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La strana privatizzazione di InformaticaTrentina

L’idea è giusta; ma il modo in cui si sta procedendo è incredibile.

Sancio Panza

Solitamente, quando un governo decide di privatizzare un’azienda pubblica, segue un percorso a tappe ben definite. Anzitutto, se l’azienda è in perdita o comunque in una situazione tale da non garantirle un successo sicuro nel mercato privato, prima di venderla viene risanata. Per almeno tre ragioni. La prima, ovvia, è quella di far fruttare al massimo la vendita, ossia di incassare più soldi possibili: se l’azienda è disastrata, infatti, difficilmente i potenziali acquirenti saranno disposti ad allargare il portafoglio per imbarcarsi in un’avventura dagli esiti incerti; viceversa, un’azienda sana e con molte potenzialità farà gola a molti, che per aggiudicarsi l’affare saranno disposti a pagare prezzi più elevati.

Adoperarsi per fare in modo che la privatizzazione frutti il massimo possibile per le casse pubbliche non è questione di punti di vista: è un preciso dovere di chi governa, trattandosi di soldi pubblici. La seconda ragione per la quale le privatizzazioni sono sempre precedute dal risanamento è di prospettiva: se l’azienda immessa nel mercato spicca il volo, chi l’ha acquistata vedrà presto fruttare il proprio investimento. Di questo successo potrà vantarsi lo stesso ente pubblico in un’eventuale successiva privatizzazione, allargando così ancor più la platea dei possibili investitori e, di conseguenza, il prezzo di vendita, ossia ancora una volta l’introito per le casse pubbliche.

La terza ragione è al contempo economica e sociale: privatizzare un’azienda sana significa salvaguardarne l’occupazione. Infatti, se un’azienda che presenta segnali di crisi finanche nel protetto ambito pubblico fosse scaraventata di punto in bianco nel burrascoso mercato privato, si rischierebbe di assistere in breve tempo ad un fallimento o, nella migliore delle ipotesi, ad un energico tentativo, da parte del nuovo proprietario, di salvataggio e rilancio che, oggigiorno, passa comunemente attraverso massicci licenziamenti. E la disoccupazione è certamente un problema sociale, ma anche un problema economico, visto che i nuovi disoccupati finiscono per gravare sul resto della società e dunque sulle casse pubbliche. Se quindi il risanamento è la prima tappa, la seconda è la liberalizzazione, ossia l’apertura di quel settore di mercato ad una reale libera concorrenza. La liberalizzazione è necessaria se l’azienda in questione occupa una posizione di monopolio nel proprio settore, o se ha con l’ente pubblico un rapporto privilegiato. Anche in questo caso le ragioni possono essere almeno tre. Anzitutto, si deve evitare che, privatizzando un servizio, i cittadini si trovino poi a dover pagare prezzi più elevati per servizi più scadenti, senza possibilità di rivolgersi ad altri soggetti. È evidente, infatti, che se a fornire un determinato prodotto è una sola azienda, di proprietà privata, questa si troverà ad avere un potere enorme, potendo imporre qualunque prezzo senza nemmeno dover badare alla qualità di ciò che vende. In secondo luogo, se è lo stesso ente pubblico ad aver bisogno dei beni o dei servizi prodotti dall’azienda in questione, allora liberalizzare significa autotutelarsi: la privatizzazione è insomma una scelta vincente solo a condizione che l’ente pubblico possa poi acquistare quei beni o quei servizi attraverso aste o gare, che vedano concorrere il più ampio numero possibile di soggetti privati. Viceversa, l’ente pubblico si stringerebbe da solo il cappio al collo, trovandosi costretto a subire i ricatti dell’azienda privatizzata. Infine, la liberalizzazione è necessaria per motivi di democrazia economica: l’ente pubblico ha il dovere di consentire a tutti gli imprenditori, vecchi e nuovi, di inserirsi in quel settore, di provare a concorrere. Non è solo questione di giustizia: un mercato concorrenziale è più dinamico, poiché stimola l’innovazione, e questo è uno degli elementi principali per avere un’economia forte, capace di produrre ricchezza e, in definitiva, anche maggiori introiti fiscali.

