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I cani verdi di Zhou Chunya

Il percorso artistico di un pittore cinese, dal realismo socialista all'avanguardia occidentale. In mostra a Trento Palazzo delle Albere.

Aprima vista, si direbbe un pittore in tutto e per tutto occidentale, anzi affascinato dall’avanguardia espressionista del secolo scorso. Invece il pittore in mostra alle Albere fino al 24 febbraio è Zhou Chunya, nato in Cina nella città di Chongqing nel 1955, e là vissuto con poche interruzioni fino ad oggi.

Occorre un po’ d’attenzione per scorgere il sostrato culturale cinese, ed in ciò sono d’aiuto le note biografiche e critiche di Monica Demattè. Dalle quali apprendiamo che l’autore ebbe la prima formazione pittorica in una scuola che proponeva come unico riferimento stilistico il realismo socialista, propriamente russo. Dopo di quella, per qualche anno ancora, dipinse soprattutto ritratti di Mao. Non si può negare che il percorso fatto da lì al deforme cane verde di oggi, è lungo. Ed è passato da un lato appunto per lo studio degli sviluppi post-ottocenteschi dell’arte europea, nel corso di un soggiorno triennale (1986-88) a Kassel, in Germania, dove rimase affascinato dal neoespressismo di Baselitz, Pench e Kiefer; dall’altro, per il bisogno di recuperare le radici tradizionali, premaoiste, della cultura pittorica cinese: quella pittura a inchiostro, per lo più di paesaggio, imbevuta di pensiero taoista, nella quale singole personalità pittoriche lasciarono negli ultimi secoli prove stilistiche molto personali.

Il cane che occupa il centro dell’attenzione nel ciclo presentato oggi alle Albere non abbandona del tutto il realismo. Le deformazioni inglobano spesso una parte di riproduzione fedele della realtà, accentuando il senso di soglia tra ordinario e mostruoso, cui concorre anche la funzione innaturale del colore. Qualcosa di analogo opera nei dipinti di figure umane, in cui il richiamo alla lezione dell’espressionismo storico è ancora più evidente. Le reminiscenze "cinesi" si possono rintracciare in aspetti meno evidenti, ma non secondari, come ad esempio un certo uso fluido della pennellata, trasparente, in una logica di bianco e nero, e soprattutto, forse, l’indefinito campo bianco,il vuoto in cui si stagliano le figure.

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