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Il rivoluzionario

La vita avventurosa di Gino Doné: partigiano nella laguna veneta, compagno d’armi di Castro e Che Guevara, attivista filo-cubano negli Stati Uniti.

Gino Doné

Tuxpan (Stato di Veracruz, Messico) è una città portuale sul fiume omonimo, che a poca distanza sfocia nel Golfo del Messico. Da qui, nella notte fra il 25 e il 26 novembre 1956, partì il “Granma”, uno yacht di 18 metri che invece dei 12 passeggeri previsti per quel natante, aveva imbarcato 82 aspiranti guerriglieri, diretti all’estremità sud orientale di Cuba sotto il comando di Fidel Castro. Era il primo atto della rivoluzione contro il regime del dittatore Fulgencio Batista, che si sarebbe conclusa vittoriosamente due anni dopo.

Oggi, a Tuxpan, su una piattaforma che ha come sfondo il largo fiume, sorgono i busti di tre dei quattro guerriglieri “stranieri” - non cubani - che parteciparono alla spedizione: il messicano Alfonso Guillén Zelaya, il dominicano Ramón Mejías del Castillo e l’argentino Ernesto Guevara.

Il quarto, fin qui assente in questa celebrazione, era l’italiano Gino Donè; ma dopo la sua morte, avvenuta nel 2008 a San Donà di Piave, dal Messico hanno fatto sapere che avrebbero voluto accostare agli altri tre anche una sua effigie. Si è fatta carico della cosa l’associazione “Ernesto Guevara”, che non senza fatica ha raccolto i fondi necessari, sicché il 9 agosto scorso, a Jesolo, il busto di Gino Donè, opera dello scultore Carlo Pecorelli, è stato presentato ufficialmente, in attesa di essere trasportato a Tuxpan, dove a partire dal 26 novembre, a 60 anni dalla partenza del “Granma”, farà compagnia ai suoi tre compagni d’armi; dopo che sarà stato risolto, con una sottoscrizione, il non facile problema del reperimento dei fondi per il trasporto oltreoceano, in vista del quale il presidente dell’Associazione Ernesto Guevara, Roberto Massari, lancia “un accorato appello” alla sottoscrizione.

Il “Granma” esposto al Museo de la Revoluciòn dell’Avana.
La rotta del “Granma” da Tuxpan (Messico) a Playa Las Coloradas (Cuba).

La Resistenza, per cominciare

Nato da una famiglia di braccianti nel 1924 a Rovarè, frazione di San Biagio di Callalta (Treviso), all’annuncio dell’armistizio Gino Donè, all’epoca militare a Pola, entra nella Resistenza operando soprattutto nella laguna di Venezia. A guerra finita, il generale britannico Harold Alexander, con il quale ha collaborato, gli fa avere un encomio solenne; ma contemporaneamente arriva anche una lettera dell’Esercito che, ignorando i suoi due anni di guerra, per quanto da irregolare, gli impone il servizio militare. Gino, temperamento ribelle, resiste due giorni in una caserma di Modena, poi scappa. Condannato come disertore, espatria in Francia, poi in Belgio e infine in Germania, da dove si imbarca clandestinamente. Scoperto nel corso della navigazione, non possono che permettergli di proseguire il viaggio e dopo aver toccato il Canada Gino si ferma a Cuba, dove nel 1951 trova lavoro come falegname e all’Avana fa conoscenza con Ernest Hemingway, che nella prima guerra mondiale aveva combattuto proprio nella sua terra.

Nel 1954 si sposa e il caso vuole che sua moglie sia una cara amica di Hilda Gadea, già leader studentesca in Perù e moglie di un giovane medico argentino, Ernesto Guevara, da lei introdotto negli ambienti rivoluzionari che si opponevano alla dittatura di Batista, avviata dal colpo di stato del 1952. Anche Gino si trova coinvolto, e Fidel Castro - allora in esilio in Messico - venuto a sapere di quel giovane ex partigiano italiano, e dunque con una certa esperienza in tema di guerra, lo aggrega al neonato “Movimento 26 luglio” e inizialmente lo utilizza, grazie al suo passaporto italiano, come corriere (fra l’altro per portare in Messico i denari necessari per l’acquisto del “Granma”), nonché come addestratore dei futuri guerriglieri, che hanno scarsa o nessuna pratica di armi.

