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Cai Guo-Qiang: un cinese a Trento

Artista cinese, attraverso mezzi insoliti (a Trento ha iniziato con dei fuochi d'artificio al cimitero, per poi proseguire con installazioni alla Galleria Civica) riflette sul senso dell'azione artistica, come sulle differenze culturali e politiche.

Nel giro di pochi mesi, è la seconda volta che un artista cinese si presenta al pubblico trentino. Si tratta oggi di Cai Guo-Qiang, che espone alla Galleria Civica di Trento, fino al 24 novembre.

Se il connazionale che lo aveva preceduto al Mart, Zhou Chunya (vedi I cani verdi di Zhou Chunya), sembrava aver fatto propri i modi neoespressionisti e del tutto pittorici di certe correnti occidentali degli anni Ottanta, lasciando trapelare le sue radici orientali solo a una seconda lettura, qui le cose sono molto diverse, e anche meno semplici. Cai Guo-Qiang ci dà subito la sensazione di non porre limiti ai mezzi pratici di espressione: pur essendo anch’egli in origine un pittore, predilige in assoluto esprimersi in altri modi. La sua stessa presenza a Trento è iniziata, qualche settimana fa, con dei fuochi d’artificio esplosi nei pressi del cimitero - performance di cui vediamo il video preso da due punti d’osservazione - gesto assolutamente anticonvenzionale, rivelatore di un pensiero sulla vita e sulla morte non propriamente occidentale. "La nostra cultura razionalista, analitica ed economicista - scrive Fabio Cavallucci - è amata e allo stesso tempo fortemente criticata da Cai Guo-Qiang. Il fatto che egli viva ormai in America da sette anni, viaggi in lungo e in largo per il mondo, e tuttavia preferisca continuare a parlare cinese, è forse una strategia di difesa contro il pericolo dell’assimilazione logico-alfabetica. Quello che promuove è un tentativo di incontro tra le due culture, un incontro superiore che non privilegia l’una sull’altra, ma le usa in modo intercambiabile. Da sradicato in Cina e non integrato in Occidente si innalza sopra entrambe, in una visione che pertanto non può che essere extraterrestre".

Extraterrestre è appunto un termine che ricorre spesso nei suoi interventi. Il percorso della Galleria Civica ci si presenta, da un lato, come esposizione delle tracce o del ricordo di azioni che hanno al proprio centro il fuoco: e ciò che colpisce non è tanto la stupefacente capacità di orchestrare fuochi d’artificio e figure di luce (una volta fece brillare un drago-aquilone lungo un chilometro), ma i contesti in cui ciò avviene, soprattutto quando il "teatro" dell’evento non è il cielo ma la terra. Certamente suggestionato anche dai segni lasciati in alcuni siti da oggetti non identificati, nonché dalle esperienze della Land Art, Cai Guo-Qiang traccia talvolta nella campagna, con micce e polvere da sparo, figure insieme clamorose ed effimere, che hanno però capacità di oltrepassare lo stupore immediato. Ancora, è la polvere da sparo a "disegnare" grandi fogli di carta che diventano il tracciato di un’ustione indelebile, insieme artificio e caos primordiale.

Nel 1999 Cai Guo-Qiang vinse il Leone d’oro alla Biennale di Venezia, con un’opera che riproduceva un tipico prodotto del realismo socialista cinese dei primi anni settanta: un insieme di cento statue dedicate ai lavoratori umili. Era del tutto evidente l’intento, non solo ironico, non solo parodistico, di riflettere sul senso dell’azione artistica, e sulle differenze culturali e politiche. Una riflessione analoga è quella che l’autore ci propone in questa mostra, proprio all’ingresso, rievocando la feroce polemica scatenata in Cina, nei primi anni settanta, contro il film di Antonioni sul grande paese asiatico. Mentre la pellicola scorre su uno schermo rosso, lasciando intravvedere le scene di quotidianità, inclusa la povertà, che stavano a cuore al regista, alle pareti dei da-tse-bao declamano il risentimento del regime, che avrebbe voluto decantati i propri meriti. E la risposta di Antonioni: "Sono venuto in Cina per cercare l’immagine, non la giustificazione". Pare proprio che Cai Guo-Qiang ami mettere il dito, tra un fuoco d’artificio e l’altro, in qualche piaga solo apparentemente sanata, e dare un senso non così effimero al confronto culturale, e politico.

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