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Quale storia dell’autonomia?/1

L’attuale fastidiosa mistica dell’ Autonomia, con le sue velleità di riscrivere la Storia secondo le ideologie politiche del momento. Da una relazione a un corso di formazione per insegnanti di storia: prima puntata.

Emanuele Curzel

La Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e il Servizio per lo sviluppo e l’innovazione del sistema scolastico e formativo hanno organizzato un corso di formazione per gli insegnanti di scuola media superiore, volto a "offrire una panoramica sulla storia dell’autonomia regionale, dalle sue origini medioevali fino alle prospettive odierne". La notizia di questa iniziativa – connessa con quanto previsto dalla legge Salvaterra a proposito dell’insegnamento della storia locale nella scuola – aveva suscitato, nei mesi scorsi, un certo scalpore. Emanuele Curzel, uno dei docenti chiamati a portare il suo contributo al corso in questione (in particolare soffermandosi sul periodo che dall’alto medioevo arriva al secolo XVIII), ci ha fornito una sintesi della sua relazione, che pubblicheremo in due puntate.

Origini storiche dell’autonomia regionale, dal medioevo al secolo XVIII.

E’ un tema difficile: le parole non sono neutre, specie se le vogliamo utilizzare in modo corretto. "Autonomia" è un termine che esprime la possibilità di "darsi da soli una legge" (nomos): la parola è stata a lungo usata come sinonimo di "indipendenza", e solo da quando si è sviluppato lo Stato moderno (con le sue tendenze centralizzatrici) è stata portata al significato, a noi più familiare, di autogoverno esercitato all’interno di una compagine più ampia, che riconosce una certa quota di decentramento. E’ quindi un concetto che si definisce in rapporto allo Stato cui l’autonomia viene richiesta, o nel quale viene vissuta, o dal quale viene negata. Si può parlare di autonomia prima della nascita dello Stato moderno, cioè prima del XVII-XVIII secolo?

Secondo termine da esaminare: "regione". Le regioni non sono un dato immodificabile. Nella storia vi sono stati forti, anche se spesso brevi, momenti "organizzativi", durante i quali chi aveva la capacità di esercitare un potere – Augusto, Napoleone, Bismarck – disegnava i confini a tavolino, ritenendo che il suo genio fosse in grado di individuare la "naturalità" degli spazi. A questi momenti "forti" si sono alternate lunghe fasi "deboli", di deriva, durante le quali eventi grandi e piccoli si sono susseguiti disorganizzando quei confini, ridisegnandoli progressivamente a prescindere da elementi di carattere geografico, etnico, religioso o politico, seguendo invece logiche aventi a che fare molto con la contingenza, o persino con la casualità.

I confini si spostano, le regioni cambiano, e l’area trentina non fa eccezione: si può parlare di "regione" trentina, o trentino-altoatesina, o trentino-tirolese, prima del XIX o del XX secolo?

Torniamo brevemente al concetto di "autonomia" e ad uno dei contenuti che gli attribuiamo, più o meno consciamente: il fatto che l’autonomia, per essere tale, debba essere "partecipata". Pochi ritengono infatti politicamente interessante una forma di autogoverno in cui siano pochi o pochissimi coloro che esercitano il potere, lasciando alla gran massa dei loro simili un ruolo puramente subalterno e nessun potere decisionale o di controllo. E’ indubbio che le vallate alpine abbiano visto la nascita e lo sviluppo di forme di autonomia partecipata: le magnifiche comunità, le carte di regola, i comuni rurali… ma si può parlare di esempi premoderni di autonomia a livello regionale, se l’autogoverno che si cercava e si esercitava aveva come orizzonte talvolta la singola valle, più spesso il singolo villaggio?

Una quarta riflessione preliminare. Negli ultimi due secoli la politica si è spesso nutrita di storia: la storia è stata vista come il luogo in cui la "verità" si è espressa e sviluppata. La fine e il fine della storia è stata considerata la Patria. Della Patria si sono cercate le origini, i momenti di gloria, i motivi di rivalsa: i risultati della ricerca storica l’hanno nutrita e giustificato i sacrifici fatti per essa. L’agire politico del singolo è stato così ricondotto in modo vincolante al percorso nel quale si trovava inserito.

