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Biblioteca: la pezza peggio del buco

I numeri della biblioteca universitaria alle Albere: quanto costa e chi ci guadagna. E come si cerca di rimediare, facendo altri danni.

Sono emersi in questi giorni commenti fortemente negativi ai ventilati progetti di allargare, a Trento, l’area destinata all’Università: “Espansionismo universitario” è stato il termine usato. QT ha sempre appoggiato l’Ateneo e le sue esigenze; però questa volta dobbiamo dire che il problema esiste, ed è ingombrante. Anche se, come vedremo, le responsabilità non sono principalmente della stessa Università.

La questione nasce dalla decisione di spostare la biblioteca universitaria dall’area di piazzale Sanseverino, a tal fine acquistata, al Centro Congressi, nella porzione sud del quartiere alle Albere. Presa questa decisione in quattro e quattr’otto con un blitz tra presidente della Provincia, rettrice e sindaco Andreatta (quando normalmente invece l’assetto della città viene studiato e pianificato con i dovuti tempi - spesso semmai troppo dilatati - e attraverso metodologie molto più partecipate), ci si è resi conto che - ohibò - la biblioteca fuori contesto è una stupidaggine. Una localizzazione, distante un chilometro dagli istituti universitari, che sembra studiata apposta per scoraggiarne l’utilizzo. Mentre piazzale Sanseverino, adiacente alla zona universitaria, completava il disegno di un’Università innervata nella città - “Il suo grande pregio era la comunicazione sia pedonale che urbanistica\architettonica col centro storico, a formare una sorta di campus urbano” ci dice il progettista architetto (anzi, archistar, data la fama mondiale) Mario Botta - e in quest’ottica era stato pensato, tra il consenso generale, nel Piano Regolatore. Al contrario la nuova sede si trova decisamente distante, scollegata, con l’interposizione per il lungo di un quartiere di lusso (peraltro attualmente deserto), del Muse (unica funzione congruente), dei magazzini - sempre per il lungo - dell’ex ortofrutticola, oggi ristrutturati a sede di Trento Fiere. Con la biblioteca di Botta, come si vede dalla foto dall’alto, tutti gli edifici universitari (esclusi quelli in collina, ovviamente) si trovavano racchiusi in un raggio di 200 metri; quella alle Albere risulta invece a sé stante, oltre lo stadio, il cimitero, i condomini degli anni ‘50 e il quartiere di Renzo Piano.

La cosa è così strampalata, che subito si è pensato a come rimediare: spostiamo Trento Fiere e ne trasformiamo l’area in universitaria, localizzando lì mense, sale lettura e quant’altro, ha proposto, tra gli altri, la rettrice. Ora, a parte che così facendo neanche si dimezza l’assurda distanza, il taccone sembra peggio del buco. Trento Fiere è una realtà consolidata, la sede all’ex Ortofrutta non sarà il massimo, ma oggi, dopo diversi rimaneggiamenti e diversi milioni, è funzionale. Il fatto di essere dentro la città è una carta in più (si viene a visitare l’Esposizione sul Risparmio energetico, o Mondo Donna, o la Mostra dell’Agricoltura, o Idee Casa, e poi si fa un giro in città) e si rivela adeguata anche con esposizioni molto affollate e merceologie articolate, come la recentissima Fa’ la Cosa Giusta, di cui gli espositori di tutta Italia sono semplicemente entusiasti: vagli a spiegare che il Trentino autonomo ora si permette di demolire la struttura e ricostruirla ex novo altrove, e vedrai i prossimi tagli di Renzi! Anche perché i tagli, come noto, ci sono già, non si capisce dove si prenderebbero i soldi per una nuova sede, ammesso che abbia senso spostare tra degli anonimi capannoni una realtà consolidata, che attira gente, e che alla città, finché al suo interno la lasciano, porta solo ricadute positive.

Mario Botta

Da qui quindi l’irritazione verso l’università e la sua invadenza: “Inesausta e forse inestinguibile volontà di conquista” - stigmatizza sul Corriere il prof. Franco Rella, roveretano e accademico anch’egli, seppur a Venezia. E per la città protesta anche il presidente del Consiglio comunale Renato Pegoretti: “Lo spostamento delle funzioni non può essere un monòpoli cui gioca solo chi ha le risorse, soprattutto se sono pubbliche”. Insomma, si gioca con la città creando disastri, per di più spendendo soldi pubblici. E Pegoretti ripercorre lo strampalato iter decisionale: prima si decide (Dellai decide) di costruire a sud delle Albere un Centro Congressi di cui nessuno sente il bisogno, poi Rossi si accorge che realizzare entrambi i due edifici - la biblioteca e il Centro Congressi - non è sostenibile, e visto che il Centro Congressi era già in fase di costruzione, decide di trasferire in quella scatola la biblioteca abbandonando il progetto di Botta. Solo che poi (!) ci si rende conto dell’eccessiva distanza, ci si trova di fronte a un “edificio adattato e molto meno capiente...[che] avrà la metà dei posti per gli studenti e non risponderà alla necessità di utilizzo per consultazione e studio tra una lezione e l’altra” denuncia Pegoretti. Allora l’Ateneo pensa che “si possano sfrattare gli spazi espositivi di Trento Fiere per riutilizzarli come aule studio e altri fini”.

