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Legge elettorale: tutta da ridere

“Una porcata” - l’ha definita Calderoli. Vediamo perché ha ragione; e perché, malgrado tutto, il centrodestra dovrebbe perdere.

L’hanno appena votata e già tutti la vogliono cambiare. Si tratta della nuova sciagurata legge elettorale proporzionale con la quale saremo chiamati al voto il 9 e 10 aprile. L’aspetto negativo più evidente (oltre alla scomparsa del maggioritario, che di per sé diminuisce la governabilità e aumenta il potere dei partiti) è rappresentato dall’impossibilità totale per il cittadino di scegliere i parlamentari: non si potranno infatti dare preferenze, le liste sono bloccate e praticamente il 90% del parlamento e già stato nominato dall’oligarchia partitica al momento del deposito delle liste avvenuto un mese prima delle elezioni.

Ma non basta: la legge prevede anche complicate soglie di sbarramento, di lista e di coalizione, diverse per Camera e Senato, in un premio di maggioranza diverso per le due camere: nazionale per quanto riguarda i deputati (la coalizione che prenderà un voto in più otterrà 340 seggi, pari al circa al 54%), regionale per i senatori. E qui tocchiamo probabilmente il fondo.

Le regole per il Senato. Per rispettare l’elezione dei senatori su base regionale, come vuole la Costituzione, si è dovuto ricorrere a un premio di maggioranza che varia da regione da regione. Come dimostra la tabella a fianco, la percentuale che si raggiunge col premio di maggioranza non è identica per tutti (varia dal 55,3% della Lombardia, al 62,5% di Marche e Liguria), a causa del differente numero di seggi da assegnare; per cui nelle regioni piccole il premio è più grande rispetto alle regioni più popolose. Quindi relativamente la Calabria conta più della Sardegna, le Marche come la Toscana.

Quello che conta infatti, se prendiamo come presupposto che le due coalizioni non abbiano un’abissale distanza in percentuale, non è tanto il numero dei seggi che si attribuiscono a chi vince in una certa regione, quanto la differenza del numero di senatori conquistati. Per esempio la differenza della Puglia, del Lazio e dell’Emilia Romagna è di 3 seggi, quella di Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia è di 4 seggi e così via.

Il dato paradossale, già notato da qualche osservatore, risiede nel fatto che la differenza di seggi della Lombardia (5) è identica a quella che probabilmente si raggiungerà in Trentino Alto Adige, a causa del sistema maggioritario. Se infatti, come sembra prevedibile, l’Unione conquisterà tutti i sei seggi nei collegi uninominali (l’unico in forse sembrerebbe il collegio della Valsugana), mentre la Casa delle Libertà avrà soltanto l’unico senatore ripescato, il centro-sinistra annullerà la differenza di seggi che la destra quasi sicuramente otterrà vincendo in Lombardia. Insomma, siccome negli equilibri parlamentari conterà non il numero di parlamentari, ma la differenza rispetto agli avversari, il Trentino vale come la Lombardia; dunque, a una coalizione converrebbe molto di più lavorare sui 900.000 abitanti della nostra regione, che non sui 9 milioni di lombardi. Il che per noi va bene; ma è democrazia?

Ci addentriamo ora nelle previsioni che grazie alla legge, sono nel Senato particolarmente complicate, e che hanno fatto a molti ipotizzare un risultato difforme da quello della Camera. Per vedere meglio, dobbiamo considerare un altro aspetto: in alcune regioni una delle due coalizioni potrebbe raggiungere una percentuale superiore a quella ottenuta con il premio di maggioranza e quindi conquistare un seggio in più. Secondo i dati delle ultime elezioni regionali e i dati storici del decennio scorso, in Toscana l’Unione supererà di gran lunga il 55,5% (con il 61% avrà 11 seggi; con meno del 67% - dato difficile ma non irraggiungibile, ne avrà 12 contro i sei della destra). Per la sinistra questo può avvenire anche in Campania, in Emilia Romagna e in Basilicata, mentre la destra può sperare solo nella Lombardia. Di questo si deve tenere conto nelle previsioni per le elezioni.

Regioni già assegnate. Come esemplificato nella tabella a fianco, gran parte delle regioni, stando ai dati delle regionali del 2005, alla tradizione storica e ai recenti sondaggi (l’ultimo è apparso sull’Espresso della scorsa settimana), sono già state assegnate e quindi non dovrebbero esserci sorprese. Assegniamo al centro destra la Puglia perché, nonostante la recente vittoria di Vendola, tutti i sondaggi danno un chiaro margine alla Casa delle Libertà che tra l’altro qui ha sempre vinto. Premesso questo, in totale l’Unione raggiunge i 132-134 seggi contro i 119-121 della destra.

Regioni in bilico. Sono essenzialmente tre: Friuli, Piemonte e Lazio (tabella qui sotto). Secondo i sondaggi le prime due andrebbero al centrodestra mentre il Lazio, anche a causa degli ultimi scandali, dovrebbe essere appannaggio del centrosinistra. In questo modo all’Unione andrebbero in tutto 159-161 seggi contro i 148-150 per la coalizione di Berlusconi che quindi uscirebbe sconfitta.

Per ribaltare la situazione non solo la Casa delle Libertà dovrebbe vincere nel Lazio, ma anche in Calabria o in Liguria, fatto che ad oggi appare assai difficile. Anche perché bisogna contare i sei senatori a vita, di cui solamente Cossiga potrebbe essere ascrivibile al centrodestra mentre gli altri cinque (i cui voti potrebbero essere determinanti) tendono all’Unione. Per la circoscrizione estero si prevede un pareggio 3 a 3 oppure una vittoria della destra per quattro a due.

In conclusione: le combinazioni potrebbero essere molte, tuttavia emerge che la Casa delle Libertà è in grado soltanto di limitare i danni ma non di vincere al Senato. Quindi, in definitiva, quello che conta sarà vincere alla Camera, perché non sarà molto difficile trovare dei senatori disposti a salire sul carro dei vincitori per garantire un governo (come peraltro il centrodestra ha già insegnato: nel ’94 al Senato ci fu un sostanziale pareggio, trasformato da Berlusconi in vittoria grazie all’acquisto di alcuni senatori, tra cui Giulio Tremonti, eletto tra i Popolari, e passato armi e bagagli a fare il ministro sulla sponda opposta).