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“I Promessi Sposi”. Musical italiano? Non è questa la strada

L'impegnativo lavoro di Tato Russo dal romanzo di Manzoni: risultati positivi, ma soprattutto limiti. La strada verso un musical italiano è un'altra.

Forse il primo tentativo di grande impegno per realizzare un musical italiano - così avevamo presentato "I promessi sposi" di Tato Russo, andato in scena al Sociale di Trento. Alla prova dei fatti possiamo dire che l’impegno indubbiamente c’è stato e ci sono dei risultati positivi; ma la strada ci pare proprio quella sbagliata. Il tentativo - passare dalla riproposizione dei musical americani alla produzione di lavori specificamente italiani - dovrà seguire altri percorsi.

Cominciamo dai risultati positivi, sostanzialmente riconducibili ad un principio base: fondere scenografie, liriche, coreografie, in modo che costituiscano non siparietti a sé stanti (quando tutto s’interrompe perché c’è il balletto o la romanza), ma momenti narrativi all’interno dell’azione drammatica, che viene a scorrere con ritmo (quasi) cinematografico. Quindi grande importanza alla scenografia: decisamente suggestiva, che è riuscita a ricreare con grande forza evocativa i luoghi più diversi, dal lago di Como alla filanda, dal monastero di Monza alle viuzze di paese; e che - costruita su pedane girevoli - ha permesso cambi di scena immediati, fino a dividere la rappresentazione in diversi quadri, anche mobili, per portare in scena più azioni in contemporanea. E ancora, utilizzo della coreografia per rappresentare l’azione, soprattutto quando si fa momento corale o rievocazione storica: il rapimento di Lucia (la più riuscita), l’assalto ai forni, i Lanzichenecchi, la peste, ecc. Poi magari si può discutere - e sulle singole coreografie, e sul corpo di ballo - ma è evidente la capacità di padroneggiare le acquisizioni degli spettacoli più attuali.

Allora, cosa non va? Il difetto sta nel manico: un musical, lo dice la parola, è soprattutto musica. E qui proprio non ci siamo. Sul piano della qualità: Tato Russo (o l’anonimo che ha per lui lavorato) non solo non è un genio della musica, ma ci ha ricordato che compositori non ci si può improvvisare (gli americani invece, nei loro lavori mettono in campo il meglio, basti un nome, Leonard Bernstein per "West Side Story"). Ma soprattutto sul piano della scelta del genere musicale, che è quello del melodramma ottocentesco, o meglio dei suoi sottoprodotti, l’operetta e la canzone melodica italiana fino ai primi festival di Sanremo. Pensavamo che da Domenico Modugno in poi, la musica alla Nilla Pizzi e Claudio Villa fosse stata spazzata via. Invece qui viene riproposta, nella convinzione che musica italiana debba significare melodramma e canzonetta, come se in questi ultimi quarant’anni non ci fossero stati autori italiani che hanno saputo rapportarsi con il rock, il jazz, il blues e tutto quanto il resto del mondo andava portando avanti.

Ancora peggio nei pezzi farseschi, dove la musica, ovviamente più accelerata, si scontra con i limiti della lingua italiana,e la sua nota carenza di parole tronche e monosillabe: i risultati sono ritornelli elementari e banalissimi. Qui entra in gioco anche una scelta di regia: il volgere nel grottesco personaggi come Perpetua, presentata come una vecchietta costretta a trascinarsi piegata a novanta gradi, per di più gravata da un mostruoso culo deforme; o come l’Azzeccagarbugli che assumeva di continuo pose strampalate, disteso sulla scrivania o in precario equilibrio a testa in giù, nell’infantile idea che la situazione comica debba essere suggerita dalla postura, secondo una moda ahimé ricorrente nei registi a corto di idee. In definitiva, delle parti comiche si salvava solo il monologo di don Abbondio dopo l’intimazione dei bravi.

Manca infine, una visione unificante del lavoro. Il tema dell’oppressione dei signori, l’anelito del popolo a un minimo di giustizia, il Manzoni lo risolve con la mitica Provvidenza; Tato Russo si guarda bene dal seguirlo su questa strada: giusto, ma poi non vi sostituisce niente. Infatti, nel lodevole tentativo di attualizzare i contenuti del romanzo, ne sottolinea, nelle prime battute, gli aspetti più legati al conflitto sociale. Ma poi questo filo si perde. E quindi la tensione iniziale svanisce e il lavoro procede senza sviluppo drammatico, per stanco accumulo di quadri successivi.

Ovvio che a questo punto non bastano più né le invenzioni sceniche e coreografiche, né le pur positive capacità individuali: le belle voci di Barbara Cola\Lucia e di Christine\monaca di Monza, la grande presenza scenica di Tato Russo\Innominato (non certo la sua voce; ma l’uomo non conosce i suoi limiti?)

Alla fine, checché ne scrivano i quotidiani, freddi applausi di rito e una sola chiamata in scena, da parte di un pubblico decimato dalle defezioni tra i due atti, desideroso solo di tornare a casa. Lo stesso pubblico che tre mesi prima aveva tributato ovazioni a "Grease", richiedendo entusiasta un bis di mezz’ora.