“Ma la città non può rinunciare al centro espositivo” sostiene Pegoretti, che conclude con un interrogativo retorico: “Si può fare una programmazione degli interventi e investimenti pubblici in questo modo?”

Ma a qualcuno conviene...

Per capire bene la questione però, a nostro avviso è fuorviante prendersela con la (sola) università, bisogna avere il coraggio di esplicitare il non detto: chi ci guadagna e perché. Prima però, per capire appieno la dinamica dei fatti, abbiamo posto alcune questioni allo stesso architetto Botta. Partendo da quella preliminare.

La rettrice ha giustificato il passaggio dal progetto Botta al Centro Congressi di Piano come “una scelta di sobrietà”; ma qualcuno ha chiesto a lei di passare a un progetto meno costoso?

“Nessuno mi ha chiesto nulla. La nostra era una biblioteca altrettanto sobria di quella di Piano, più grande, più generosa, secondo quanto ci hanno richiesto. E con un grande vantaggio: essere dentro la città, in rapporto col centro storico. Poi cambiando rettore hanno cambiato opinione; il che è senz’altro legittimo, però diciamo le cose come stanno”.

Si sarebbero potuti diminuire i costi?

Renzo Piano

“Certo. Il costo non è l’architetto che lo fa, sono i metri cubi e i metri quadrati, e non era una biblioteca ricca; se la volevano ridimensionare bastava che ce lo dicessero. Avevamo lavorato per tanti anni con il rettore e il Comune, e mai ci avevano detto che costasse troppo, mai. Sulla nostra disponibilità a cambiare il progetto basti pensare che, quando ci hanno detto che la costruzione era troppo alta, abbiamo provveduto ad abbassare il progetto originale di un piano”.

Nel dettaglio delle cifre entriamo con l’architetto Emilio Pizzi, ordinario di Architettura tecnica al Politecnico di Milano e collaboratore di Botta.

“Noi abbiamo operato sulla scorta delle richieste dell’Università, numero di volumi a scaffale aperto (630.666) e posti a sedere 1212; doveva diventare un centro motore dell’università e della cultura. Certo, il progetto si poteva ridimensionare. E peraltro l’abbiamo fatto, quando ci è stata chiesto l’abbassamento di un piano, e abbiamo portato il numero di volumi a 552.090. Poi è vero, data l’estensione limitata dell’area, l’edificio si doveva sviluppare in altezza ed era quindi indispensabile una deroga rispetto al Prg, cosa peraltro non inusuale per un edificio pubblico dell’importanza che sembrava si volesse attribuire a quella biblioteca. E la deroga infatti ci è stata concessa”.

E i costi? Quali le cifre?

“Eravamo partiti da un costo di 42 milioni, che togliendo un piano si sarebbe ridotto a circa 35. Ma nessuno ha chiesto il nuovo costo. E se ci avessero chiesto di abbassarlo ulteriormente, avremmo trovato soluzioni. Non avremmo di sicuro avuto problemi nel mettere mano al progetto, ma la domanda non è mai pervenuta”.

Il pasticcio si aggrava

In estrema sintesi: la biblioteca di Botta avrebbe contenuto 550.000 volumi, l’edificio di Piano riadattato ne conterrà 450.000. La prima aveva posto per oltre 1200 utenti, la seconda per 500. Ancora, Botta sarebbe costato 35 milioni (secondo l’arch. Pizzi, la rettrice, vedi nel riquadro, fornisce altri dati); l’edificio di Piano è costato 35 milioni come Centro Congressi, più altri 10-15 per sventrarlo e riadattarlo. In più il non senso urbanistico di cui abbiamo trattato sopra. E non ci soffermiamo, anche se sarebbe pure da considerare, sull’aspetto architettonico, il significato simbolico di un edificio dal notevole impatto visivo firmato Botta all’ingresso dell’area universitaria e del centro storico, da contrapporre alla realizzazione di Renzo Piano, che sarà senz’altro significativa, ma annegata, tra un albergo e le palazzine di un quartiere, in un’area fatalmente più modesta.