“Fu come rivivere la Resistenza in Italia. Per me non era niente di nuovo” - ebbe a dire Gino Donè.

Tuxpan, Messico: i busti di tre dei quattro non cubani che parteciparono alla spedizione del “Granma”

Un inizio disastroso

E siamo all’avventura del “Granma”, dove Gino, tenente nel III plotone agli ordini di Raúl Castro, con i suoi 32 anni è il più vecchio del gruppo. La spedizione è un disastro. La navigazione, burrascosa, dura più del previsto e lo sbarco - a Playa Las Coloradas, nel sud-est dell’isola - avviene nel punto sbagliato, dove nessuno li aspetta (“L’appuntamento era quattro giorni prima, un chilometro e mezzo più in là” - racconta Donè). E poco dopo l’arrivo avviene il primo scontro, inatteso, con le forze regolari, al termine del quale metà del gruppo trova la morte mentre Guevara, in preda ad un attacco d’asma, è rimasto indietro e Fidel incarica Gino di tornare a cercarlo. “Prendo uno dei miei, forse si chiamava Luis. - racconta Donè al cronista del Corriere della Sera - Torniamo verso la laguna. Non so dove trovavamo le forze: fame stanchezza, quei giorni all’aria aperta sul “Granma”, stretti come sardine, pioggia e mare grosso. Camminavamo in silenzio. Due chilometri, forse tre dalla parte di chi ci inseguiva. Ecco Guevara. Veniva avanti trascinando le gambe. Testa bassa. Fucile e lanciagranate sulle spalle. Appena ci vede cambia colore. Si rianima. Un abbraccio, forte. Coraggio, ci aspettano - dico”. E avendo un po’ di pratica in materia di asma - anche sua moglie Norma ne soffre - con un massaggio lo rimette un po’ in sesto.

Ernesto Che Guevara e Fidel Castro

Poi, mentre Luis riporta il Che fra i compagni, Gino, rimasto alla retroguardia, non riesce a ricongiungersi. Riesce comunque a sganciarsi dai soldati che stanno braccando gli “invasori”, fino a raggiungere Santa Clara, nel nord-ovest, dove parteciperà ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari assieme all’amica Aleida March (futura seconda moglie di Guevara); finché i capi castristi, constatato che la sua sicurezza è a rischio, gli ordinano di lasciare il paese, recandosi prima in Messico, poi negli Stati Uniti, dove rimarrà a vivere per quasi mezzo secolo. “Dopo lo sbarco del “Granma” - ha spiegato - noi superstiti abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero, ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era bisogno di collegamenti, notizie, informazioni, soldi, armi, e di molte altre cose ancora. Così, chi con armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io”.

Comunque nel 1962, durante la cosiddetta crisi dei missili, Gino scrive alle autorità cubane offrendosi di tornare nell’isola come combattente, nel caso di un’invasione dell’isola, ma non gli rispondono.

Dall’America all’Italia

Jesolo, 9 agosto 2016: la presentazione del busto di Carlo Donè. Da sinistra, lo scultore Carlo Pastorello, il vicesindaco Roberto Rugolotto e il presidente dell’associazione “Ernesto Guevara”, Roberto Massari.

Cosa abbia realmente fatto Gino Donè negli Stati Uniti, a parte la sua vita “ufficiale”, a tutt’oggi è un mistero che solo gli archivi cubani potranno un giorno chiarire; c’è chi lo presenta come una sorta di agente segreto. Sta di fatto che i cubani gli hanno più volte dimostrato la propria riconoscenza per il lavoro svolto in quei lunghi anni.

