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La ricerca che non si vede

Dal fantomatico “Social Network Trentino” agli studi e piattaforme sui Media Civici. Fondazione Ahref: tanti soldi pubblici, ma i risultati?

Ahref (anzi <Ahref, il nome di un codice html per creare un link) è uno dei tanti centri di ricerca della complessa e talora confusa costellazione trentina. Si occupa, in sintesi, di beni comuni digitali come Wikipedia e il software libero, e di media civici, ossia dei rapporti fra i cittadini, i fatti, i new media. Un campo a cavallo tra la sociologia e l’informatica, che si vorrebbe orientato all’implementazione delle capacità civiche. Idealismo a piene mani quindi, ma non solo: le tematiche sono importanti e non a caso su di esse si stanno muovendo colossi come Google, che ha aperto un centro di ricerca in Germania e Microsoft, che ne ha uno negli Usa, per non parlare del lavoro a Boston del Massachussets Institute of Technology.

E Ahref? Direttore è il trentinissimo Michele Kettmaier, la sede in pieno centro di Trento.

Ahref ha un peccato originale, di cui Kettmaier non vuole parlare (“È un’altra cosa, mi rifiuto di rispondere”), ma che forse è illuminante.

Il peccato (o la fortuna?) si chiama Ymir srl, un’azienda di comunicazione, diretta nel 2008 sempre da Kettmaier. Ymir cura la campagna elettorale del 2008 di Dellai, e produce poi il video d’esordio dell’Api (la strampalata operazione politica che legò per qualche mese Dellai a Rutelli). A quel punto su Ymir si riversano generose dazioni di soldi pubblici: 201.600 euro (più altri 40.000 in computer e videocamere!) per realizzare un “social network trentino”.

Il direttore Michele Kettmaier

Sembra una contraddizione in termini: social network, perché trentino? Gli amici dal resto d’Italia e del mondo, come si relazionano con i trentini, irreggimentati nella loro, autonoma (esclusiva?) rete? E cosa avrà mai il social tridentino più di Facebook? A questi quesiti non segue risposta alcuna. Infatti Ymir incamera i 240.000 euro, ma del social network trentino viene realizzata solo la schermata iniziale; le altre pagine sono vuote o riempite con “Lorem ipsum”, la tiritera in latino maccheronico usata da Microsoft come segnaposto. A nulla servono le indignate interrogazioni in Consiglio Provinciale (di Mauro Delladio e Stefano Sembenotti), né la Corte dei Conti si occupa della cosa.

4 milioni in 4 anni

Questo quindi il peccato originale, di cui Kettmaier non intende parlare. Poi Ymir scompare all’orizzonte e nasce, più in grande, la Fondazione Ahref, costituita da FBK e Informatica Trentina, su impulso di Dellai, diretta sempre da Kettmaier, con un budget (provinciale) di 900.000 euro, più altri 100.000 (sempre provinciali) in attrezzature informatiche. Presidente è Luca De Biase, docente in giornalismo e nuovi media presso l’Università IULM di Milano, direttore dell’inserto de Il Sole 24 Ore Nòva24, e autore di diversi testi sui nuovi media.

Il campo di indagine della Fondazione, dicevamo, è stimolante. Gli stanziamenti della Provincia, assolutamente generosi, 4 milioni in 4 anni. E i risultati?

Dividiamo l’attività in due filoni: la ricerca e lo sviluppo tecnologico di piattaforme informatiche; in più la formazione.

Il fronte della ricerca si è sviluppato più nell’ambito umanistico - con dottori in sociologia quando non in filosofia - ad indagare le dinamiche sociali su Internet, quelle in atto, e quelle innescabili, per esempio attraverso una progettazione partecipata delle tecnologie d’informazione, in cui il software viene costruito mediante il coinvolgimento degli utenti. Tale ramo è quello in attivo: ha vinto 140.000 euro di Fondi europei, ed eseguito alcune pubblicazioni di rilievo.

Il coordinatore dei progetti piattaforme Adolfo Frediani

Ma non sembra quello che interessa la dirigenza: vi è stato un fuggi fuggi ed oggi ci lavora solo un ricercatore, e un secondo a metà con FBK.