Insomma, tra le due opzioni non c’è proprio storia, Botta vince come capienza, utilizzo, localizzazione, architettura e anche costo. Come mai ci si è inventati un’altra, scalcinata opzione? E qui c’è il non-detto, quello su cui tutti gli intervenuti glissano.

Il problema vero infatti ha un nome, Dellai, e un cognome, Isa. È infatti la speculazione abortita alle Albere della finanziaria del vescovo (e degli altri poteri forti consociati), promossa e supportata fin dal ‘98 dall’allora astro nascente Dellai, il motore di questa scelta. È infatti stato Dellai, negli ultimi mesi della sua presidenza, a venire incontro alle difficoltà nelle vendite degli appartamenti di Piano, commissionando l’improbabile\improponibile Centro Congressi. E ricordiamo come, quando in Consiglio provinciale il capogruppo Pd Luca Zeni sciorinò una serie di dubbi su tale madornale spreco, fu sbeffeggiato dallo stesso Dellai, e a ruota da tutta la stampa, sempre sensibilissima agli innominati interessi della finanziaria vescovile. Fatta la frittata, Rossi ha cercato di rimediare, eliminando il Centro Congressi, e spostandovi la biblioteca, forse sperando anche di prendere due piccioni con una fava, rendendo più appetibile un quartiere oggi desertificato, grazie all’arrivo degli studenti. E su questo ha trovato l’assenso della rettrice, oltre a quello - scontato - del sindaco Andreatta, che figuriamoci, di fronte al presidente della Pat e di fronte a Isa sa solo prostrarsi.

Ma così facendo si è invece aggravato il problema. Si è persa la biblioteca di Botta, quella di Piano non sarà funzionale, mancheranno posti lettura, gli ulteriori rimedi (vedi spostamento di Trento Fiere) sono molto parziali e ancora più costosi in termini monetari e di perdita di attrattività. E il quartiere le Albere, che si vuole di lusso, dalla presenza degli studenti non riceverà certo nuovo impulso.

A meno che qualcuno non pensi, sia pur in tempi di vacche magre, di fare a Isa l’ennesimo, scandaloso regalo: acquistare il suo invenduto (ovviamente ai suoi prezzi) per farne studentati che, ammesso ce ne sia bisogno, in qualsiasi altra parte della città l’Opera Universitaria costruisce con costi più che dimezzati.

Non vogliamo neanche pensare a questo esito, su cui comunque si iniziano a mandare segnali. Di sicuro questa vicenda evidenzia una macroscopica carenza di democrazia: il destino della città non viene deciso attraverso i Piani Regolatori, i dibattiti, i percorsi ragionati e partecipati, ma - complice l’ignavia di partiti e istituzioni - in rapidi, ristrettissimi vertici che anzitutto devono soddisfare il tornaconto di chi sembra avere, sempre e comunque, il vero potere.

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare (Dante, Inferno).

Il progetto arenato

L’approvazione della biblioteca di MarioBotta si arenò sul problema dei parcheggi che il progetto doveva prevedere. Ne chiediamo conto al braccio destro di Botta, arch. Emilio Pizzi.

“In realtà era un non-problema. Noi abbiamo applicato, d’accordo con gli uffici comunali, la normativa più restrittiva di Trento, quella riferita al numero di parcheggi previsto per le strutture sportive. Il problema non erano i parcheggi al servizio della biblioteca, ma quelli che si dovevano recuperare, in base a una convenzione sottoscritta dall’Università, per le carenze di Giurisprudenza e Lettere, dove i reperimenti archeologici avevano impedito la realizzazione di tutti i posti macchina previsti. Ma teniamo presente che la biblioteca, per di più così contigua alle facoltà, non avrebbe attratto più traffico rispetto a quello esistente. A me è sembrato un po’ un pretesto”.

Ha avuto l’impressione di una melina da parte del Comune?

“Il termine melina indica una volontarietà che non posso sottoscrivere. Diciamo piuttosto che, pur avendo lungamente parlato con l’assessore e il sindaco, non abbiamo capito come mai non si riuscisse ad andare avanti. Stranamente, c’erano le risorse, c’era la volontà (ricordo il rettore che prese per i capelli il sindaco Andreatta per via dei ritardi e questi subito assicurò una rapida soluzione), la commissione urbanistica ha sempre avuto parole di elogio per il progetto... eppure la cosa è rimasta ferma e sinceramente non ho capito quali forze abbiano remato contro. Sono un estimatore del Trentino, ma qui mi sono trovato di fronte a una dinamica incomprensibile”.