Arsenio Garcia Davila, uno di quelli del “Granma”, ebbe a dire di lui: “Egli si adoperò insieme ad un gruppo di persone che lavoravano all’estero a favore della repubblica socialista cubana; Gino ha svolto questo compito per quasi 40 anni; e visse negli Usa servendo sempre la causa rivoluzionaria cubana”. Un apprezzamento confermato dai ripetuti inviti rivoltigli in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della spedizione del “Granma”. Così Gino è spesso ritornato a Cuba, sia durante il suo soggiorno in Florida, sia dopo il 2003, quando, rimasto vedovo della seconda moglie e non avendo figli, torna in Italia, dove subito si iscrive a quella sezione dell’ANPI di San Donà di Piave che aveva contribuito a fondare nel 1945.

Gino Donè è morto improvvisamente nel 2008, e al suo funerale hanno partecipato centinaia di compagni insieme ad alcuni funzionari dell’ambasciata cubana di Roma, che gli hanno portato quattro grandi corone di rose rosse: da parte di Fidel Castro, di Raul Castro, della ambasciata e dei granmisti superstiti.

La storia di Gino Donà ci è stata segnalata da Antonio Marchi, trentino d’adozione, lavoratore all’Università, da decenni figura caratteristica, per la generosità e la coerente intransigenza che lo ha sempre contraddistinto, della oggi esangue sinistra trentina. Ci siamo fatti raccontare come ha incontrato la figura di Donà.

Antonio Marchi

Antonio Marchi, membro della fondazione Guevara, ci racconta come ha conosciuto Gino Donà?

Non l’ho mai incontrato personalmente. Possiamo dire che l’ho “conosciuto” attraverso i racconti dei compagni. Me lo hanno descritto come una figura schiva, che parlava pochissimo di sè, non gli piaceva vantarsi, era una persona semplice, un uomo del popolo. Aveva un grande desiderio di giustizia e il costante desiderio di far qualcosa per migliorare e cambiare il mondo.

È stato ai suoi funerali, nel marzo del 2008

A Spinea, si. In quell’occasione diventai membro della fondazione Guevara. Il funerale fu un’esperienza toccante, arrivarono corone di alloro da Cuba, da parte dei fratelli Castro e degli altri suoi compagni del Granma. E poi c’era tanta gente, tutti legati alla figura di Gino.

Quali erano le sue doti di combattente?

Aveva spiccate capacità di intelligence, inoltre era esperto in armi e munizioni, questo lo rendeva preziosissimo. Castro lo incaricò di reperire finanziamenti per organizzare lo sbarco e rovesciare Batista. Ebbe un ruolo determinante, per la presa di Havana.

Eppure dopo la conquista della capitale, Gino “scompare”

Si, ma per una ragione molto semplice: fu mandato in America a “servire” Cuba. Questo si evince anche dalla documentazione presente nel libro scritto da Katia Sassoni. Era una sorta di agente segreto, di agente diplomatico: con le doti che aveva era utilissimo negli Stati Uniti.

Il prossimo 26 novembre si festeggeranno i 60 anni della partenza del Granma

In quell’occasione una delegazione della fondazione Guevara si recherà a Tuxpan per presenziare alla cerimonia durante la quale il busto di Gino Donè verrà affiancato a quelli degli altri tre non cubani che parteciparono alla spedizione.

In un certo senso verrà colmato un vuoto

Esattamente. Accanto a quello di Guevara, del messicano Zelaya e del dominicano Ramòn manca il busto di Gino. Sono vari anni che Roberto Massari (presidente della fondazione Guevara ndr) ha questa idea. Quest’anno si è concretizzata grazie anche al lavoro di Pecorelli, l’artista che ha creato il busto.

Spedire il busto in Messico ha un costo

Per quanto possibile ci siamo autofinanziati, ma abbiamo anche fatto appello a tutti quelli che hanno a cuore il tema della resistenza: stiamo raccogliendo aiuti da amici e compagni trentini, ma si può e si deve fare di più. Del resto sarà un avvenimento che resterà nella storia.

Ci racconti del viaggio

Ci fermeremo poco più di una settimana. Saremo una delegazione di una decina di persone, sarò l’unico trentino. Sarà un viaggio lungo e abbastanza costoso, tutto a nostre spese, ma in questi mesi abbiamo fatto tanti sacrifici per renderlo possibile. Porteremo con noi tutta la bellezza racchiusa nella figura di Gino.