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Droghe: a Sociologia se ne può parlare?

Il Preside Scaglia dice di no, ma poi...

Pare che l’incerto sole primaverile stia tornando a scaldare gli animi alla facoltà di Sociologia: tutto è cominciato lo scorso febbraio, che di sole peraltro ne ha visto ben poco, sulla storica facoltà cittadina; anzi potremmo dire che si è trattato di acqua a catinelle per il povero preside Scaglia (sempre su Scaglia vedi, su questo numero, La partitocrazia dell'Ulivo: misfatti e reazione).

Il Preside di Sociologia, Antonio Scaglia.

Vediamo i fatti: nell’ambito dell’operazione "Ragnatela", condotta dalle forze dell’ordine cittadine da oltre un anno, vengono arrestati due studenti iscritti proprio a Sociologia, con l’accusa di spaccio di hashish. Sede dei traffici sarebbero stati proprio i bagni situati al piano terra dell’edificio di via Verdi. A seguito del "giro di vite", i quotidiani locali si sono come di consueto sbizzarriti in inquietanti sensazionalismi, con conseguente criminalizzazione dei due pericolosi spacciatori (ragazzi neo diplomati, entrambi iscritti al primo anno), agitando una inverosimile - almeno in questo caso - connessione fra consumo di hashish e criminalità e ripetendo la mai dimostrata storiella dello strettissimo legame tra consumo di cannabis e di droghe pesanti (della serie "Si comincia con una canna e si finisce con l’eroina").

Insomma, un tema ricorrente nella nostra società: a fronte di un consumo di droghe generalizzato, pubblicizzato, quando non sovvenzionato o promosso dallo Stato (alcool, tabacchi, scommesse...) il consumo di alcune altre droghe viene represso e criminalizzato; e fra queste anche la cannabis, che ha effetti veramente risibili.

E’ logico che la parte di società – i giovani – che più fa uso di queste droghe, si chieda il perché di questo atteggiamento dello Stato e dell’insieme della comunità.

Ecco quindi che un gruppo di studenti di Sociologia decide di organizzare un incontro informativo sulla storia della canapa e su nascita e motivazioni del proibizionismo. L’idea viene prospettata a Scaglia, in un incontro informale. Il Preside "consiglia" (attenzione al termine) di scegliere come luogo del dibattito una sede "più neutrale" rispetto alla facoltà, ad esempio il meno compromettente Centro polifunzionale. "Consiglia" inoltre la presenza al dibattito di relatori interni alla facoltà, ipotizzando i nomi dei professori Buzzi e Bertelli, entrambi coinvolti in un progetto locale di studio sull’argomento, il secondo docente di Sociologia della devianza.

Gli studenti contattano entrambi i docenti, che si mostrano disponibili a partecipare, e l’incontro viene programmato per maggio. Nel frattempo Scaglia contatta personalmente i due docenti. Risultato: Bertelli improvvisamente dichiara di non poter più partecipare a causa di un impegno improrogabile (nonostante la data dell’ iniziativa fosse stata rinviata proprio per venire incontro alle sue esigenze), mentre Buzzi è fuori città.

Gli studenti non si lasciano scoraggiare e incontrano nuovamente Scaglia, convinti di dover soltanto definire gli ultimi dettagli e stabilire l’aula in cui svolgere il dibattito. Ma il Preside, a sorpresa, dichiara che le sue condizioni - quelle presentate durante il primo colloquio sotto la più democratica veste di consigli - non sono state rispettate, e che senza relatori interni non se ne fa nulla. Anche se questa è una condizione non prevista da nessun regolamento; ci mancherebbe, sarebbe una corbelleria: l’Università che impedisce i dibattiti se non è presente qualcuno del luogo? Siamo matti, cos’è, l’autarchia delle idee?

Per fortuna gli studenti non si lasciano né gabbare né intimorire. Costituitisi come "collettivo antiproibizionista", organizzano un sit-in davanti alla presidenza. E allora, di fronte ad un manipolo di una trentina di ragazzi, di certo pochi, ma arrabbiati al punto giusto, l’ottimo Scaglia fa precipitosamente marcia indietro: all’improvviso dichiara infatti di essersi limitato a dare dei semplici "consigli" (ebbene sì, sono tornati ad essere magicamente tali) e che sono gli studenti a non essere "pluralisti" (per la mancanza dei relatori interni alla facoltà? Per l’assenza di qualche sostenitore del proibizionismo?). Insomma, l’incontro alla fine viene autorizzato, e in un’aula della facoltà di Sociologia; anche su questo l’ottimo ha cambiato idea.

Potremmo limitarci a bollare l’episodio come una delle tante storie di ordinaria incoerenza con cui tocca scontrarsi abitualmente, tirando un sospiro di sollievo di fronte all’ esito finale: il collettivo studentesco ha avuto il suo dibattito e la democrazia è salva. Ma si insinua in noi l’ombra di un sospetto: e se le cose non fossero così semplici? La vicenda infatti, mette in luce inquietanti chiusure, non solo di fronte al tema dell’antiproibizionismo, ma più tristemente di fronte alla possibilità di un civile incontro democratico, in cui poter mettere a confronto legittime diversità d’opinione. E questa chiusura è tanto più deprecabile in quanto verificatasi presso una delle più importanti e accreditate facoltà di Sociologia del Paese che, presumibilmente, dovrebbe essere luogo per eccellenza di apertura, pluralismo e volontà di indagare i fatti sociali senza visioni preconcette, considerandoli come un vero e proprio oggetto di indagine scientifica.

Lo diceva sempre un certo Durkheim - chissà se Scaglia se ne ricorda ancora...

Inoltre il tema del proibizionismo, specie di fronte al massiccio consumo di cannabis, è davvero importante, ed in merito è urgente aprire un dibattito serio, nel quale confrontare le diverse posizioni. Sul consumo delle droghe e in particolare delle cosiddette droghe leggere, si scontrano infatti visioni tra di loro molto lontane: una cultura della legalità e della proibizione, ed una della scelta personale, del consumo responsabile e probabilmente (anche se non per tutti), dell’alterità rispetto ad un sistema sociale alienante, asettico, incapace di dare coesione, senso e profondità all’agire umano.

Per trovare soluzioni a nodi così profondi ci vuole senz’altro tempo e volontà di dialogo, le strategie da scegliere andranno forse ridefinite (o almeno lo auspichiamo), e in questo variegato panorama campeggiano di certo più domande che verità. Una delle poche che modestamente riteniamo di possedere è però che in un sistema pluralista e democratico si comincia innanzitutto dal confronto e dalla trasparenza, di sicuro non dai sensazionalismi di certo giornalismo, né da maldestri tentativi di scoraggiare uno dei più preziosi elementi di progresso e civiltà: il confronto. Per di più proprio all’interno di uno dei luoghi che storicamente del confronto delle idee ha fatto la sua ragion d’essere.