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E io ti brevetto!

I molti rischi dell'ingegneria genetica. Da L'altrapagina, mensile di Città di Castello (Perugia).

Tamino Gianni

Si parla molto di rivoluzione biotecnologica, ma in realtà l’uomo utilizza le biotecnologie da migliaia di anni; infatti per biotecnologie si intende un insieme di tecniche che permettono di produrre beni e servizi mediante organismi viventi, cellule e loro costituenti; quindi sono biotecnologie la produzione del vino, della birra, del pane, dello yogurt, ecc. Ma evidentemente quando si parla di rivoluzione biotecnologica ci si riferisce alle cosiddette biotecnologie innovative, caratterizzate soprattutto dall’ingegneria genetica. Grazie alle tecniche di manipolazione dell’informazione genetica è oggi possibile inserire, se necessario modificandoli, geni provenienti da una certa specie nell’informazione genetica di un’altra specie completamente diversa: geni animali in batteri o piante, geni umani negli animali, e così via, producendo in tal modo piante e animali "transgenici".

Questi nuovi organismi non presenti in natura, frutto di un’azione dell’uomo sul loro Dna (acido desossiribonucleico, la molecola che contiene i geni), sono anche detti "organismi modificati geneticamente", o semplicemente Omg.

Un particolare tipo di manipolazione genetica, recentemente applicata agli animali, è la clonazione. La clonazione consiste nell’inserimento di un nucleo di una cellula di una parte del corpo non destinata alla riproduzione (ad esempio della pelle o di un organo interno) in una cellula uovo (le cellule riproduttive femminili, che insieme con gli spermatozoi costituiscono le cellule germinali) svuotata del proprio nucleo; se tale cellula sopravvive all’intervento e riesce ad attecchire in un utero ospite (nel caso di mammiferi), può dare origine ad un nuovo organismo con le stesse caratteristiche dell’individuo a cui apparteneva la cellula inserita: dà cioè origine ad un suo "clone". E’ il caso della famosa pecora Dolly.

Una clonazione, simile a quella che avviene casualmente nell’uomo con la nascita di due gemelli monovulari, si può anche avere separando le cellule che si ottengono dalle prime divisioni dell’ovulo fecondato.

La produzione di microrganismi, piante e animali transgenici e di loro cloni, come pure le modifiche su cellule umane per scopi terapeutici, interessano soprattutto le industrie chimico-farmaceutiche e agro-alimentari, che hanno investito molto denaro in queste nuove tecnologie e per queste ragioni chiedono di poter brevettare i loro "prodotti".

Queste produzioni e la richiesta di brevettare tali organismi o tali tecniche ha provocato una diffusa preoccupazione, fino ad un notevole allarme nell’opinione pubblica, per le conseguenze a livello ambientale e sanitario di una incontrollata diffusione di organismi modificati geneticamente, nonché per gli interrogativi di natura etica che tali manipolazioni suscitano. Infatti se da una parte può risultare chiaro il motivo economico che spinge le multinazionali ad investire in questo settore nella speranza di forti guadagni futuri, non altrettanto chiaro risulta il bilancio costi-benefici per la collettività. L’esperienza già fatta con le industrie chimiche e con il nucleare non può che destare forti sospetti per tecniche che potrebbero essere ancora più sconvolgenti per gli equilibri ambientali e per la nostra salute.

Le tecnologie attualmente impiegate, seppure sorprendenti per i clamorosi risultati ottenuti, sono infatti ancora molto imprecise e manca la capacità di effettuare una valutazione delle conseguenze e dei rischi nel tempo e nello spazio (diffusione nell’ambiente naturale di un organismo modificato geneticamente che si riproduce per più generazioni).

Le obiezioni che in questi anni sono state fatte da molti scienziati e studiosi di filosofia e bioetica alla proliferazione di organismi manipolati, possono essere così riassunte: per quanto avanzata, l’ingegneria genetica non è in grado di operare con precisione e il Dna iniettato si integra nel genoma del nuovo organismo senza possibilità di prevedere le interazioni con gli altri geni e con la fisiologia dell’organismo.

