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“Vivere sotto la luna crescente”

Architettura e design nel mondo arabo, di ieri e di oggi: tema stimolante, ma troppo ampio in una mostra (al Mart di Rovereto) che, pur coinvolgente, è una sorta di introduzione a una possibile futura indagine.

La casa nel mondo arabo, tema ghiotto per un antropologo. Ma la mostra "Vivere sotto la luna crescente. Cultura domestica nel mondo arabo" (inaugurata nei giorni scorsi al Mart di Rovereto in concomitanza con altre tre esposizioni su diversi temi, e aperta fino all’11 settembre) lo affronta dal punto di vista delimitato che è proprio di un museo del design: per la precisione, il Vitra Design Museum di Weil am Rhein in Germania, che l’ha realizzata e concessa in esclusiva per l’Italia al Mart.

Caffettiera, Jedda (Arabia Saudita).

Andrebbe quindi deluso chi cercasse articolate contaminazioni interpretative che coinvolgessero, ad esempio, la vita familiare o il ruolo della donna. Ma, pur all’interno di questa ottica - indagare quale ruolo ricoprono la forma, la funzione e la decorazione nelle abitazioni e nei loro oggetti - appare subito chiaro che il terreno d’indagine è quanto mai ampio, forse troppo. Intanto, perché si rivolge ad una fascia geografica enorme, che dal Marocco e dalla Mauritania, attraverso i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, arriva al Medio Oriente e alla penisola arabica. Inoltre, il percorso non vorrebbe occuparsi esclusivamente dell’architettura tradizionale, in una prospettiva storica, ma restituire per quanto possibile i termini della situazione al giorno d’oggi, con la compresenza e l’intreccio di antico e moderno. Forse proprio questa dilatazione del campo d’indagine finisce per lasciare - nell’eleganza colorata ma asettica delle soluzioni espositive, che diventano non a caso esse stesse tema della mostra - la sensazione di trovarsi di fronte a una sorta di introduzione, alle grandi linee di un’indagine che meriterebbe altri sviluppi.

La prima parte della mostra, quella dedicata ai popoli nomadi e soprattutto quella sugli insediamenti rurali, è la più coinvolgente. L’abitazione dei primi è la tenda - la lunga tenda nera dei Beduini o le diverse tipologie dei Tuareg - considerata un vero archetipo culturale dei popoli arabi, se pensiamo che fu con questo strumento di sopravvivenza che i beduini diffusero l’Islam e la lingua araba in tutto il Mediterraneo meridionale. Ma sono poi i recipienti leggeri, le caffettiere e i bacili, le singolari sedie smontabili, soprattutto i tessuti e i tappeti, a darci più concretamente il sentore della vita nomade, la loro razionale leggerezza ma anche e sempre il fondamentale apparato decorativo che non manca nemmeno sull’oggetto più umile.

Le prime e più antiche abitazioni stanziali sono ancor oggi presenti nei piccoli insediamenti rurali delle vallate fertili o in zone coltivabili con l’irrigazione: qui vengono documentate alcune tipologie abitative inconfondibili, capaci di evocare nell’osservatore europeo le immagini magiche, fiabesche delle antiche narrazioni arabe, nonstante l’ottica della mostra voglia sottrarsi alla reminiscenza letteraria. Gigantografie, e soprattutto modelli in scala particolarmente curati, talvolta disposti per la "visione dall’alto" ci mostrano le "fattorie fortificate" in argilla dei monti dell’Atlante, in Marocco, il "menzel" bianco, tutto cupole e archi, della campagna tunisina, la "casa a volta" della Nubia, abitazioni per lo più concepite come recinto, con un cuore costituito da uno spazio a cielo aperto su cui si affacciano i diversi ambienti della casa.

Casbah a Skura (Marocco).

Ciò che lo sguardo "modernista" della mostra ci aiuta a cogliere è la soluzione funzionale data dalle costruzioni tradizionali sia a problemi basilari della sopravvivenza come la difesa dal caldo e dagli sbalzi termici e la gestione di un bene prezioso come l’acqua, sia a consuetudini relazionali tipiche di queste culture (ogni casa ha una parte dedicata agli ospiti, un’altra rigorosamente riservata alle donne). Questo stesso ordine di questioni abitative sono poi affrontate, nel tessuto di città di antica fondazione come Fes (Marocco), Damasco e Aleppo (Siria), il Cairo con una tipologia edilizia volta a creare nella casa condizioni "atmosferiche", fisiche e emotive, sicuramente invidiabili, in certi casi, dai più moderni edifici ad aria condizionata. Soprattutto attenta ad articolare gli spazi in modo da riservare un luogo ampio e centrale (la "casa di corte") da vivere in comune, per lo più con la presenza preziosa e anche simbolicamente sottolineata della fontana. Qui la mostra diventa più sbrigativa: in questo come in altri casi, nonostante la presenza di alcuni video a ciclo continuo, il supporto di un catalogo più ricco di informazioni, da utilizzare nel tempo, sarebbe stato prezioso. Anche la sezione conclusiva, dedicata al contemporaneo, si limita ad esemplificare in quattro modelli il movimento architettonico che nei paesi arabi cerca di torovare soluzioni abitative ai fenomeni di immigrazione urbana attingendo anche alla tradizione, un fenomeno che è cresciuto soprattutto alla fine della presenza coloniale. Forse il più importante di questi architetti, l’egiziano Hassan Fathy (1900-89) ha detto: "L’architettura araba iniza dall’interno e muove verso l’esterno... L’esterno deve riflettere la potenza dell’interno... è un’architettura dello spazio, non delle pareti".

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