Il core business di Ahref è invece il trasferimento tecnologico: dai princìpi di De Biase e (in teoria) dalla ricerca, costruire piattaforme informatiche al servizio dei cittadini: “Il tutto nell’ottica dei ‘media civici’ - ci spiegano Kettmaier e il coordinatore dei progetti piattaforme Adolfo Frediani - I social network tendono a escludere invece che includere, tendono a semplificare, vedi i ‘Mi piace’ in Facebook, come pure i commenti, che sono tendenzialmente tra persone amiche che la pensano allo stesso modo. Questo accumularsi di ‘Mi piace’ e commenti favorevoli dà una falsa idea di consenso, perché ristretto a persone che la pensano come te. Mentre invece i media civici permettono a tutti di esprimersi, sono aperti, attraverso tutta una serie di accorgimenti. La nostra piattaforma Civi.ci, ad esempio, non permette di modificare i post, quindi ognuno ci deve pensare prima di pubblicare, e così si limitano le sciocchezze. Su ogni argomento ogni cittadino può scrivere una proposta e una sola, il che costringe ad una elevata qualità. Questa è la differenza dai social network, che essendo realizzati da società quotate in borsa, spingono verso la quantità, non la qualità, perché il loro fine è l’incremento degli utili, non della democrazia”.

A noi francamente sembra poca cosa una piattaforma che si distingua da FaceBook perché non dà la possibilità di effettuare modifiche.

“Non c’è solo quello, c’è la possibilità di allegare documenti, anche alle proposte degli altri. Poi non vogliamo rifare FB, vogliamo creare strumenti per le comunità”.

A noi, lo ripetiamo, il tutto sembra sproporzionato. Siamo andati a vedere su Internet le varie piattaforme di Ahref. Bella grafica, ma quanto a sostanza danno molto poco di diverso da quanto già c’è sul mercato, abbondante, collaudato, condiviso in tutto il mondo: Facebook, PiCasa, Twitter, WordPress e chi più ne ha più ne metta. E infatti i risultati sono magrissimi: pochissimi utenti, miseri contenuti.

“Le piattaforme sono in fase di elaborazione, Fact Checking (costruita per permettere verifiche incrociate, da parte degli utenti, delle asserzioni dei personaggi pubblici, come i candidati alle elezioni, n.d.r.) è in continua evoluzione e dalla nostra piattaforma ne sono nate altre, mentre il Corriere, in modo sperimentale, ha usato il nostro Fact Checking su alcuni suoi articoli, chiedendo ai lettori miglioramenti, così l’articolo non muore, ma va avanti con i contributi e anche documenti dei lettori. Anche il Fatto Quotidiano ha usato la nostra piattaforma per chiedere ai lettori di verificare le affermazioni dei candidati durante i dibattiti televisivi. E così l’Associazione editori on line, con 3,5 milioni di lettori mensili, per aiutare i cittadini nella comprensione e verifica di un fatto”.

Il colpo grosso Ahref lo ha segnato con Civi.ci, una piattaforma a disposizione di cittadini, partiti, organizzazioni e istituzioni per discutere, condividere e organizzare le proposte di una comunità; grazie ai suoi rapporti con Gaetano Quagliariello, De Biase ha offerto la piattaforma al Ministero con reciproco vantaggio: poco dopo De Biase stesso è diventato membro del gruppo di lavoro sull’Agenda Digitale, e il Ministero attraverso Civi.ci ha creato una campagna “partecipa.gov.it” in due fasi: prima un questionario da compilare dai cittadini e poi un rimando alla piattaforma di Ahref per innescarvi sopra una discussione; al questionario hanno partecipato in diverse decine di migliaia, alla discussione poche decine. Per Kettmaier e Frediani è stato un successo: “Può diventare un primo tassello importante per dialogare con i cittadini, spinti a dare il meglio nei rapporti col governo, non il peggio.”.

A noi piace questa ispirazione di fondo, né abbiamo alcunché da obiettare sulle entrature ministeriali di De Biase. Quello che non ci convince è l’oggetto vero, la piattaforma, Civi.ci: in sostanza un forum di discussione, concetto tutt’altro che nuovo (QT, nel suo piccolo, lo ha da 13 anni, con migliaia di interventi), bello graficamente, ma con scarse funzionalità rispetto a qualunque altro scaricabile da WordPress.

Ma allora, a cosa serve Ahref?

La domanda è doverosa, in quanto si dovrà pur porre una correlazione tra investimenti e risultati. L’European Research Council stanzia un milione di euro per 5 anni a progetti dei ricercatori advanced (i migliori a livello internazionale) per ricerche da cui ci si aspetta che cambino l’interpretazione del mondo; e Ahref invece ha avuto 4 milioni di euro dalla fine del 2010 a tutto il 2013, con questi risultati?