Conseguentemente, alcune piante prodotte per scopi alimentari possono risultare tossiche o produrre allergie, anche dopo un certo tempo dalla loro diffusione (come è accaduto nel caso della soia, nella quale è stato inserito un gene proveniente dalla noce del Brasile); gli organismi transgenici sono spesso deboli, malati o sterili e anche i loro prodotti potrebbero avere effetti indesiderati sulla nostra salute.

I nuovi organismi manipolati non hanno subìto il vaglio della selezione naturale e contengono combinazioni genetiche che non si sarebbero mai potute verificare in modo naturale: le conseguenze di una loro diffusione in natura non sono valutabili e si potrebbero determinare sconvolgimenti negli attuali equilibri naturali, formatisi lentamente, generazione dopo generazione, in milioni di anni; l’introduzione di specie animali e vegetali transgeniche per usi zootecnici e agricoli ridurrà ulteriormente la diversità genetica; è comunque necessario chiederci se e come è eticamente lecito intervenire sul genoma di piante ed animali e, nel caso di questi ultimi, porci il problema di quale vita sarà loro destinata, tenuto conto che non si deve ignorare il problema del loro benessere.

Un discorso a parte va fatto poi per l’ipotesi di ibridi uomo-animale. Già da anni sono stati prodotti maiali e topi con geni umani per scopi di ricerca, ma esiste anche la prospettiva di una produzione in serie mediante clonazione per avere organi di ricambio da trapiantare. Sicuramente possiamo dire che dal punto di vista biologico e sanitario questa ipotesi è estremamente pericolosa. Infatti eventuali organi di animali, anche se "umanizzati", contengono virus e porzioni di Dna che potrebbero essere letali per gli uomini; inoltre l’introduzione di un organo animale ("xenotrapianto") porta alla diffusione di cellule animali nel resto del corpo e quindi alla formazione di un ibrido uomo-animale (definito "chimera post-trapianto" dallo scopritore, T. E. Starzl, autore nel 1992 di un trapianto di fegato di babbuino in un uomo, morto dopo 70 giorni con infezioni diffuse su tutto il corpo).

Abbiamo finora parlato di manipolazioni su microrganismi, su piante o su animali, ma tutto ciò che si può fare su un animale è tecnicamente possibile anche sull’uomo, e questo vale sia per l’introduzione, già praticata, di nuovi caratteri nelle cellule somatiche (per curare in modo localizzato malattie genetiche senza possibilità di trasmettere il carattere ai figli), sia per un’eventuale manipolazione della linea germinale, i gameti, con effetti permanenti sulla discendenza.

Quest’ultima ipotesi viene ritenuta sia dagli esperti di bioetica che dagli scienziati inaccettabile, ma è tecnicamente possibile e già oggi qualcuno parla di pre-determinare le caratteristiche dei figli.

Analogo discorso si può fare per la clonazione: se è praticabile su altri mammiferi, tecnicamente si può fare anche sull’uomo. Per questa ragione è importante dire chiaramente no non solo alla clonazione umana, ma anche a quella animale, perché prima o poi in qualche laboratorio qualche cosiddetto "scienziato" sarebbe tentato di trasformare in realtà l’incubo descritto da Aldous Huxley nel romanzo "Il mondo nuovo". Ed è necessario dire no alla clonazione animale anche per altre ragioni etiche e scientifiche. La clonazione equivale a una forma di riproduzione asessuata diffusa naturalmente nei vegetali, le cui cellule mantengono la possibilità di riprodurre tutta la pianta. Tuttavia tale potenzialità si è persa nel corso dell’evoluzione che ha portato agli animali superiori. Bisogna tener conto che come la trasformazione degli animali in "macchine produttive" negli allevamenti intensivi, resi da erbivori carnivori, anzi cannibali, ha portato alla Bse (la cosiddetta "mucca pazza"), così il ricorso alla clonazione per ottenere una riproduzione in serie di "animali-macchine" potrebbe avere conseguenze difficilmente prevedibili. Per questo è opportuno applicare il principio di precauzione sancito a Rio de Janeiro nel 1992 e contenuto anche nel trattato dell’Unione Europea, in base al quale non si dovrebbero realizzare processi produttivi le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili e i cui rischi non prevedano adeguate forme di prevenzione.