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Cesarina Seppi: percorso di formazione

Le opere della pittrice trentina tra il 1938 e il 1966: dalla ritrattistica, al rapporto con il paesaggio, e oltre.

Fin dalle sue opere giovanili - come aveva per tempo colto e segnalato Gino Pancheri, nel 1943 - Cesarina Seppi manifesta una visione che tende a svincolarsi dal puro dato di realtà ed è costantemente alla ricerca di valenze interiori. La mostra in corso ad Arco (Palazzo dei Panni, fino al 19 marzo) a cura di Giovanna Nicoletti, dedicata alle ricerche svolte dalla Seppi tra il 1938 e il 1966, mentre ci fa vedere un gruppo di opere pochissimo conosciute (quelle degli anni Quaranta), ci permette di seguire il suo percorso di formazione, il modo in cui ha attraversato ed è andata oltre gli apprendimenti accademici (si diploma a Venezia con Guido Cadorin) e i modelli stilistici ancora variamente influenzati da Novecento, dalle atmosfere metafisiche, dalle suggestioni postcubiste, per avvicinarsi al proprio nucleo poetico.


Osservando le opere che precedono il 1951 - anno che segna l’irrompere del paesaggio come protagonista dell’opera e decisive novità nel suo linguaggio - non abbiamo segni evidenti ed univoci di quello che succederà. Vediamo un processo di incubazione, un accumularsi di indizi. A partire dall’”Autoritratto” del 1939 il suo interesse è per qualche anno focalizzato sulla figura, soprattutto femminile, ma c’è spesso il bisogno di metterla in relazione a un paesaggio: che rimane uno sfondo, un po’ alla maniera rinascimentale, ma non uno sfondo qualsiasi, e segnala per via quasi emblematica il sentimento del legame di una persona con un certo paesaggio. Più avanti, il suo bisogno di risonanze interiori prende altre vie, saggia le suggestioni che le vengono da atmosfere metafisiche (“Porto di Riva”; “Spiaggia degli ulivi”), da richiami dichiaratamente metaforici (“Arrivismo”; “Racconti”), dal racconto sacro e mitico (“S.Caterina dona il mantello al povero”; “Crocifissione”; ”Cavaliere ferito”). Si ha la sensazione di una fase in cui Cesarina Seppi stia misurando fino a che punto possono essere utili al proprio percorso le ricerche, il lessico, gli ambiti tematici della generazione che la precede.


Ma è, come si diceva, agli inizi dei Cinquanta che la vediamo lasciarsi alle spalle la ritrattistica, il resoconto narrativo, il simbolismo palese. Il quadro di svolta, quasi uno spartiacque, è “Montagna in Val d’Adige” (1951), forse non il più suggestivo tra quelli qui esposti, ma il primo in cui la montagna - lo sottolineò Silvio Branzi nel 1953 - diventa protagonista assoluta del dipinto, restandolo stabilmente. E lo diventa entro un linguaggio che ha trovato una nuova strumentazione, assorbendo anche, a suo modo, alcuni stimoli delle contemporanee ricerche informali. Da lì si dipana l’evoluzione matura dell’arte di Cesarina Seppi, che la condurrà, tra poco, a quei sortilegi visivi che sono “Notturno n.1” e “Temporalesco” (1955), visionarie e fiabesche architetture.

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