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Giornalisti giudici di se stessi: funziona?

La crisi all’interno dell’Ordine dei giornalisti: quando la concorrenza è più importante della correttezza.

Acosa serve l’Ordine dei giornalisti? Fino a pochi anni fa - si potrebbe dire malignamente - essenzialmente a concederti il "tesserino", ossia la patente di giornalista, per alcuni strumento indispensabile per la carriera, per altri minuscolo status-symbol; e poi ad avere degli sconti sui trasporti pubblici (treno, aereo, autostrada). Funzioni modeste, come si vede, tanto che da più parti, ripetutamente, ne è stata chiesta l’abolizione. In teoria, l’Ordine è sempre stato anzitutto un organo di autogoverno della categoria, ma solo da pochi anni l’assolvimento di questo compito è apparso visibile, in coincidenza con una maggiore sensibilità nell’opinione pubblica e all’interno della categoria per temi come la salvaguardia dei minori e la difesa della privacy del cittadino. E così, da un paio di anni in qua, ci sono pervenuti - e non era mai successo prima - dei comunicati di questo organismo che rendevano pubblico l’esito di provvedimenti disciplinari emessi nei confronti di qualche giornalista che per rendere più suggestivo il suo pezzo aveva commesso qualche scorrettezza nei confronti di persone coinvolte in fatti di cronaca. Comunicati che il nostro giornale, particolarmente attento a queste tematiche, ha sempre pubblicato.

Intendiamoci, niente di paragonabile a Mani Pulite, né - ovviamente - come entità delle sanzioni, né come numero di casi. Toni Cembran, presidente dimissionario dell’Ordine dei giornalisti regionale, ci dice che in tre anni e mezzo di mandato sono stati trattati un’ottantina di casi (segnalati dagli interessati o dai lettori, o rilevati direttamente dalla lettura della stampa); ma solo per una ventina di questi episodi è stato avviato un procedimento, che in 5 casi si è concluso con l’archiviazione, in 10 con l’avvertimento (la sanzione più lieve, una tirata d’orecchi) e in 4 con la censura, una sgridata un po’ più severa che però non comporta per il responsabile nessuna conseguenza concreta.

Questo meccanismo - sufficiente o no che fosse alla bisogna - è entrato in crisi qualche settimana fa quando, in seguito all’archiviazione di un esposto contro un articolo dell’Alto Adige, il presidente Toni Cembran si è dimesso, seguito a ruota da altri due consiglieri, e infine, quando si è visto che lo strappo non era rimarginabile, anche dai restanti membri del Consiglio direttivo; ed ora si attende di sapere se l’organismo potrà essere ricostituito surrogando tutti i dimissionari oppure se i giornalisti dovranno tornare a votare.

La notizia da cui il caso è partito compare sull’Alto Adige a fine aprile: un uomo è morto in un incidente stradale, ma alcuni elementi fanno pensare che si tratti di suicidio. E il cronista, come spesso avviene anche per vicende prive di rilevanza sociale, si improvvisa detective e va ad investigare le cause del malessere del presunto suicida, individuandole in un "amore non corrisposto" e riferendo minuti particolari di contorno.

Un amico del defunto, letto l’articolo, invia un esposto all’Ordine dei giornalisti, il cui Consiglio direttivo, a larga maggioranza (7 a 2) decide di aprire un procedimento che si conclude con quello che potremmo paragonare a un rinvio a giudizio. Arrivati al "processo", succede che 3 dei 7 consiglieri che avevano votato per l’apertura dell’indagine sono assenti; un altro di loro, inoltre, ha cambiato idea, sicché di fronte alla proposta di comminare la sanzione della censura, ci sono tre voti favorevoli e altrettanti contrari. Viene allora messa in votazione l’archiviazione del procedimento, che passa con 3 sì, 2 no e un astenuto (un ulteriore ripensamento difficile da interpretare).

Il presidente Cembran, a quel punto, si dimette. Perché? - gli chiediamo.

"Il garante della privacy Rodotà dice che certi particolari si possono raccontare solo quando si tratta di una vicenda di interesse pubblico e non era questo il caso. Mi sono rifiutato di avallare una decisione che a mio parere manda all’opinione pubblica un duplice messaggio: il cittadino non può protestare contro le scorrettezze dei giornali, e i giornalisti sono una corporazione".

Viene a questo punto da chiedersi: tutto si riduce ad una normale difformità di valutazioni e al caso di un presidente che si dimette solo perché in disaccordo con la maggioranza del Consiglio?

A ben vedere, c’è di più. Andiamo a guardare i nomi dei giornalisti che si sono dimessi per primi o che hanno espresso solidarietà a Cembran: non sembra azzardato dedurre che costoro fossero d’accordo col presidente, ossia favorevoli alla censura nei confronti dell’Alto Adige. Ebbene, si tratta di due giornalisti dell’Adige e di tre della Rai; ne consegue che i fautori dell’archiviazione erano i restanti tre consiglieri, cioè i due dell’Alto Adige e un giornalista di un settimanale bolzanino. Non occorre essere maliziosi per avanzare il sospetto che a formulare un giudizio sulla correttezza di un articolo abbia concorso in buona misura anche lo spirito aziendale, il patriottismo di giornale.

Era la prima volta che ciò succedeva in misura così evidente? Non lo sappiamo: ma il fatto che il presidente abbia reagito in questa maniera, sbattendo la porta, potrebbe far pensare che questa sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Abbiamo rivolto una domanda in tal senso a Cembran, che però ha preferito eludere la questione.

Dove senz’altro la concorrenza fra i due quotidiani ha pesato è stato nel modo di raccontare lo scompiglio avvenuto in seno all’Ordine. L’Adige ha dato grande rilievo alla storia: si dirà che essa lo meritava e che è giusto che i lettori siano informati di questi retroscena, che oltre tutto probabilmente li incuriosiscono. Tutto vero. Peccato però che mentre il giornale si presentava in qualche modo come paladino del rispetto per il cittadino, anziché rievocare l’episodio di cronaca in termini generali, rimettesse in circolazione, con nomi e cognomi, quegli stessi particolari che, pubblicati dal giornale concorrente, avevano dato origine alla denuncia. E questo nonostante che il denunciante avesse fatto presente fin dall’inizio che non desiderava ulteriore pubblicità per quel tragico fatto di cronaca.

Quanto all’Alto Adige, si comporta in modo speculare, parlando solo delle conseguenze istituzionali della faccenda, omettendo qualunque accenno al fatto di cronaca da cui tutto era partito e arrivando al ridicolo di non dire su quale giornale il pezzo incriminato era comparso. Che si trattasse dell’Alto Adige, comunque, lo si deduce dal commento stilato da Orfeo Donatini (uno dei tre consiglieri presumibilmente favorevoli all’archiviazione), che se la sbriga constatando che tutto è andato secondo le regole, prendendo le difese delle "decine di colleghi impegnati in prima fila nel verificare, approfondire e riferire sui loro giornali dalla più piccola notizia di un incidente stradale alla più grande delle inchieste sui troppi misteri italiani", e accusando "chi non ha sprecato l’occasione per lanciare una vera e propria guerra di testata, con la speranza, ben presto svanita, di assestare un colpo da ko al giornale avversario".

Per poi concludere che la professione giornalistica "deve trovare al proprio interno le energie per seguire sempre criteri di rigore e correttezza".

Ma è proprio questo che non ha funzionato...