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Viva Zapatero?

Divertente il documentario di Sabina Guzzanti sulla censura berlusconiana in tv. E' però tutta l'operazione, e la satira-comizio del suo programma "Raiot", a non convincere.

Se un giorno ci sarà in parlamento una maggioranza di centrosinistra bisognerà trovare il modo di dare uno spazio satirico in Rai, attorno alle undici-mezzanotte, a un Lando Buzzanca o a un Luca Barbareschi (sono nomi come questi che il centrodestra può giocarsi). Nella sua trasmissione l’artista di destra potrà dire quel che vuole attorno al governo in carica. Lo spazio dovrà essere concesso senza valutazioni di merito, lasciando la satira libera di essere becera quanto vuole. Perché se si iniziano a fare discorsi sulla qualità della satira si finisce inevitabilmente per impantanarsi. Certo, viene comodo citare Walter Benjamin, contrapporre il satiro autentico e "antropofago" a coloro che fanno "dello scherno un mestiere, e che con le loro invettive non si propongono molto di più che far ridere il pubblico". E anche nei casi concreti qualche ipotesi bisogna pur farla: è naturale distinguere tra Daniele Luttazzi e il Bagaglino, tra Altan e Forattini.

Sabina Guzzanti.

Ma alla prova dei fatti, quando da destra si accusa quella di Sabina Guzzanti di non essere satira, non si sa bene cosa rispondere. Decidere se una cosa è satira o non lo è obbliga a entrare in un ginepraio in cui le opinioni si scontrano, senza che le convinzioni dell’uno riescano a smuovere quelle dell’altro: "Raiot" era satira? Faceva ridere? Era una tribuna politica? Non faceva ridere? Sabina Guzzanti ha realizzato attorno al caso "Raiot" un documentario, "Viva Zapatero!", presentato sotto uno scroscio di applausi a Venezia e distribuito con successo nelle sale.

Il ragionamento della Guzzanti è chiaro: dove c’è satira non ci deve essere censura, perché dove c’è censura non c’è democrazia. Il problema sta proprio in questa auto-certificazione di autrice satirica. La Guzzanti lungo tutto il documentario insiste a dire che "Raiot" era satira, faceva ascolti e faceva ridere. Si può essere d’accordo su tutto, ma l’unico dato certo è quello degli ascolti, mentre gli altri due sono, in varie misure, soggettivi. Qualcun altro – tutti i politici di destra e più d’uno di quelli di sinistra – sostiene il contrario. Come tutte le cose, anche la satira non "è" o "non è", ma conosce infiniti livelli intermedi, in qualità, cattiveria politica, onestà. Nella Rai di adesso (sotto Berlusconi è particolarmente evidente, ma non è certo lui ad aver inventato la lottizzazione e l’ipocrisia della "grande industria culturale") è impossibile entrare nel merito di questi canoni.

Sarebbe bene quindi prendere l’abitudine di dare, a prescindere, spazio satirico ad esponenti del fronte politico avverso, a Sabina Guzzanti o a Lando Buzzanca. Dà un’indubbia sensazione di vivere in un Paese più democratico. E’ attualmente il massimo che ci possiamo attendere dal servizio pubblico.

Il documentario della Guzzanti è divertente. Ci sono i suoi personaggi e lei è innegabilmente brava. E’ capace di portare alla luce, fra l’altro, una serie di questioni sottaciute, ad esempio quella delle dinamiche perverse tra produzione e redazione di fronte alle minacce di querele miliardarie. Purtroppo, però, alla fine si esce dalla sala con in testa una serie di dubbi sull’operazione complessiva – la provocazione televisiva, la denuncia della censura, la mobilitazione, le interviste, il film. La Guzzanti sembra affermare che il suo diritto alla libertà d’espressione è diritto a fare televisione.

In questo salto logico c’è una contraddizione francamente presuntosa. E il leggero fastidio di questa presunzione non passa nemmeno quando la Guzzanti arriva a parlare delle libertà negate a Michele Santoro, Paolo Rossi, Daniele Luttazzi, Enzo Biagi, gli altri clamorosi esempi di esclusione politica dagli spazi televisivi.

Per l’intrattenimento non nazional-popolare, la resistenza di fronte allo strapotere mediale di Berlusconi può assumere forse solo due strade. Si può continuare a fare televisione, come hanno fatto o fanno Serena Dandini e Fabio Fazio, chiamando in causa in continuazione la spada di Damocle della censura e giocandoci con ironia. E’ la soluzione, diciamo, di sinistra moderata.

La posizione radicale prevede, semplicemente, di star fuori dal sistema televisivo; di decidere che in questa televisione non si vuol proprio mettere piede, e cercare spazi alternativi – le piazze, i cinema, i teatri...

La terza via di Sabina Guzzanti è abbastanza ipocrita. Non è realistico pensare che in questa televisione si possa fare resistenza da dentro, senza compromessi, cautele, rinunce. Tanto vale, se si vuole restare illibati, sedersi ad aspettare sulla sponda del fiume, sperando che, dopo Berlusconi, passi anche il cadavere del berlusconismo, quell’ideologia che fonda sull’apparire televisivo tanta parte della sua sostanza.

Un ultimo problema: Sabina Guzzanti ha realizzato la prima puntata di "Raiot" in quella maniera – mandando in onda una ricostruzione "alla Travaglio" sui malaffari di Berlusconi appena camuffata sotto panni comici – apposta per farsi censurare? Per creare il caso? Per sollevare un polverone attorno alla libertà d’espressione?

Potrebbe anche essere una mossa lecita, valida come guerriglia (la traduzione di "riot") mediatica; eppure l’operazione sembra nascondere un eccesso di furbizia e di premeditazione e alla fine lascia ancora la sensazione di qualcosa di disonesto.

Non pensiamo che sia d’aiuto alla causa della libertà di informazione l’eccesso di personalizzazione e l’aura di martirio di cui Sabina Guzzanti si ammanta. E rimane il sospetto di un forte ritorno personale. Mentre invece il martire vero dovrebbe (almeno un po’, almeno simbolicamente) rimetterci le penne.