Serbatoio del Vanoi, la battaglia continua
Da Canal San Bovo a Cittadella, una serie di dibattiti: ma tra sordi
Il due di settembre, con la pubblicazione sul sito web del Consorzio di bonifica Brenta di Cittadella della Relazione di sintesi dello Studio di fattibilità delle alternative progettuali (DOCFAP), si è aperto il dibattito pubblico obbligatorio sul progetto di realizzazione di un invaso sul torrente Vanoi per la tutela dell’irrigazione nel territorio che insiste sulle province di Vicenza, Padova e, limitatamente, Treviso.
Gli incontri di presentazione e discussione, in cui la parola è concessa ex lege solo a portatori di interesse di carattere collettivo, accreditati in circa 200, si sono svolti online ed in presenza a Canal San Bovo (TN), Valbrenta (VI) e Cittadella (PD), registrando intensa e battagliera partecipazione su entrambi i fronti.
L’evento in terra trentina, che ha visto l’adesione di molti soggetti bellunesi, pronti a stigmatizzare l’assenza di coinvolgimento del proprio territorio – il più esposto ai rischi di “dam break” (crollo della diga) – si è manifestato in un massiccio e unanime respingimento del progetto, suggellando un’inedita alleanza tra amministrazioni e genti della montagna, finalmente unite di fronte al materializzarsi di una pressante minaccia esterna.

Certo ha aiutato qualche sindaco a schierarsi, infine, la netta presa di posizione della Giunta provinciale di Trento, che ha diffidato il proponente dal proseguire con la progettazione, calpestando essa le prerogative autonomistiche in tema di pianificazione e governo del territorio; le precedenti mozioni dei consigli provinciali delle “terre alte” di Trento e Belluno erano d’altronde state esplicite nel rivendicare la propria giurisdizione e nell’evidenziare le notevoli problematiche connesse alla realizzazione di un nuovo sbarramento.
A Valstagna, vista la malaparata, il Consorzio ha puntato tutto sulla sicurezza idraulica: oltre al soddisfacimento del fabbisogno idrico della pianura, la laminazione delle piene del fiume Brenta è un altro obiettivo primario dell’opera. Lo staff tecnico di ingegneri e geologi che ha realizzato il DOCFAP si è detto d’altra parte sicuro di poter fugare ogni eventuale dubbio relativo al fragile contesto idrogeologico della Val Cortella, dove scorre la parte bassa del torrente Vanoi, confermando il pregiudizio del mandato progettuale che traspare dalla valutazione comparativa delle alternative proposte.

A supporto delle ragioni dell’ormai transfrontaliero Comitato per la Difesa del Torrente Vanoi e delle Acque Dolci sono intervenuti numerosi gruppi ambientalisti del bassanese, che hanno messo in luce la lacunosa gestione della risorsa acqua da parte della regione Veneto, nonché la scarsa propensione al risparmio idrico da parte di grandi e piccoli utilizzatori.
Si è posta la domanda: la crisi climatica si affronta con le tecnologie o con i comportamenti?
La partita “in casa” del Consorzio a Cittadella ha visto di converso un impressionante parterre di rappresentanze sindacali, sia della politica locale che della filiera agricola, tutte tese ad enunciare enfaticamente la necessità di un grande serbatoio in montagna, perché “ci serve più acqua, punto”. Nel contesto di un'assoluta insensibilità per le esigenze e le preoccupazioni dei nostri territori di montagna, il presidente del Consorzio è arrivato a dire che “ci vorrebbero alcuni anni di intensa siccità, che si seccasse tutto in pianura, così nell'emergenza la diga verrebbe costruita in quattro e quattr'otto”. È come se noi affermassimo che dovrebbero crollare ancora un paio di dighe affinché questi si convincessero che non sono la soluzione.
“Tanto peggio, tanto meglio” è un atteggiamento cinico ed irresponsabile, che la dice lunga sull’indole e la cultura dei nostri interlocutori, orientati ad un primitivo confronto "mors tua vita mea" anziché ad una composizione cooperativa dei reciproci interessi.
I 60 giorni di tempo per la raccolta delle osservazioni scritte scadono il 4 novembre prossimo: la documentazione tecnica da analizzare è vasta e complessa, ma diversi enti ed associazioni sono da tempo al lavoro per “aiutare” il Responsabile del dibattito, di nomina ministeriale, nell’elaborazione di un ponderoso “Quaderno delle osservazioni” cui il proponente è tenuto a rispondere, ma delle quali può bellamente non tener conto (sic!) nella sua decisione di procedere con la progettazione definitiva.
Le quattro dighe sul torrente Vanoi