Chiediamo il bilancio a Kettmaier.

“Nel 2013 è stato di 1,3 milioni, di cui 900 milioni di contributo pubblico. Quest’anno l’obiettivo è 50-50 tra intervento pubblico e nostre entrate, incrementando la formazione (scuola di Data journalism, per Rcs, Mondadori, siamo molto avanti nell’infografica, un’eccellenza nel mondo di come si trasforma l’informazione in design), i bandi europei, i bandi Miur e i contratti. L’obiettivo è l’autosufficienza”.

Me lo può far avere il bilancio?

“A cosa le serve?”

Una questione di trasparenza. Siete una realtà in cui determinante è il denaro pubblico, forse sarebbe bene che la pubblica opinione fosse informata.

“Siamo una realtà privata. I dati fondamentali glieli ho già dati”.

Alla faccia dei bei discorsi, su cittadinanza, trasparenza, partecipazione.

La grande fuga

Il fatto è che, in coincidenza forse non casuale con la fine dell’era Dellai, da Ahref è iniziata la grande fuga. Nel 2012 è sparita una dozzina di dipendenti, ora sono rimasti in 5-6 più pochi contrattisti.

Pacher, succeduto a Dellai, ha promesso un finanziamento dimezzato, di 500.000 euro, una riduzione notevole per andare verso l’esaurimento del finanziamento pubblico e l’autosufficienza della Fondazione. Poi è arrivato Rossi: “La nuova legislatura chiede a Fbk di farsi carico di decidere se e come portare avanti questa esperienza” ci dice l’attuale assessora Sara Ferrari.

In ogni caso sembra che, per accompagnare questo passaggio, la Provincia sia disposta a stanziare un ultimo finanziamento, ma decisamente inferiore a quello previsto da Pacher.

“In Ahref c’è una ricerca di qualità, che sa procurarsi fondi, e però non viene valorizzata - ci dice Claudia Loro, sindacalista della Cgil - Sarebbe bene entrasse in Fbk, sarebbe utile e sinergica dentro il sistema trentino. Mentre al contrario non capisco cosa abbia a che fare con la ricerca trentina un’attività para-commerciale di creazione di piattaforme tecnologiche”.

Fare meglio con meno?

Sara Ferrari, assessora provinciale alla Ricerca

La ricerca trentina è avviata a una ristrutturazione interna. “Il bilancio ha ridotto gli stanziamenti del 10% - ci dice l’assessora alla Ricerca Sara Ferrari - il che non deve influire sulla qualità del sistema, ma stimolarci a una razionalizzazione. Oggi attorno ai tre pilastri, Università, Fbk e San Michele, sono nate diverse esperienze. Dobbiamo fare chiarezza su chi fa cosa, per essere certi che non ci siano sovrapposizioni, e promuovere un maggior dialogo e rapporto tra i grossi soggetti con noi e tra di loro”.

Insomma, ci saranno accorpamenti, volontari o forzosi. Alcuni anche brutali, con drastici ridimensionamenti (oltre ad Ahref, in bilico è anche CreateNet, di cui ci eravamo a suo tempo occupati: vedi”CreateNet, la grande disillusione”, del novembre 2012). A parte i casi estremi, il tema è comunque come si valuta il lavoro di un centro di ricerca, a chi dare fiducia, a chi no.

“Abbiamo due comitati composti da competenze molto elevate provenienti da altri territori: un comitato tecnico scientifico che valuta i progetti da finanziare, e un comitato valutazione ricerca che giudica i risultati. Dagli esiti di tali ricognizioni, e previa consultazione degli interessati, verrà elaborato il piano di legislatura della ricerca”.

La Pat non vuole più essere un bancomat, questo è lo slogan. Come però non cadere nel vizio opposto, la politica che si intromette in un campo in cui non ha competenze?

“Dobbiamo ricostruire il Tavolo della ricerca, per elaborare assieme le strategie di quello che deve essere un sistema. Horizon 2020, il programma europeo della ricerca da cui vengono i finanziamenti europei, chiede agli stati membri di individuare le proprie smart specialization, i campi dove intendono investire. A maggior ragione per i territori: non possiamo pensare come Trentino di coprire tutto lo scibile, né di affidare al caso i settori su cui investire”.

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