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“Arte trentina”: 118 opere in cerca di un punto di vista

La Mostra sull'Arte trentina dal '75 ad oggi: come nelle puntate precedenti, troppe opere, nessuna linea interpretativa.

In questa ultima puntata sull’arte trentina a Palazzo Trentini (fino al 28 ottobre) si nota uno sforzo di attenuare la totale casualità degli accostamenti che aveva reso a qualcuno indigesta la precedente mostra. Perciò ci si libera della rigidità della sequenza temporale, si cercano alcune affinità tra i quadri. Nella prima stanza l’inizio è riservato a Astrazione Oggettiva (forse la sola scelta di allestimento che riflette la vicenda temporale), poi da una parte i quadri di figura, di là gli astratti e gli informali. Più avanti le cose si complicano, ma rispunta in altri angoli un bisogno di creare accordi.

Marco Berlanda, "Doppio ritratto. Padre e figlio" (2000).

Basta questo a fare della mostra un percorso leggibile, cioè dotato di un filo di lettura? Direi proprio di no. Se, per fare un esempio, Astrazione Oggettiva, a metà dei Settanta, fu - come scrive lo stesso curatore nel catalogo - una vicenda breve in sé ma molto influente su un insieme di artisti per quanto attiene alla ricerca cromatica e al rigore progettuale dell’opera, perché non riservare un accento particolare - nella mostra - a questa valutazione? Analogamente, se una serie di autori, già dediti alla figurazione, risentono in qualche modo delle novità di poetica e di linguaggio introdotte dalla Transavanguardia, perché non evidenziare anche questo?

E più avanti, negli anni Novanta, quando i linguaggi entrano in una trasformazione generalizzata, con la diffusione del ready-made, dell’oggetto, dell’installazione, delle opere che fanno appello a sensi anche diversi dalla vista, perché non tentare una osservazione meno atomizzata di questa vicenda, vedendo se e quanto i giovani artisti si sentano parte di un mondo che non ha più confini regionali né nazionali?

L’ultimo quarto di secolo ha visto grandi sconvolgimenti: la fine della guerra fredda, il sud del mondo che scoppia, le migrazioni, il dominio televisivo, la natura compromessa, la rete globale delle comunicazioni istantanee, la tecnologia che invade le sfere più delicate dell’esistenza. Si sa che l’arte reagisce sempre in modo particolare, sensibilissimo alle questioni dell’esistenza, anzi per lo più le pre-vede, le pre-sente, in ogni caso - come ha fatto ben notare Scaglia in un intervento a voce - possiede doti di conoscenza, di "rivelazione" che non sono a disposizione dell’analisi razionale.

Era possibile, chiediamo, indagare se e come artisti della nostra terra abbiano "reagito" alla drammaticità delle prove che ci hanno investito?

Era possibile, invece di perdersi nel panorama complessivo effettivamente complicato dell’arte contemporanea, scegliere un tema, un linguaggio, una fase, un genere, insomma tentare un punto di vista, anche parziale, e dei confronti, magari tornando in più puntate sulla storia che si voleva indagare, cambiando punto di vista?

A fronte dei diversi modi possibili di raccontare questa storia, tutti giustamente parziali, la strada scelta con questa impostazione universalistico-egualitaria sembra invece quella dell’elenco dei partecipanti alla storia, rinunciando ad assegnare le parti e proporre una trama.

Del resto, volendo mettere così tanti artisti in uno spazio di così ridotte dimensioni, era possibile fare una mostra diversa? Penso di no. Per questo le critiche mosse l’altra volta, nel fondo nutrivano la speranza che fosse fatta una riflessione almeno su questo cortocircuito tra quantità e spazi, se non sul criterio-guida del progetto. Al momento dell’inaugurazione sia il presidente del Consiglio Provinciale Cristofolini che il curatore Scudiero hanno messo varie mani avanti: non è una "schedatura"; lo spazio è scarso e mal disposto, quindi solo una parte delle opere "selezionate" sono in mostra; abbiamo dovuto a malincuore rinunciare alla fotografia; sarebbe stato meglio concordare il progetto con altre istituzioni, ma l’esito non è dipeso da noi; in mostra abbiamo fatto accostamenti di cose che stanno bene insieme. Non servirebbe aggiungere molto a queste "autocritiche preventive", per segnalare i punti deboli della mostra.

Nel complesso, resta quindi la sensazione che la mostra sia piuttosto il pretesto per la stampa del catalogo, la "sola cosa che resta", come è stato pure riconosciuto, e pare risponda in fondo al richiamo della gratificazione personale degli artisti.

Il catalogo che ci resta è costituito dal saggio iniziale del curatore, che per gli anni Ottanta riflette per lo più l’analisi fatta a suo tempo da Danilo Eccher, naturalmente aggiungendo molti nomi, e per i Novanta si dipana in una lunga serie di frammenti critici dedicati ai singoli artisti. Segue un pezzo, molto generale e abbastanza scollegato dalle riflessioni precedenti, di Antonio Scaglia; la documentazione fotografica di 219 opere (contro le 118 in mostra), e la serie delle biografie degli artisti. Le quali ultime varrebbero come utile archivio, se non fosse che mancano della bibliografia, e che ilvolume non è corredato da un indice analitico che consenta di ricostruire un minimo di itinerario personale attraverso i tre volumi che sono scaturiti dal progetto.