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Luigi Russolo al Mart

Con qualche lacuna, il percorso, accidentato e pieno di svolte, del pittore futurista, ma prima simbolista e poi spiritualista, in una mostra al Mart.

Quello che non ci si aspetterebbe, visitando la ostra di Luigi Russolo (Mart di Rovereto, fino al 17 settembre) è di trovarsi, all’inizio, in una sala tutta dedicata alla calcografia, qualcosa di più di un’introduzione alla sua attività pre-futurista: l’intero corpus delle sue incisioni, pratica alla quale smette di dedicarsi dal momento (gli inizi del 1910) in cui entra a far parte del nucleo fondatore della prima avanguardia italiana, firmandone il Manifesto con Boccioni, Carrà, Balla e Severini. Russolo ha 25 anni, gli altri qualcuno in più.

“Donna pipistrello”, 1907.

La completezza della sua giovanile opera di acquafortista fa un certo contrasto con le lacune di cui soffre il percorso della sua produzione successiva (il catalogo documenta in bianco e nero più di 20 opere di "ubicazione ignota", più alcune non esposte), ma mette bene in chiaro le radici culturali di Russolo: sono quelle del simbolismo, Bocklin, Redon, Ensor, Munch, e dei nostri divisionisti, Pellizza da Volpedo e soprattutto Previati. Troviamo incursioni nell’irrazionale e nel fantastico ("Donna pipistrello", "Nietzsche")che rivelano influssi letterari decadenti, fino agli accenti macabri di un filone che può risalire a Goya e Blake. Nel 1910 qualcosa si muove, l’incontro con Boccioni, vero cardine della poetica futurista, si rivela nel tema della periferia urbana, della modernità che avanza. Anche in pittura, sul terreno simbolista, si innesta una ricerca di matrice divisionista, che in questa sede viene raffrontata con esperienze parallele di Boccioni: il notturno urbano ("Lampi") gli è debitore, almeno quanto al soggetto, ed è un quadro ancora vibrante di valori atmosferici, qualcosa che, con la svolta del 1910, non ritroveremo più.

La stagione futurista di Russolo, in quanto pittore, dura pochi anni. A metà del 1913 il suo interesse creativo già si sposta in ambito musicale, e la mostra dedica due stanze a documentare le sue innovazioni, i curiosi strumenti elettromeccanici che producono diversi tipi di rumori tratti dalla vita reale.

In quanto pittore, egli interpreta i principi del nuovo movimento facendo leva, più dei compagni, sulla violenta accensione cromatica, ma la sua immagine risulta talvolta ancora popolata da riferimenti simbolisti (le maschere nel quadro che si offre come trasposizione visiva della musica). Del resto nel 1912, durante la tappa parigina del giro europeo del gruppo futurista – di cui abbiamo qui una campionatura - Guillaume Apollinaire, parlando dei debiti del futurismo con il cubismo (antica querelle), trovò invece altre ascendenze per l’opera di Russolo, appunto tra simbolismo e secessioni. In un quadro come "Rivolta" ( che anticipa in modo meno evoluto quella che è forse la sua opera più nota, "Dinamismo di un automobile", qui non esposto) l’eccitazione cromatica si sposa con una composizione di linee che riprende il bocconiano "Treno in corsa".

Nel loro insieme, le opere futuriste di Russolo qui esposte non trasmettono tuttavia una sensazione coinvolgente e unitaria, e confermano l’opinione – già espressa, tra gli altri, da autori come Anzani e Pirovano – che il suo estro inventivo non basti a riscattarne del tutto la pittura la quale, accogliendo di volta in volta diverse soluzioni linguistiche, non riesce ad imporsi con una netta e autonoma cifra stilistica.

La mostra, e soprattutto il catalogo a cura di Franco Tagliapietra e Anna Gasparotto, indagano in modo approfondito la poliedrica personalità di Russolo, attingendo anche ai documenti del fondo acquisito nel 2004 dal Mart. Dopo la Grande Guerra, l’attività pittorica di Russolo si dirada ma non si spegne del tutto e, benché egli non accetti di essere assimilato ai pittori di Novecento, le sue poche opere degli anni Venti risentono in modo molto evidente del richiamo a una figurazione opposta agli ideali del dinamismo.

Negli ultimi sette anni di vita (fino al 1947) arriva infine a un diverso approdo stilistico, che per certi versi può sorprendere: un paesaggismo di impronta spirituale, frutto di una sua lunga vicenda di meditazione, di studio delle filosofie di vita orientali, di interessi esoterici, che sfociò nel testo "Al di là della materia".

Col "senno di poi", cioè osservando il percorso dalla fine, e confrontandolo con gli inizi, non è arbitrario vedere, sotto gli scarti e le svolte, una certa linea di continuità, appunto nell’attitudine spiritualista, cioè nella prevalenza data allo spirito sulla materia: dal simbolismo iniziale al senso della morte che incontriamo all’inizio e alla fine, al dissolvimento della forma nella vicenda futurista, a quella sorta di sospensione atemporale della fase finale.

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