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“Gioie comuni”

Rosanna Cavallini, Gioie comuni. L’ornamento femminile in Trentino 1850-1950. Trento, Curcu & Genovese, 2004, pp. 138, 15,00.

Un libro che è un tuffo nel passato, nella storia dell’ornamento comune trentino, quello che non si trova negli antichi ritratti nobiliari ma che compare in vecchie fotografie di famiglia, quello che ha più a che fare con l’etnografia che con la storia dell’arte. Oggetti materialmente poveri, che imitano di volta in volta oro, perle, rubini, smeraldi; oggetti che più che per la loro mancata preziosità fascinano per bellezza documentaristica, per le storie che ci raccontano, per gli affetti che hanno veicolato.

Rosanna Cavallini, dopo anni di ricerca (non certo facile, vista la singolarità dell’argomento) e una mostra itinerante ad essi dedicata, li restituisce alla modernità, ripuliti dalla polvere accumulata in anni di permanenza in cassetti e vecchi cofanetti, magari proprio quelli, in legno rivestito di carta marezzata, che li custodivano all’origine.

Lo studio prende in considerazione la piccola oreficeria, spesso d’imitazione, presente in Trentino dalla seconda metà dell’Ottocento. Un’età non casuale, visto che il miglioramento delle condizioni economiche delle classi medio-basse in quel periodo, unito all’abbassamento dei costi di produzione di questi oggetti, sviluppò un significativo mercato legato alla vanità, capillarmente diffuso anche grazie a venditori ambulanti e soprattutto alle prime vendite per corrispondenza. Questa sorta di democratizzazione della moda e dell’ornamento, se da un lato portò all’imitazione in materie povere (paste vitree, oro a bassa caratura) di più preziosi gioielli, dall’altra non scadde mai, a differenza di altre realtà territoriali, in esibizionismi di cattivo gusto.

La ricerca utilizza per lo più due tipologie di documento: il gioiello, fonte primaria in quanto testimonianza materiale, e le fotografie, preziose visualizzazioni della quotidianità (od occasionalità) d’uso di questi reperti.

Doni di famigliari, pegni d’amore, le occasioni per scambiarsi i gioielli non mancavano, e un posto di primo piano in questa casistica di occasioni l’occupava il matrimonio. Il gioiello, nel suo stretto legame col corpo, possedeva inoltre una sua geografia. Seguendo un moto discendente: spilloni per i capelli, orecchini, spille da collo, collane, sautoir da congiungere al petto, bracciali e anelli.

Una delle cose che più colpisce di questi gioielli popolari è poi il colore, nella doppia valenza simbolico-estetica. Tra i più amati, il rosso vivo del corallo, già in antico elemento ritenuto apotropaico. A differenza dei gioielli "borghesi"in corallo, spesso accuratamente intagliati e lavorati, quelli popolari si presentano di fattura assai più semplice, se non addirittura creati con gli scarti della lavorazione degli esemplari più pregiati. Le collane di granato, assai diffuse e che per il colore rosso scuro imitavano quelle di rubini, erano portate dalle donne sposate, e la loro importanza dipendeva dal numero di fili che componevano il gioiello. Il nero, ricavato dal giaietto (una varietà di lignite), paste vitree o legno ebanizzato, era utilizzato invece per gioielli legati al lutto; diversamente il bianco (avorio o semplice osso) era utilizzato per il suo significato di purezza.

Un particolare tipo di gioiello popolare è poi legato alla religione e, in parte, alla superstizione: croci - in oro semplice o abbellite da paste vitree -, medagliette in argento con la Vergine (quelle che ancor oggi si utilizzano per i battesimi), oppure dei piccoli cuori. L’autrice riporta però anche singolari casi di gioielli-amuleto assai diffusi anche da noi, come corni di corallo (che più che al Trentino fanno pensare a Napoli), ciondoli a forma di fallo o di mani strette a pugno, con incisa una data, delle iniziali, il numero 13, con conchiglie per proteggersi dalle malattie agli occhi ed altro ancora.

Assai curioso risulta poi il capitolo dedicato all’oreficeria sentimentale legata al dono dei capelli. L’usanza oggi appare un po’ macabra, ma a quel tempo donare trecce di capelli era un pegno d’amore, un gesto che l’inventiva trasformava in bracciali e soprattutto in catene da orologio, per perpetuare nella quotidianità emozioni e ricordi. Al mondo degli affetti, religiosi quanto sentimentali, erano poi legati pendenti a forma di cuore e di mani intrecciate. Una tipologia a sé, più legata alla memoria, è quella del gioiello-ritratto, spesso fotografico, che si portava al collo.

Il testo, assai piacevole anche grazie a un ricco apparato d’immagini che visualizza sapientemente la parte saggistica, si sofferma infine sulle tecniche più singolari di questa gioielleria minore, come la lavorazione a filigrana o a micromosaico, nonché sui procedimenti che permettevano l’imitazione delle materie preziose