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Campagna elettorale, cultura e autogol

Una campagna elettorale all'insegna dell'autogol. Dai visitors nazionali del centro-destra, alla moglie di Malossini, alle arroganze della nomenklatura del centro-sinistra: una piccola antologia, rivelatrice di una cultura politica inadeguata.

Non è stata certo quest’ultima una campagna elettorale entusiasmante. Dissolti i fuochi d’artificio iniziali, della formazione delle liste, con i momenti discutibili eppur vivaci del ritorno di Malossini (Forza Italia e un Malossini deludente) o del niet a Casanova (Dellai schianta la sinistra), si è poi proceduto con grande stanchezza. Una generale mancanza di idealità e progettualità che si è riversata sulla comunicazione. Al punto che, almeno nei momenti pubblici, le campagne sono state caratterizzate più dagli autogol che dai punti messi a segno: alcune formazioni e candidati avrebbero fatto meglio a non far niente, o ad andare in ferie, o a limitarsi agli incontri conviviali in gran numero organizzati in casa di amici.

Passiamo in rassegna questi autogol, perché sommamente indicativi dei difetti delle parti politiche.

Il centro-sinistra ha peccato soprattutto di arroganza da nomenklatura, il vizio che già risultò fatale nel 2001 al pur non indegno governo nazionale dell’Ulivo.

Si è distinto il presidente Dellai e il suo sodale assessore Grisenti. Che sono malamente inciampati sull’uso da parte di Grisenti dell’elicottero della Pat per andare (sic!) a prendere il caffè. Una piccola brutta pagina, di disinvoltura nell’uso dei beni pubblici. Aggravata poi dallo stesso Dellai, che di fronte alle contestazioni, in Tv si è rifiutato di discutere della cosa, sostenendo che "alla gente non interessano gli elicotteri". Con l’arroganza che ormai gli è solita.

Su un piano inferiore, come da quotazione nel potere provinciale, il vicepresidente Roberto Pinter (dei Ds-Solidarietà). Che alla vigilia del voto ha inviato, naturalmente a carico della Provincia, due serie di tre volumi illustrati su paesaggio trentino, urbanistica ecc a 1500 indirizzi. "Erano indirizzi di studi professionali, giornalisti, urbanisti, insomma addetti ai lavori…" si è debolmente difeso Pinter. A parte che a QT non è arrivato alcunché (forse, oltre ad occuparsi di urbanistica, ambiente, paesaggio, bisogna anche parlar bene del vice-presidente), il fatto colpisce soprattutto come ulteriore segno della rapidissima metamorfosi di Roberto Pinter, passato dalla dura contestazione all’attaccamento al potere, con contorno di piccole regalie dorotee.

Ma il punto a sfavore più grosso, il centro-sinistra lo ha subito dalla società civile. Ed è venuto dall’assemblea delle Asuc, che hanno con durezza contestato la legge provinciale che le riguarda, fortissimamente voluta dalla coppia Dellai-Grisenti. Non è cosa di poco conto: la legge sta portando ad un progressivo smantellamento degli usi civici, nell’ottica di dare più spazio e territorio per le iniziative, talora speculative, dei privati e dei Comuni. E’ una redistribuzione del potere e della ricchezza, un intervento pesante sul territorio, perfettamente in linea con il cuore vero del grisentismo.

Su questo la sinistra satellite ovviamente tace, né è il momento elettorale quello più opportuno per aprire scontri. E il centro-destra, inadeguato e subalterno (lui le lobby di valle le vorrebbe dalla sua parte) protesta solo formalmente, e non sa approfittare dell’ottima occasione.

E qui veniamo al centro-destra, che ha saputo comunicare solo dilettantismo e confusione. All’autogol iniziale delle foto di Andreotti falso invalido che tasta le infermiere, ha poi aggiunto quello delle dichiarazioni della moglie di Malossini: "Se durante Tangentopoli avesse parlato, bisognava noleggiare una caserma per metterli dentro tutti". Insomma, il merito del marito è aver coperto i ladroni. All’incredibile rivendicazione omertosa, che mena vanto della solidarietà tra corrotti, replicano i dipietristi, Taverna, e all’interno del centro-sinistra, il solo segretario diessino Bondi (peraltro a suo tempo già bacchettato dal segretario roveretano dei Ds, Cossali, per aver attaccato Malossini sul suo passato). La questione morale, si sa, non è un punto forte della coalizione che fa capo a Dellai. Quindi il centro-sinistra non ne approfitta, ma l’autogol del centro-destra rimane: ed entrambi i poli danno un non esaltante spettacolo.

Il versante più clamoroso è però quello delle comparsate dei leader nazionali, "a sostegno" (si fa per dire) delle liste locali. Gli unici che sfruttano adeguatamente il richiamo nazionale sono i Ds: l’intervento di Fassino, in una sala stracolma, risulta lucido, centrato, propositivo, ed entusiasma una base altrimenti allo sbando. Gli altri appuntamenti elettorali dei Ds sono infatti una serie di flop: la vicenda Casanova ha inciso nel profondo, si fa strada il convincimento della pletoricità di un partito satellite, e le assurde giustificazioni propugnate dai dirigenti diessini ("abbiamo ceduto a Dellai perché altrimenti perdeva le elezioni") offendono solo l’intelligenza degli ascoltatori, che difatti se ne stanno a casa. Quindi Fassino, che riesce a portare il senso di un anti-berlusconismo in positivo, è ossigeno per un partito boccheggiante.

Non così invece per gli altri leader. Se Malossini infatti riesce a far riempire la sala (attraverso la Compagnia delle Opere e gli aspiranti nuovi rampanti) quando fa venire un Formigoni attento ed equilibrato, il resto del centro-destra sbraca. A Trento il ministro Gianni Alemanno (An) tesse le lodi degli inceneritori, infischiandosene del fatto che la lotta all’inceneritore è l’unico punto di un certo seguito popolare dell’azione dell’altrimenti solo rissosa An trentina. Peggio ancora, il ministro per gli Affari Regionali (!) Enrico La Loggia a Bolzano si dice contrario all’esistenza di un partito (la Svp) dal nome non italiano: dichiarazione che, se non fosse oggi grottesca, rimanderebbe dritta dritta ai tempi mussoliniani dell’italianizzazione forzata. E infine l’Umberto Bossi, ministro delle Riforme, che avverte come la specialità dell’autonomia trentina dipenda (secondo lui) dal suo personale volere, e quindi dai risultati della Lega alle prossime elezioni. Bossi poi, di fronte al putiferio – giustamente – scatenatosi, non sceglie la strada della minimizzazione, ma degli ulteriori insulti, minacce di querele ecc, tenendo in vita come notizia la sua gaffe (o avvertimento mafioso, a seconda dei punti di vista) per un’altra settimana.

E Berlusconi? Il Silvio nazionale sembra se ne stia ad Arcore. Probabilmente per non invischiarsi in una partita già data per persa ed appannare ulteriormente la sua immagine di vincente. Decisione non sgradita al centro-destra locale, che di dover riparare anche alle probabilissime gaffe del leader maximo, non ha proprio bisogno.

Tutto questo non è evidentemente un caso. E’ una classe politica, quella del centro-destra nazionale, che si dimostra del tutto inadeguata: incolta e arrogante, quando deve misurarsi con temi nuovi come quelli di una realtà periferica, non ha la pazienza di perdere tempo per rapportarsi con quello che non conosce, né ha l’umiltà di farsi consigliare.

A confronto di questa piccola gente arrivata troppo in alto, i consumati boss democristiani, o i figli degli apparati di partito come Fassino, fanno la figura dei giganti.