Questo modo di intendere il rapporto tra storia e politica è stato alla base delle più formidabili realizzazioni e delle più terribili tragedie degli ultimi duecento anni. Da parte mia, più che ammirare le realizzazioni, temo le tragedie. Per questo ritengo che l’individuazione delle origini storiche di una determinata situazione istituzionale non implichi affatto il ritrovamento dei fondamenti per cui quella istituzione al momento vive o i motivi per cui potrebbe o dovrebbe continuare a vivere (sul tema mi sono già espresso su QT n. 18 del 2006).

Qui e sotto: due immagini del martirio del Simonino.

Per fare riferimento ad una consunta metafora, l’avere radici profonde non mette l’albero al riparo né dalla tempesta, né dal parassita, né dalla motosega: né permette di per sé all’albero di ritenere tecnicamente ingiustificata o moralmente indegna l’opera del vento, del tarlo o del boscaiolo. Nel momento in cui ci interroghiamo sulle origini storiche dell’autonomia regionale nella quale viviamo, dunque, stiamo facendo storia. Non stiamo aiutando la politica.

Se consideriamo l’autonomia in modo rigido e non riflessivo, come un obiettivo da raggiungere o un valore da difendere prescindendo da qualunque valutazione riguardante le sue caratteristiche e i suoi contenuti, si rischiano conseguenze paradossali. Vorrei ricordare il caso in cui, a mio parere, l’autonomia trentina si espresse nel modo più ampio possibile; il momento in cui i protagonisti della vita politica e sociale locale riuscirono ad imporsi sia sui poteri universali, civili e religiosi, sia sui poteri regionali confinanti, portando a termine con coerenza un’operazione di carattere poliziario, giuridico, politico e propagandistico che rese Trento famosa ed orgogliosa per secoli.

Si tratta dei processi che portarono sul rogo gli ebrei accusati della morte di un bambino che fu trovato morto nel marzo 1475. Il vescovo di Trento e il podestà, appoggiati da quasi tutta la cittadinanza, li condussero nonostante l’opposizione del conte del Tirolo Sigismondo, la motivata ostilità dell’inviato papale Battista de’Giudici, i dubbi di papa Sisto IV, la diffidenza della Repubblica di Venezia. Oggi possiamo anche dire: contro la verità dei fatti. L’autonomia è dunque uno strumento politico che acquista senso e valore in relazione all’obiettivo che ci si pone; essere autonomisti in quanto tali non ha alcun significato.

Ancora sul caso del Simonino. Chi erano quei trentini? Facciamo un breve censimento.

Vittima: Simone di Andrea Lomferdorm, nato a Trento, figlio di immigrati tedeschi. Accusati dell’omicidio: Samuele da Norimberga e la sua famiglia, immigrati tedeschi. Predicatore contro l’usura nelle settimane precedenti: Bernardino da Feltre. Principale accusatore: Giovanni da Feltre, ebreo convertito. Medico legale (che redige la perizia sull’omicidio): Giovanni Maria Tiberino, bresciano. Altro sospettato: Iohannes Schweizer (= "lo svizzero"). Principe-Vescovo (convinto accusatore degli ebrei): Johannes Hinderbach, tedesco dell’Assia (ma con studi a Padova e carriera a Vienna). Podestà di Trento (che conduce il processo): Giovanni de Salis, bresciano. Podestà di Rovereto (che difende invece l’inviato papale): Alvise Querini, veneziano.

Potremmo così continuare con il nome del vicario in spiritualibus, i nomi dell’incisore e dell’intagliatore che con la carta e con il legno divulgarono l’immagine del "martire", i nomi di alcuni dei notai, i nomi dei miracolati (molti dei quali venivano da Brescia, Verona e Mantova)…

Conclusione: il territorio trentino non ha mai cessato di interagire con quelli circostanti, in un rimescolamento costante di persone in movimento, cosa che rende problematica o per meglio dire impossibile una definizione di "identità trentina" in senso etnico.

La storia non legittima dunque alcuna retorica "tribale" e non permette di tracciare le vicende di un "popolo trentino", uguale nei secoli a se stesso.