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QT n. 17, 12 ottobre 2002 Monitor

L’italiana in Algeri

Qualche sbavatura, ma molto curato l'allestimento dell'opera buffa di Rossini, dovuto agli enti di Trento, Bolzano e Rovigo. Anche negli errori, un ulteriore segno della maturità della stagione lirica trentina.

Quando, in una delle sue prime camaleontiche trasformazioni, Madonna Louise Veronica Ciccone sfoggiò una maglietta con la scritta "Italians do it better" ("Gli italiani lo fanno meglio"), si mormorò parecchio e, come al solito, alla cantante venne riconosciuta un’originalità e una sfacciataggine non comuni. Tutto considerato, però, il dramma giocoso di Angelo Anelli aveva affermato lo stesso ironico primato con largo anticipo sulla diva pop italo-americana. Trattandosi di un’opera buffa, "L’Italiana in Algeri" presenta un numero alquanto limitato di possibili chiavi di lettura, eppure dalla collaborazione Bolzano-Trento-Rovigo forse quella che risulta più evidente è proprio questa, vagamente campanilistica, idea del fascino nostrano.

Gioacchino Rossini.

Lo spazio del Sociale è stato trasformato con essenziali tocchi in un esotico ambiente orientaleggiante. I toni sabbia di divanetti e tappeti suggerivano efficacemente sia il deserto, che lo sfarzoso arredamento del palazzo del bey di Algeri. Una furba scelta di accessori ha consentito dei rapidi cambi di arredo, mai deludenti nell’accompagnare le varie fasi dell’opera. Le scene create da Daniele Spisa armonizzavano con i bei costumi di Chiara Defant e fornivano anche ai cantanti un versatile paesaggio di cui servirsi per recitare il proprio ruolo. Peccato che la creatività di Spisa sia venuta meno nella realizzazione delle colonne, che facevano da sfondo verticale. Solo il colore salvava questi imponenti elementi, paraventi un po’ troppo statici e banali, in un bugnato più da palazzo rinascimentale che da harem. Altra "stecca" erano gli scialbi tendaggi che nel secondo atto sono scomparsi e riapparsi più volte sullo sfondo. Sbavature contenute in una fra le più curate produzioni di questi ultimi anni.

Fa piacere osservare come gli errori in questa Italiana siano stati generati sempre da un eccesso. Lo si può considerare un segno di maturità della stagione lirica trentina. Infatti, anche per quanto riguarda la parte sonora dell’allestimento, l’unico rimprovero che si può muovere all’orchestra Haydn e al direttore Andretta è l’essere stati un po’ troppo protagonisti, non consentendo ai cantanti che pochi spazi. Questa prepotenza dell’orchestra non ha impedito peraltro ai meritevoli di brillare, come il bravissimo Nicola Ulivieri, nella parte di Mustafà. Fuori parte Marina De Liso. Purtroppo non c’era verso di provare simpatia per la sua Isabella, troppo spesso nasale e scura, troppo grave per la laggiadra civetteria che caratterizza il personaggio.

Molto apprezzabili Antonino Siragusa nella parte di Lindoro, e Riccardo Novaro in quella di Taddeo. Bella la voce di Rosanna Savoia nella parte di Elvira, la moglie ripudiata del bey. Espressiva e mobile, anche se non molto impegnata dagli scampoli di canto che le erano assegnati per la parte di Zulma, Lorena Scarlata sfoggiava una recitazione degna di una commedia brillante. Nell’insieme il libretto è stato interpretato con vivacità e misura.

Ugo Chiti ha decisamente ottenuto dai cantanti una recitazione teatrale piena di sfumature, forse fin troppo sicura, tanto che non si trovava traccia del sognante smarrimento che, secondo quanto affermato dallo stesso Chiti, doveva essere lo stampo da lui impresso sull’intero lavoro. Evidentemente distratto da Isabella, come il bey, tentando di afferrarla nella sua interezza, anche Chiti ha dimenticato che "gli italiani lo fanno meglio", e, per di più, ne sono perfettamente consapevoli.

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