La rettrice: “Confermo, una scelta di sobrietà”

La rettrice Daria de Pretis aveva definito “una scelta di sobrietà” lo spostamento della biblioteca universitaria.

Ma all’architetto Botta avete mai avanzato la richiesta di un progetto meno costoso?

Il primo problema del progetto Botta è che risultava in contrasto col Piano Regolatore e aveva quindi bisogno di una deroga, che il Comune non ha concesso. Era quindi tecnicamente irrealizzabile. Non solo: nell’accordo di programma Pat-Università era previsto per quel progetto un costo di 65 milioni, e quello definitivo sarebbe presumibilmente risultato maggiore. A fronte di ciò, la Provincia mi ha posto l’ipotesi della trasformazione del Centro Congressi, già realizzato, che sarebbe costata 10 milioni. Questa è l’operazione di sobrietà; e anche di realismo, perché quell’edificio era autorizzato, e anche la conversione lo è stata in breve. E per chiudere i conti, consideriamo anche che l’università restituirà alla città piazzale Sanseverino, costato 5,2 milioni”.

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Commenti (3)

Al peggio non c'è limite Corsiviero

Bungiorno.
La mancanza di commenti qui, il mutismo assoluto della politica trentina e il silenzio polare della cosiddetta stampa libera (Il Trentino a parte - oltre al purtroppo irrilevante QT, ovviamente) sono la dimostrazione plastica della devastazione civile, civica, etica e sociale di questa regione. Uno scandalo come quello della biblioteca delle Albere, non molti anni fa, avrebbe scatenato ben altre risposte. Oggi ci sono solo il nulla, la rassegnazione, la complicità, l'indifferenza e il senso invincibile della vanitas vanitatum et omnia vanitas.
Al cittadino che non ha ancora portato il cervello all'ammasso resta solo questa inutile masturbazione su una pagina web che nessuno leggerà: as irrelevant as the tarnished statues in the public parks (cit.).
Grazie.

Pianificazione ad personam? Basta! Trentino doc

Certamente la pianificazione di quella parte di Trento che si protende verso l'Adige è stata oggetto di scarsa attenzione, in primis per la scelta di non andare fino in fondo nella valorizzazione dell'asse universitario di Via Verdi e in secundis nella decisione di spostare la biblioteca alle albere in un edifcio già praticamente ultimato al grezzo. Un centro congressi non si può adattare a biblioteca con piccole modifiche o interventi minimi. Si tratta di destinazioni d'uso completamente differenti.
Ormai purtroppo l'errore è stato commesso, ora la questione è come rendere quella parte di città completamente fruibile agli studenti?
L'idea di impiegare gli edifici dell'ex-cte e Ortofrutticola come mensa/aule studio è una soluzione che se ne dica intelligente. Si tratterebbe di mettere mano finalmente ad una vasta porzione di città che comprende anche le barchesse e via Madruzzo. Gli interventi potrebbero essere minimi, in quanto non è vero che bisognerebbe demolire il cte ma semplicimente sfruttare la sua grande potenzialità di scatolone completamente vuoto, da riempire con moduli standard/impilabili/rimaneggiabili e flessibili per le aule e postazioni pc. Il nord Europa insegna in quanto ad operazioni a basso costo di riciclo e riuso urbano.
Altra operazione che potrebbe essere fatta, questa si con una spesa lievemente superiore, potrebbe essere quella di risistemare il sottopasso grezzo e opprimente che danneggia gli edifici storici delle barchesse (di inizio '500) attraverso la sua rimodulazione in quanto a pendenza e con l'eliminazione dei setti verticali in calcestruzzo. L'intervento globale dell'area poi è doveroso sia inquadrata in una logica di creazione di un parco verde che colleghi tutte queste realtà in modo unitario: barchesse, cte, ortofrutta.
Questa è una pianificazione seria e unitaria, decisa e forte nell'idea e chiara nei contenuti, priva di quel processo decisionale ad personam tipico della chiusa mentalità trentina e purtroppo italiana.

Come guadagnarsi un posto alla Corte Costituzional Ciro

L'amico Renzo ha certamente sostenuto la cara rettrice presso l'amico Giorgio Napolitano.
Ad un favore si risponde sempre con un altro favore.
Il posto alla Corte Costituzionale vale 4 milioni di Euro in 9 anni. Oltre a tutti i benefits ecc.ecc.
Non male per un avvocato di periferia che si occupa di diritto amministrativo. Chissà cosa ne pensano le decine e decine di costituzionalisti, che lavorano tra Roma e Trento ... Non siamo tutti fessi.
Per quanto attiene al prezzo della biblioteca: non è ancora quello finale. Aumenterà ancora! Occhio!!
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