Veniamo allora a Informatica Trentina, che la Giunta provinciale vuole privatizzare. Privatizzazione sacrosanta, trattandosi di un settore, quello della fornitura di servizi informatici alla pubblica amministrazione, che può tranquillamente essere affidato ai privati. C’è chi sostiene che, essendo il settore informatico strategico per il futuro, l’ente pubblico farebbe meglio a non privatizzare, ma è una bufala: ciò che conta è che vi sia una politica strategica, non il fatto che l’ente pubblico si metta a fare l’imprenditore. Semmai, va detto che il settore informatico è caratterizzato da un’evoluzione rapidissima, tanto più se paragonata alle lentezze dell’ente pubblico: mantenere il settore informatico in mano pubblica significa quindi inevitabilmente ostacolarlo. Privatizzare Informatica Trentina è dunque una scelta corretta. Tutto bene dunque? Non proprio. Perché la Giunta provinciale ha inspiegabilmente deciso di saltare le tappe intermedie, ossia risanamento e liberalizzazione. Informatica Trentina è, per ammissione della stessa Giunta provinciale, un’azienda in grave perdita di bilancio. Immetterla nel mercato privato in queste condizioni significa accettare l’idea di incassare poco, poiché sarà difficile trovare investitori disposti a sborsare grandi cifre per accollarsi un debito. Eppure il patrimonio di Informatica Trentina un certo valore l’avrebbe, considerato che l’azienda gestisce una rete capillare, che raggiunge ogni comune ed ogni biblioteca della provincia. Se Informatica Trentina è in queste condizioni, è molto probabile che tra le prime decisioni del nuovo proprietario vi sarà quella di una drastica riduzione del personale. Non a caso i dipendenti sono preoccupati, ma la Giunta provinciale li ha rassicurati dicendo che nessuno perderà il lavoro, lasciando intendere che gli esuberi finiranno dietro le scrivanie della Provincia. Insomma, altra perdita per l’ente pubblico. In terzo luogo, va detto che In- formatica Trentina ha attual- mente il monopolio della fornitura di servizi informatici alla Provincia. Una volta privatizzato il settore, quando si tratterà di concorrere per aggiudicarsi una commessa provinciale, Informatica Trentina partirà quindi in una posizione di oggettivo vantaggio rispetto agli altri soggetti. La Provincia dovrebbe insomma, prima di vendere Informatica Trentina, aprirsi alla concorrenza, iniziando a indire aste o gare aperte anche ai soggetti privati. E invece pare addirittura che, pur di liberarsi di un’azienda in perdita, la Giunta provinciale sia disposta a garantire all’acquirente contratti di fornitura di servizi alla Provincia per diversi anni. Insomma, non solo non si liberalizza, ma si incorona il monopolio privato, togliendosi da soli la possibilità di acquistare i servizi informatici dal miglior offerente, cosa che di solito è la ragione principale per la quale si decide di privatizzare. Come non bastasse tutto questo, il Presidente della Giunta provinciale non perde occasione per dichiarare alla stampa che intende vendere Informatica Trentina perché è un’azienda fallimentare, che fa perdere alla Provincia un sacco di soldi ogni anno. La qual cosa è vera, ma una volta deciso di vendere senza prima risanare, è proprio il caso di sbandierare ai giornali che Informatica Trentina è un disastro? È un po’ come se l’agente immobiliare incaricato di vendere la vostra casa dicesse ai potenziali acquirenti che le fondamenta sono marce, il tetto sta su per miracolo, le finiture sono di cattivo gusto, il terreno è inquinato e l’edificio è infestato dai fantasmi. C’è da augurarsi che Informatica Trentina non sia alla fine acquistata da qualche imprenditore “amico” di chi siede in Giunta provinciale, poiché in quel caso sarà difficile non pensare male.