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Il Principe che ha tradito

Piergiorgio Cattani, Ho un sogno popolare. Il racconto di un’esperienza politica in Trentino tra il PPI e la Margherita. Ancora, Milano, 2001, pp.211 , Euro 9,30.

Andrea Grosselli

Piergiorgio Cattani contro il Principe Dellai, proprio come Davide contro Golia? Ad una prima lettura, il libro "Ho un sogno popolare" può sollecitare l’accostamento alla favola biblica: il giovane autore infatti, cofondatore del Partito Popolare del Trentino, si scaglia, armato solo delle proprie convinzioni, contro l’attuale Presidente della Provincia, reo di aver abbandonato, a favore dei cinici e spietati giochi del potere, il progetto e le idealità originarie del movimento popolare trentino che, per primo in Italia, aveva contribuito alla nascita dell’Ulivo.

In realtà, Cattani ci mette in guardia fin dalla prima pagina da questa facile lettura: l’incipit del suo libro è infatti una citazione di Machiavelli, l’autore diventato, più a torto che a ragione, l’assertore di una politica intesa come mero esercizio del potere. Cattani, per indole e per cultura, non è un Savonarola, un "rivoluzionario" moralizzatore, perché conosce a fondo le regole e i meccanismi della politica e non vuole certo sovvertirli. Non è neppure un nemico dichiarato di Dellai, non ha subito torti dal Principe, non è stato privato di alcun incarico. No, in realtà Cattani è stato folgorato dalle qualità dialettiche e dal coraggio politico di Lorenzo il Magnifico. Forse nell’animo ne è affascinato ancora oggi.

Proprio per questo la delusione di Cattani è cocente nel vedere il lento declino del leader della Margherita. Il suo libro diventa allora una requisitoria: non una generica denuncia contro uno o più personaggi della nostra classe politica, ma, all’opposto, l’elenco di una serie di imputazioni, di accuse sempre ben circostanziate contro un modo di fare politica di cui Dellai si è fatto interprete.

Le prove che avallano la sua tesi sono le testimonianze dirette fornite a Cattani dagli avvenimenti più recenti della storia del PPI e della Margherita trentina. I fatti, messi i fila uno dietro l’altro, fanno la cronaca della crisi della Democrazia Cristiana trentina a partire dal 1993, in un racconto lucido a cui si sovrappone la disanima della personale esperienza politica dell’autore stesso: da una parte gli avvenimenti di questi anni, dall’altra le aspirazioni e gli ideali di un giovane militante, che si fondono in una cronistoria avvincente e appassionata.

L’analisi di Cattani è spietata. La Margherita, nata dalla liquidazione del PPI, si fonda sul patto spartitorio tra Grandi e Dellai. Dal congresso di Comano "un’orda di politici dorotei disposti a tutto, piombarono sul partito come bibliche cavallette, o come manzoniani lanzichenecchi: ricordo solo il loro desiderio di cariche e i loro metodi non certo eleganti".

Da lì in poi c’è solo la corsa per le poltrone, per le cariche di sottogoverno, soffocando qualsiasi dissenso rispetto all’ortodossia del nuovo partito territoriale. E qui la constatazione di Cattani si fa particolarmente dolorosa: "Nella nuova politica, contano le lobbies, le cordate: chi è dentro, sta comodo nel giro, chi è fuori o sta fermo in attesa o costruisce un’altra cordata. Nella terra della cooperazione siamo giunti al particolarismo feudale".

Ad ogni modo, anche nell’amarezza all’autore non manca mai l’ironia. Il linguaggio di Cattani è simile a quello della satira, con la quale i poeti latini denunciavano il malcostume della società e invitavano i concittadini a tornare agli antichi mores. Ma il tutto non si riduce a pura indignazione come accadeva a Giovenale, il più famoso autore di satire dell’età imperiale. Seppur intriso di sarcasmo, Cattani non fa dell’invettiva la sua voce, non usa l’offesa rancorosa verso chi ha tradito gli ideali della sua generazione, non ingiuria chi gli ha rubato i sogni. Le sue parole, anche le più caustiche, trasudano un senso di rigore che pochi giovani intellettuali possono riconoscersi.

Le tinte che fanno da sfondo a tutto il libro sono quelle del disincanto di fronte al dissolversi dei propri miti, di fronte alla politica dei furbi, di chi non sa neppure portare fino in fondo l’ideale machiavellico del fine che giustifica i mezzi: il fine - il buon governo, il bene collettivo - si è inesorabilmente perso per strada. Quello che conta, dice Cattani, è il governo: non certo l’aspirazione a governare i processi di sviluppo della propria terra, accollandosi la responsabilità di scegliere e sostenere un’idea di comunità e farne discendere azioni, impegni, provvedimenti coerenti; no, il governo per questa classe politica finisce troppo spesso col diventare il luogo del potere fine a se stesso, in un lucido ma spaventoso ritorno al passato mentre il mondo, inesorabilmente, se ne va in un’altra direzione. Di fronte a questo sfacelo, Cattani ci avverte: "Chi si vuole indignare, restando però fuori dalla mischia, sappia che in questo modo è connivente al degrado".

E così descrivendo la fine delle illusioni, osservando con obiettività e distacco anche i propri errori di valutazione, Cattani riafferma la bontà della propria impostazione, del proprio ideale, quasi che l’esilio forzato a cui sono costretti i propri valori di partecipazione democratica, di apertura al confronto e al dialogo, di adesione ai problemi reali e concreti della propria terra, riacquistassero immediatamente una patria nell’idea, neanche troppo recondita, che questo stato di cose non può durare, che arriverà, quasi miracolosamente, il giorno in cui le cose dovranno di necessità cambiare.

I miracoli, si sa, accadono solo se si persevera nella fiducia. E allora il giovane autore non si arrende: nell’animo cova ancora la speranza che il Principe si ravveda. Forse - sembra pensare Cattani - rileggendo la storia più recente del popolarismo trentino, il Principe potrà finalmente recuperare la memoria degli antichi valori e tornare ad essere il campione di una politica di riforme basata sulla partecipazione democratica e sulla condivisione di un progetto ben definito, limpido e cristallino, per l’avvenire del Trentino.

Non sappiamo se l’impresa sia più grande di lui, ma certo Cattani, da onesto e sincero consigliere del Principe, ha voluto provarci. Lorenzo il Magnifico lo ascolterà?