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Il latte, dove lo metto?

Dopo lo scandalo del latte all’inchiostro: forse sarebbe bene tornare al vetro, o ad altri materiali plastici riutilizzabili.

Un alimento completo: del latte si è sempre detto così. Ma se su questo possono essere d’accordo (quasi) tutti, molte sono le controversie relative al modo di produrre e distribuire questo alimento base. Forse proprio per il posto centrale che occupa nella dieta del trentino medio, nella nostra provincia il latte è diventato suo malgrado il pomo della discordia tra modi diversi di concepire l’attività di produrre e consumare.

A novembre, la faccenda cosiddetta del "latte all’inchiostro" (vedi Itx, perché ci fanno mangiare l’inchiostro) rimette prepotentemente in discussione l’uso del poliaccoppiato, impiegato in maniera maggioritaria nel confezionamento del latte anche nella nostra provincia; si tratta di un imballaggio che, al di là dei rischi connessi all’Itx, gli ambientalisti e i consumatori attenti alla sostenibilità ambientale delle attività produttive da sempre contestano, date le grosse difficoltà insite nel suo riciclaggio. Così, a dicembre arriva la richiesta della Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai: "Basta poliaccoppiati, si torni al latte nel vetro". Il direttore di Latte Trento, Sergio Paoli, si dichiara interessato alla cosa. Poi, passata la bufera Itx, a febbraio arriva invece l’accordo tra Provincia e Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica), per inserire nel piano rifiuti provinciale la raccolta differenziata dei poliaccoppiati.

Trentinoarcobaleno, che riunisce le realtà dell’ "altra economia" trentina, manifesta il suo disappunto per una scelta che non favorirebbe la riduzione dei rifiuti, come invece permetterebbe di fare ad esempio il "vuoto a rendere". La sezione regionale del WWF va oltre: la soluzione suggerita è quella dei distributori automatici di latte, già presenti in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Stesso parere manifestano anche il consigliere comunale Italo Gilmozzi e l’Unione contadini, per bocca del direttore Danilo Merz.

Abbiamo voluto fare il punto su questa faccenda, chiedendo il parere di alcuni dei soggetti locali coinvolti nella catena che porta il latte dalla stalla alla nostra tavola.

Il vetro pesa, restituire il vuoto costa fatica, insomma è scomodo: al consumatore il vetro non piace, tanto meno se è a rendere". E’ molto categorico Giorgio Gosetti, direttore del caseificio di Fiavè, dove di vetro oggi non se ne usa. "Capisco il discorso ecologico, noi non abbiamo nessuna preclusione verso il vetro. Ma non si può non tenere conto degli orientamenti del consumatore". A creare difficoltà, osserva Gosetti, è anche il fatto che il latte imbottigliato nel vetro costa di più. Qualche decina di centesimi al litro, ma incidono anche quelli: "In tempi di ristrettezze economiche come quelli odierni, la gente risparmia più sul cibo che sul telefonino. Prendete ad esempio la Mila: latte nel vetro ne imbottiglia, ma ne vende ben poco, sia da noi che in Alto Adige".

Il responsabile produzione dell’azienda altoatesina, Christian Mölling, ce lo conferma. "Il 20% del nostro latte è imbottigliato nel vetro a rendere, ma sinceramente non penso che la percentuale possa crescere, nemmeno qui in Alto Adige dove la sensibilità ambientale è più alta. Il vetro ci costa di più: deve tornare in ditta; va pulito, per cui serve tanta acqua; occupa molto più spazio degli imballaggi in cartone; e poi non è eterno: la bottiglia di vetro dura un anno, massimo un anno e mezzo, poi si fa scura e si scalfisce".

Claudio Verber, direttore di produzione di Trentinalatte, punta il dito contro la grande distribuzione, che si limita a seguire le regole del marketing: "Il vuoto a rendere ha meno appeal, e noi produttori ci ritroviamo ad essere succubi di una distribuzione che sui suoi scaffali vuole mettere prodotti appetibili prima ancora che sostenibili".

Giriamo le osservazioni ai due maggiori distributori trentini, Poli e Sait. "Da noi il latte in vetro c’è, è quello della Mila, e qualche bottiglia la vendiamo", ci dice Mauro Poli, responsabile vendite della omonima catena di supermercati. "Non penso comunque che sia una questione economica: il litro di latte in vetro costa solo poco di più. Penso sia piuttosto una questione di cultura: il vetro è percepito come più scomodo dalla grande maggioranza dei nostri clienti". E i clienti, si sa, hanno sempre ragione. "Nostro compito non è quello di fare sensibilizzazione, ma di offrire la possibilità di scelta più ampia possibile: vetro a chi vuole il vetro, plastica a chi vuole la plastica, cartone a chi vuole il cartone".

