Maggiore, è la sesta priorità del Piano sgomberi varato nel 2022 dalla Prefettura. Porta la firma di Matteo Piantedosi, apposta poco prima della nomina a ministro dell'Interno in quota Lega. Basterebbe chiudere acqua e luce, e non si capisce perché in ventidue anni nessuno, dal Campidoglio a Palazzo Chigi, abbia staccato le utenze. Tra capi, capetti e militanti ci vivono una ventina di nuclei familiari: al primo tentativo di irruzione, minacciano di far saltare la palazzina con le bombole del gas. Non è chiaro il confine tra millanteria e pericolo concreto.
È un po' più definito invece il radicamento nostrano di CasaPound. Il coordinatore regionale è il capo ultrà dell'Hockey Bolzano, tale Andrea Bonazza, Bonny per gli amici: “Ha fama di prepotente e violento, viene dal Veneto Fronte Skinheads e, da quando lo conosco, è sempre stato un picchiatore” (p. 84). Con questo curriculum Bonazza entra nel Consiglio comunale bolzanino nel 2015, ci torna a furor di popolo nel 2016 e fa parte delle commissioni Cultura, Sociale, Giovani e Sport, Lavori Pubblici e Protezione Civile. “Sono un amante della lettura, come penso moltissimi qua dentro, amo tutti i testi a prescindere da chi siano scritti o da quale forma politica o ideologica vengano scritti”, dichiara durante una seduta consiliare nel gennaio 2020. Il video è disponibile sul suo canale YouTube e il titolo è un manifesto fatto e finito: “Salvare i libri e recuperare la cultura”. Dai Bücherverbrennungen al riciclo dei libri lasciati in discarica, ne è passata di acqua sotto i ponti del Südtirol!

Trento, sulla carta, sembrerebbe meno sensibile alle sirene nere: è “una città a noi ostile, dove i rossi sono più radicati” (p. 84). Eppure il 9 novembre 2013, al civico 56 di via Marighetto, Il Baluardo ha alzato la serranda. Un pub nella forma, la sede trentina di CasaPound nella sostanza: “Pioveva a dirotto, centinaia di camerati da tutta Italia erano accorsi per festeggiare questa trincea e per chiarire fin da subito che il nome Baluardo non era certo casuale. Compagni, anarchici, Anpi e sinistra quel giorno - e nei mesi successivi - tentarono di rovinarci la festa. Prima dissero che CasaPound non avrebbe mai aperto, poi che saremmo durati un paio di mesi. Fino ad oggi, sono successe così tante cose che alcune le abbiamo dimenticate, altre le abbiamo stampate nel cuore, abbiamo perso fratelli, ne abbiamo accolti di nuovi, abbiamo dimostrato che nulla è impossibile quando c’è la volontà, sacrificio e coraggio, abbiamo ingrandito gli spazi e dimostrato - se mai ce ne fosse stato bisogno - che a Trento non chiediamo permesso a nessuno” (dal profilo Instagram, 6 novembre 2025). A meno che non sia tutto abusivo, come in via Napoleone III a Roma, qualcuno in Comune a Trento dovrà pur aver chiesto e ottenuto qualche permesso: o no? Alla Giunta Ianeselli e ai suoi uffici la verifica e l'ardua sentenza...
In generale, il momento e l'attuale contesto politico hanno reso l'accoglienza e la discussione più aspre. Oltre alla caccia all'infame, “Il libro segreto di CasaPound” ha prodotto reazioni anche dentro il Parlamento: i partiti di opposizione hanno incalzato l’esecutivo su rapporti e tutele, con richieste di chiarimenti sul ruolo di persone citate, per nome e cognome. In questa cornice, la dimensione simbolica — carta vs potere, libertà di stampa vs pressione legale e sociale — ha finito per sovrapporsi al contenuto, amplificando la risonanza di molti passaggi del memoriale.
Il libro di Berizzi, con la sua struttura narrativa incalzante, fa ciò che dovrebbe fare un reportage: mostra, non predica. Offre un frammento del presente e lo lascia esplodere davanti gli occhi dei lettori. La politica e i media fanno e faranno la loro parte — con la solita alternanza di indignazioni a tempo e di difese d’ufficio — ma ciò che resta, alla fine, è la domanda che ogni buon editoriale dovrebbe consegnare: che cosa siamo disposti a fare, davvero, con ciò che ora sappiamo?