Fino alla primavera di quest’anno il dibattito sul progetto della diga del Vanoi è stato incentrato su un’opera prevista al confine tra Veneto e Trentino: uno sbarramento alto 116 metri poggiante con una spalla nel comune di Canal San Bovo e l’altra in quello di Lamon (Belluno), producente un serbatoio a preminente scopo irriguo della capacità di 33 milioni di metri cubi.
Rispetto al progetto del 1985, rielaborato nel 2020 ed etichettato come ipotesi A, lo Studio di fattibilità delle alternative progettuali introduce altre tre soluzioni, che vengono confrontate con la cosidetta “Opzione zero” in un’analisi multicriteria.
L’alternativa B risulterebbe in una diga un poco più bassa, un poco più sicura, un poco meno costosa e con un bacino di minore capacità; nelle alternative C e D si cambia invece di location, posizionando l’opera più a monte in un’altra strettoia della Val Cortella, esclusivamente in provincia di Trento. Ci troviamo nei pressi di Pian de Mottes, dove sono ancora presenti le vestigia della casa cantoniera dell’ex-SP80 e di altre presenze umane nella valle. Qui sono state conferite enormi quantità dei materiali di scavo della galleria del Monte Totoga, il tunnel che ha dato nel 1994 una prospettiva di sviluppo e “resistenza” allo spopolamento alla vallata del Vanoi.
La soluzione C, quella che esce vincente dalla matrice di valutazione che contempla geologia, risorse idriche e idraulica, aspetti ambientali, socioeconomici e cantieristici, prevede una porzione della diga in calcestruzzo a gravità incassata in alveo ed una porzione in terra zonata sopra il pianoro esistente in sponda sinistra.
La capacità dell’invaso sarebbe di 20/25 milioni di metri cubi su tre chilometri di torrente: lo sviluppo longitudinale della diga di ben 330 metri, il costo stimato in ca. 200 milioni di euro, compresi i lavori di ripristino della strada di accesso. Come le altre alternative, anche questa necessita di uno schermo di tenuta idraulica al fine di garantire l’impermeabilizzazione della sezione di sbarramento. Tutto lo spessore dei depositi presenti in corrispondenza del pianoro dovrà infatti essere trattato mediante iniezioni di cemento. Le opere accessorie: una casa di guardia, uno scarico di superficie, uno scarico di mezzo fondo, uno scarico di fondo, uno scarico di esaurimento, una presa per la centrale idroelettrica sul DMV/DE, una vasca di dissipazione, uno scarico sghiaiatore, un’avandiga in calcestruzzo e tre briglie in coda all’invaso.

Con la soluzione D la diga sarebbe invece tutta in calcestruzzo, in posizione più arretrata, arrivando ad una capacità di bacino di 30 milioni di metri cubi d’acqua ma costando qualcosa come 90 milioni di Euro in più.
In definitiva, che si abbassi la diga (alternativa B) o che si trasli l’invaso più a monte, avvicinandosi all’abitato di Canal San Bovo (ipotesi C e D), la sostanza non cambia: l’ambiente fluviale alpino del Vanoi verrebbe ugualmente annichilito da un enorme serbatoio da riempire e svuotare a seconda dei bisogni irrigui di territori lontani, senza alcun effetto positivo per le popolazioni locali. Il risultato della “Opzione zero” nella valutazione comparativa tra le alternative è artificiosamente reso negativo, attribuendo, su scala di bacino, superiori vantaggi a valle rispetto ai danni che si farebbero a monte.
Il grosso limite di questo DOCFAP è che non viene proposta alcuna valutazione delle alternative alla costruzione della diga, che sono ben note al soggetto proponente, orientato piuttosto ad esternalizzare i costi ambientali e socioeconomici del soddisfacimento delle proprie esigenze, e sono invece oggetto di studio e riflessione da parte dell’ormai ampio fronte di opposizione all’opera.
Le alternative alla grande opera
Opzioni diverse ci sono e sono incredibilmente meno costose: dalla ricarica della falda freatica - l'enorme lago naturale che raccoglie l'acqua sotto la pianura, oggetto di sfruttamento non sempre controllato - allo sghiaiamento dei laghi artificiali esistenti, la cui capacità si è fortemente ridotta nei decenni a fronte di insufficienti azioni manutentive; dalla realizzazione di opere di tesaurizzazione (accumulo) più piccole e distribuite in prossimità dei grandi utilizzatori fino al trattamento delle acque reflue per un loro riutilizzo per l'irrigazione di colture agricole.
Il tema che non si vuole affrontare è quello della necessaria diminuzione del fabbisogno idrico del Consorzio, ottenibile tramite il miglioramento dell’efficienza irrigua e la variazione, ove possibile, delle colture agronomiche in conseguenza del cambiamento climatico.
Questi concetti, oltre alle preoccupazioni espresse dalle popolazioni delle comunità di Primiero, del feltrino, del bassanese e ormai anche del padovano, sono raccolti in una petizione avviata in agosto dal Comitato per la Difesa del Torrente Vanoi che si sta avvicinando all’obiettivo fissato in 10.000 firme, da consegnare ai referenti di tutti i livelli istituzionali da Trento e Venezia a Roma e Bruxelles.
Il compianto presidente dell’Associazione Pescatori Dilettanti Primiero, Mario Scalet, aveva creato un gruppo di lavoro interregionale per il recupero e la valorizzazione della Val Cortella come oasi ittica ed escursionistica: a noi il lavoro di promuoverne la continuazione, conservando e proteggendo quella stretta valle alpina tra le pochissime a vedere ancora un corso d'acqua scorrere libero, in un contesto di alta naturalità e scarsa antropizzazione, caratterizzato da un suo selvatico Genius loci, mai arresosi al cospicuo sfruttamento delle acque a scopi idroelettrico e irriguo che interessa già il restante bacino imbrifero.
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Daniele Gubert è un attivista del “Comitato per la Difesa del Torrente Vanoi e delle Acque Dolci”