Il responsabile acquisti dei freschi della SAIT, Marco Eccel, gli fa eco: "Noi il vetro sugli scaffali l’avevamo messo, ma andava via una bottiglia su cento. E’ ancora possibile acquistare presso i nostri punti vendita latte del Lagorai in vuoto a rendere, ma non ce lo chiede quasi nessuno. In queste condizioni, cosa possiamo fare?".

Il vuoto a rendere, insomma, non piace al consumatore, e di conseguenza non piace nemmeno a produttori e distributori. Sembra un circolo vizioso: come uscirne? Giriamo la domanda a Francesco Borzaga del WWF. "Mi sembra che sul vuoto a rendere i grandi attori della filiera facciano a gara a cercare un alibi francamente pietoso: è chiaro che se chiedo all’asino dove vuole andare, l’asino mi porta nella stalla!". Facciamo presente a Borzaga che tutti gli intervistati si sono detti sensibili alla questione ecologica, e che sarebbero pronti a fare la loro parte se alle spalle ci fosse una decisione collettiva in tal senso. "A parole, sono tutti pronti ad apprezzare il discorso sulla sostenibilità ambientale, ma nei fatti si continua a scantonare. Certo, non c’è dubbio che a fare da capofila del cambiamento debba essere l’amministrazione provinciale. Se, come si dice, si vuole affrontare seriamente il problema dei rifiuti, è ora di preoccuparsi di risolverlo a monte e non solo a valle".

Purtroppo, non siamo riusciti a parlare con l’Assessore all’Ambiente Mauro Gilmozzi, che forse vorrà risponderci sul tema in un’altra occasione. Abbiamo invece sentito Andrea Miorandi, consulente di molte amministrazioni comunali italiane in tema di servizi di gestione dei rifiuti.

"Non credo che ci debba essere un solo attore a dover farsi carico del problema. Il pubblico gioca senz’altro un ruolo importante. Prendiamo l’esempio del Nord Europa. Lì il vuoto a rendere è maggioritario soprattutto perché l’usa e getta è tassato. Tuttavia, non si può pensare di risolvere il problema aspettando che la decisione cali dall’alto. E’ necessaria invece una politica sinergica che faccia perno su un elemento sul quale possono convergere tutti gli attori, dal pubblico alle aziende, passando per la società civile: mi riferisco al marketing ambientale".

Miorandi ci fa notare che al ristorante nessun esercente si sogna di portarti l’acqua nella plastica: usano tutti il vuoto a rendere. La ragione sta nella percezione del consumatore, che al ristorante considera inaccettabile la plastica. Miorandi ritiene che il marketing ambientale possa fare sì che lo stesso consumatore abbia una tale percezione anche quando si trova davanti allo scaffale del negozio o del supermercato. "Dal marketing ambientale le aziende hanno molto da guadagnare. Alcune aziende altoatesine vendono latte in vuoti a rendere senza grandi margini di profitto, ma questo permette di avere un buon ritorno in termini di immagine: chi apprezza l’attenzione di queste aziende per l’ambiente, magari poi finisce per acquistare anche altri loro prodotti".

Ci vorrebbe però un’imprenditoria del settore disposta a rischiare e a investire sul futuro, che punti sull’innovazione tecnologica per essere competitiva sul mercato. "Questo in effetti da noi manca. Si preferisce continuare ad avanzare argomenti poco solidi.

Ad esempio, si dice che il vetro a rendere costa di più. Ma, anche lasciando perdere i costi ambientali, che ci si dimentica sempre di accollare a plastica a poliaccoppiati, rimane il fatto che più bottiglie si utilizzano, più decresce il costo di ciascuna di esse, come è stato verificato nell’ambito di uno studio che io e altri abbiamo condotto con l’Università di Trento nel 2002 (dal quale emerge come un vuoto a rendere abbia nel complesso del suo ciclo di vita un impatto ambientale inferiore all’usa e getta, n.d.r.).

Oppure sento dire che il vetro è pesante, ingombrante o che dopo un anno e mezzo va buttato: ma allora perché non si punta sul policarbonato? Si tratta di un materiale plastico riutilizzabile, già impiegato all’estero e localmente da alcune latterie altoatesine per il latte fresco: costa un po’ di più, ma oltre a pesare molto meno e ad occupare meno spazio nei magazzini, si può reimpiegare più del doppio delle volte che si reimpiega il vetro".

I presupposti per un passaggio al vuoto a rendere sembrano quindi esserci: all’attenzione verbale degli attori coinvolti nella produzione e nella distribuzione del latte si aggiungono anche le condizioni tecniche ed economiche ormai mature, che però per pigrizia si finisce col non cogliere.

"Ma è ora di darsi una mossa - osserva Miorandi - Quindici anni fa anche chi parlava di raccolta differenziata veniva preso per pazzo, salvo poi esserci arrivati per forza e di corsa in questi ultimi anni. Adesso è venuto il momento di preoccuparsi seriamente anche della riduzione a monte dei rifiuti".