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Comunisti, autocritica e no

L'indice accusatorio è puntato ancora una volta contro i comunisti italiani: ammettete le vostre responsabilità, chiedete scusa, pentitevi. Qualcuno risponde che la querelle non ha ragione di esistere perché il P.C.I. non è mai stato un partito comunista. Ma ciò non è esatto. Ha invece un senso chiedersi se vi siano responsabilità e colpe del P.C.I. proprio perché esso nacque come partito comunista e mantenne questa natura, sia pure in modo originale, anche quando divenne "partito nuovo" e si aprì concretamente ai valori della libertà e della democrazia, conducendo in Italia una politica coerente e leale di difesa e di applicazione della Costituzione. La doppiezza, o ambiguità, di cui ha parlato Togliatti non è una invenzione.

Come rispondere dunque a coloro che pongono, in buona o cattiva fede, il problema di un'autocritica? Come spiegare ai giovani di oggi la militanza nel P.C.I. per tanti anni, anche dopo i fatti ungheresi, il non aver capito per tempo la tragedia del "socialismo reale, il non essersi ribellati e anzi di non avere in coscienza nulla di criminoso di cui pentirsi?

La questione è complessa, perché la pubblicazione in questi giorni del "Livre noir du communisme " ripropone il problema in termini inaccettabili, che hanno una ricaduta nefasta sull'opinone pubblica e negative conseguenze storiografiche.

Il problema è mal posto fin dall'origine. Un conto è il marxismo, anzi i marxismi. Altro conto è il comunismo, e anche in questo caso sarebbe meglio usare il plurale. Altra cosa infine è il regime sovietico. La condanna che i comunisti italiani hanno pronunciato da tempo riguarda in realtà il regime sovietico, cioè il "socialismo reale". I comunisti italiani non hanno da vergognarsi né da pentirsi di alcun delitto.

Sono rimasti troppo a lungo nel sonno dogmatico nei confronti dello stalinismo. E' vero. Hanno mantenuto per troppo tempo un legame di ferro con l'U.R.S.S. E' vero. Ma ciò non ha impedito loro di costruire una grande forza democratica in Italia. Altri forse hanno visto prima e più lontano, a parole, ma il P.C.I. ha operato nei fatti, è stato la spina dorsale della Resistenza, la forza politica trainante che ha scritto la Costituzione e fondato la Repubblica. Dicevo prima che l'errore è alla radice. Scrive infatti D'Alema che "sotto le bandiere del comunismo non si edificava l'uomo nuovo ma si affermava una forma odiosa e terribile di oppressione dell'uomo sull'uomo".

E' vero, ma D'Alema sembra dimenticare una distanza sottile che genera confusione: le bandiere del comunismo erano in realtà quelle del regime sovietico, e in sede di giudizio storico non sono, ammesse confusioni e grossolanità.

Sotto le bandiere comuniste del P.C.I. si lottava e si moriva per la libertà e la democrazia. In Italia i comunisti non hanno mai commesso alcun crimine, ma sono stati "fucilati" nelle piazze dallo scelbismo. L'on. Cossiga, il difensore di Gladio, ha detto di recente che bisognerebbe chiedere scusa ai comunisti italiani per le persecuzioni e le discriminazioni che hanno subito per decenni.

Quelli della mia generazione cominciarono a svegliarsi dal sonno dogmatico solo con il rapporto Krusciov e con la tragedia ungherese. Ma per anni fummo trattenuti dalla rottura con l'U.R.S.S. da considerazioni non banali.

La prima fu l'analogia con la Rivoluzione francese che conobbe il Terrore per affermare le idee di libertà, di eguaglianza e di fratellanza. Forse anche per il socialismo era necessaria un'età del ferro.

La seconda fu la pertecipazione decisiva dell'Urss alla guerra antinazista, che portò i militanti comunisti a combattere e a morire per la vittoria dell'antifascismo. Stalingrado brucia ancora per la libertà del mondo.

La terza ragione fu la via italiana al socialismo, che determinò la rimozione o comunque una valutazione debole delle persecuzioni staliniane. Noi non dovevamo fare come nell'Urss: volevamo costruire il socialismo nella democrazia. Questa convinzione rafforzò un'altra ragione: la presunta riformabilità del regime sovietico in cui credemmo a lungo.

Il nostro vero errore di fondo, di cui dobbiamo fare autocritica, ma senza dover rendere conto a nessuno se non alla ragione, è che abbiamo creduto alla possibilità di costruire una società senza contraddizioni. In un certo senso la fine della storia. Non ci siamo accorti che su questa strada buttavamo via il marxismo e lo storicismo che pure erano le nostre armi intellettuali.

Ciò detto, l'equazione comunismo-nazismo è pura malafede, e non è il caso di perdere tempo in confutazioni. Ma anche l'equazione nazismo-regime sovietico non è sostenibile. Il campo di sterminio è dentro la logica del nazismo e così l'olocausto degli ebrei. Il "gulag" invece è una contraddizione, una degenerazione rispetto al regime dei Soviet, almeno rispetto all'epoca di Lenin. In ogni caso non ha nulla a che vedere col comunismo.

Ci sono anche altre differenze: il fine dichiarato del nazismo era la potenza del popolo tedesco, la sua missione razziale.

Il motore almeno iniziale del comunismo sovietico era invece un'esigenza universale di riscatto, di eguaglianza, di solidarietà di classe.

Un'ultima notazione. L'anticomunismo non ha mai svolto una funzione democratica. Scrive Ezio Mauro su La Repubblica del 20 gennaio che sotto il mantello dell'anticomunismo in Italia è prosperato il C.A.F., si è sviluppata la P.2, la strategia della tensione, Piazza Fontana, Brescia, Bologna, non si è mai conosciuta la verità delle stragi, si è propagata la corruzione di Tangentopoli. Ha perfettamente ragione.