Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Le mani dei politici sull’ambiente

Il governo di Roma demolisce l’operatività delle Agenzie per l’Ambiente. Nel Trentino di Dellai la cosa è già fatta.

Giustamente preoccupati dalle riforme regressive che il governo di centro-destra propone in materia di lavoro, pensioni, istruzione e sanità, si rimane disattenti nei confronti delle altrettanto scellerate scelte politiche che questo governo sta attuando in materia ambientale. Nella cultura della destra liberista la difesa dell’ambiente non è un tema di interesse pubblico, è un argomento che deve trovare una sola lettura: il soddisfacimento degli interessi privati. Infatti si mette in vendita il patrimonio artistico ed ambientale, si depenalizzano i reati, con i condoni si premiano gli abusi, ai parchi naturali e alle agenzie di controllo vengono tolte le risorse economiche ed umane minime per il loro funzionamento.

A queste attenzioni non potevano sfuggire le Agenzie per l’Ambiente, sia la nazionale (ANPA) che le ARPA regionali. Anche in questo caso, come nei campi della sanità e della formazione scolastica, si istituiscono Agenzie.

L’ANPA viene trasformata in una agenzia, l’APAT, con una concezione prettamente burocratico-ministeriale, dove prevale la lettura tecnico-scientifica in relazione all’organizzazione del lavoro e alla gestione programmatica. Tutto viene appesantito da una applicazione globale dello spoil system, grazie alla quale personaggi di manifesta e riconosciuta mediocrità tecnico-scientifica vengono elevati ai massimi livelli di responsabilità.

In questi mesi il governo ha attuato "un attacco all’arma bianca" - si è detto in una recente riunione a Roma della sinistra ecologista. Con una azione totalmente irresponsabile si sono demolite garanzie, affossando il principio per cui la salute si tutela meglio se si protegge l’ambiente, e questo a sua volta si protegge meglio modificando i modelli di produzione e consumo.

Immaginiamo come in tale contesto si possa discutere di politiche tese a costruire benessere, sviluppo sostenibile, revisione del modello strategico oggi dominante.

Si impone così un assoggettamento degli enti di gestione al potere politico, fino alla loro neutralizzazione a favore di nuovi soggetti pubblici e di vecchi soggetti privati. Si subordinano gli organi, le indicazioni programmatiche e le risorse umane al potere politico. Si riducono finanziamenti e bilanci per distruggere credibilità e impedire ricerca e azione autonoma. Si costruisce un ordinamento, di fatto, prefettizio.

Se nel Centro-Nord, grazie alla legge nazionale 61/1994 le ARPA erano state istituite e avevano costruito un minimo di garanzie di controllo sui territori, nel Centro Sud, governato dal centro-destra (esclusa la Campania, dove opera un’ARPA efficace e tempestiva), tutto il meccanismo attuativo della legge è di fatto e volutamente inceppato.Anche da noi, dove la legge era stata anticipata grazie alle lungimiranti intuizioni dell’allora assessore Micheli, le cose oggi non vanno meglio.

I casi di Val Jumela, delle discariche di rifiuti costruite negli ambiti fluviali, la vicenda dell’inceneritore, i progetti delle dirompenti circonvallazioni o delle bretelle stradali (vedi la Rovereto-Riva), le incertezze sull’inquinamento del traffico cittadino a Trento e Rovereto, hanno portato le associazioni ambientaliste a vedere nell’APPA una controparte, una Agenzia totalmente asservita alle volontà del potere politico. Nelle relazioni che riguardano i progetti a maggiore impatto ambientale si leggono anche passaggi rigorosi dal punto di vista scientifico: ma questi vengono poi umiliati dai pareri dei servizi (tutti sottoposti da tempo alla attenta azione dello spoil system) e da conclusioni palesemente contraddittorie rispetto all’istruttoria complessiva.

In questo contesto la nostra Agenzia per l’Ambiente non è così mai riuscita a fare quel passo qualitativo che le esigenze di vita e salute pubblica oggi richiedono. Si tratta di definire una chiara missione del servizio svolto offrendo spessore e significato a termini quali: sviluppo sostenibile, prevenzione, tutela dell’ambiente e della biodiversità, difesa del suolo e politiche di sicurezza. Ci si è accontentati del consolidamento, comunque positivo, delle competenze tecnico-scientifiche, del tentativo di definire un sistema di monitoraggio a rete. Ma l’impraticabilità del passaggio culturale teso alla costruzione di uno sviluppo che investa nel benessere è evidente a tutti.

Nelle altre Regioni, laddove le ARPA resistono ai processi di normalizzazione imposti dal governo, i dirigenti costruiscono reti di alleanze: si gettano nei conflitti territoriali sostenendo comitati locali, appoggiandosi ai programmi e alle iniziative delle associazioni ambientaliste, tentano di portare risposte innovative nel mondo imprenditoriale. Il conflitto non viene demonizzato ed emarginato come oramai è consuetudine nel Trentino, ma diventa momento di crescita collettiva, investimento culturale, stimolo di innovazione. Ed infatti si assumono figure professionali ad alta specializzazione, si tessono rapporti con le istituzioni universitarie, si avviano progetti che hanno l’ambizione di modificare strutturalmente l’economia, quindi il modello produttivo e quello della rete distributiva.

Nel Trentino del centro-sinistra è sempre più viva la sensazione opposta: si ascolta la volontà del Principe, si ricercano i percorsi per renderla condivisa e tecnicamente giustificata, ci si chiude un circolo di autoreferenzialità che non porta alcuna ricaduta positiva alla nostra collettività.

Sarebbe invece necessario rilanciare lo spirito e la fiducia che animavano tanti operatori e tecnici all’inizio degli anni Novanta, costruire un progetto di grande spessore culturale, sociale e scientifico, credibile e praticabile. Per fare questo è però necessario ricostruire una fiducia nei territori, con i movimenti di base e ridare fiato ai processi di partecipazione, per riprendere i fili di un consenso sociale nella programmazione di uno sviluppo diverso, che non importi la banalità, la semplificazione, l’ovvietà e l’omologazione culturale delle progettualità tipiche della pianura padana.