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Democrazia... nel bidone

Il Trentino sembra incapace di raggiungere l’autosufficienza nel trattamento del rifiuto organico. Il problema è la scarsa democrazia nelle pubbliche decisioni.

I recenti sviluppi relativi alla gestione della frazione umida del rifiuto trentino portano allo scoperto non soltanto un serio problema ambientale, ma anche, soprattutto, un problema di democrazia, che in Trentino esiste, ma non è mai stato adeguatamente affrontato.

"L’ascolto dei gruppi della società civile è confinato alle istanze (di portata modesta) previste dalle procedure formali, mentre il confronto informale e dialogico è sistematicamente bandito […]. Si tratta di un deficit […] che spesso tende ad esacerbare i conflitti".

Propositi buoni, realizzazione disastrosa

E’ il 7 aprile 2005 quando entra in funzione l’impianto di biocompostaggio di Campiello di Levico, destinato a trattare oltre 20.000 tonnellate l’anno di rifiuto organico. L’impianto è il principale strumento per raggiungere l’obiettivo di autosufficienza nel trattamento dell’organico, che un anno dopo, nel 2006, la Provincia inserisce nel Terzo Aggiornamento del Piano Provinciale di Smaltimento dei Rifiuti.

Già, perché fino all’aprile 2005 le circa 30.000 tonnellate l’anno di organico differenziato dai trentini finivano quasi tutte in impianti veneti (funzionava e funziona tuttora un impianto a Rovereto, ma di capacità limitata a 5.000 tonnellate l’anno). Portare l’umido fuori provincia è però svantaggioso: comporta un aggravio di costi e soprattutto il rischio che una chiusura degli impianti extraprovinciali mandi in crisi l’intero sistema di gestione della frazione organica trentina. Di qui la decisione, senz’altro opportuna, di diventare autosufficienti. Tanto più che proprio il Terzo Aggiornamento del piano rifiuti ha mirato contemporaneamente ad aumentare i quantitativi di organico da trattare, incentivandone la differenziazione.

Peccato, però, che ad un buon proposito sia seguito un piano di realizzazione pressoché disastroso. L’impianto di Campiello, progettato dall’Istituto Agrario di San Michele, a pochi mesi dalla apertura rivelava subito la propria inadeguatezza: le emissioni maleodoranti portavano rapidamente a una sollevazione popolare, cessata solo il mese scorso, quando la Provincia ha annunciato di aver acquistato l’impianto - al fine di dismetterlo entro quest’estate - per 9 milioni di euro (che si aggiungono a quelli già sborsati per finanziarne in parte la costruzione). Un mare di soldi pubblici sperperati per ritrovarsi in una situazione peggiore di quella di partenza, visto che oggi le tonnellate di organico differenziato sono aumentate a 40.000 l’anno (e possono crescere ancora).

Il solo modo di ricavare qualcosa di positivo dalla vicenda di Campiello era trarne il giusto insegnamento: impianti del genere vanno progettati con maggior cura rispetto ai loro impatti ambientali e soprattutto col massimo coinvolgimento della popolazione residente. Ma quanto accaduto dal 2005 ad oggi dimostra che questo insegnamento non è stato recepito.

In un clima di diffidenza per quanto accaduto a Campiello, che avrebbe dovuto suggerire assoluta cautela agli amministratori, c’è stato modo di assistere ad altre due sollevazioni popolari contro altrettanti progetti d’impianti per il biocompostaggio, prima a Mezzocorona ed oggi a Lasino.

Nel primo caso, è stato il Comune a schierarsi contro la Provincia, che aveva individuato in un’ex distilleria di Mezzocorona il luogo per la costruzione dell’impianto. Ma il sito era troppo vicino alle abitazioni, e contro la decisione l’amministrazione comunale ha fatto ricorso al Tar. Risultato: niente impianto e un nuovo nulla di fatto.

Nel secondo caso, invece, sono i cittadini - costituitisi in due comitati, uno a Lasino e uno nella vicina Calavino - ad essersi schierati, negli ultimi mesi, contro la stessa amministrazione comunale, rea di non aver coinvolto la popolazione nella decisione di costruire l’impianto in una località anch’essa troppo vicina alle abitazioni. "Non siamo contro il biodigestore - ci dice Jacopo Zannini, uno dei portavoce del Comitato di Lasino - ma contro le modalità con cui si è arrivati alla decisione da parte del sindaco: prima dicendo sì all’impianto in conferenza dei sindaci, e solo poi facendo approvare la decisione dal Consiglio Comunale, senza alcun coinvolgimento delle popolazioni di Lasino e dei comuni della valle".

Non ci sono solo casi come questi, per fortuna. Il Comune di Faedo ha approvato nelle scorse settimane la costruzione di un impianto di biocompostaggio da 17.000 tonnellate sul suo territorio, senza incappare in alcuna sommossa, poiché la decisione è stata presa coinvolgendo la popolazione residente e identificando una località adeguata, lontano dalle case. Ma questa decisione, se servirà a dare (parziale) soluzione al problema della gestione autosufficiente della frazione organica, certo non basterà a risolvere l’altro problema emerso dalla vicenda, quello della scarsa qualità della democrazia trentina. Per questo servirebbe ben altro.