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L’inesistente obiettività

La Tv, la carta stampata, e la ricerca (pelosa) dell'obiettività.

Contributi a tv e radio, ma non alla stampa. Perché “la comunicazione via etere è priva della mediazione giornalistica e quindi risulta più diretta”. Lo ha di recente affermato il consigliere provinciale della Margherita Adelino Amistadi, promotore di una proposta di legge che il prossimo anno, se approvata, andrà a finanziare tv e radio trentine, ma non le locali testate cartacee (di questo progetto parliamo più estesamente in Informazione: prima dei soldi, la qualità).

Quella di Amistadi ricorda l’idea di un politico ben più noto, Massimo D’Alema, che un giorno espresse più o meno gli stessi concetti quando gli fu chiesto perché privilegiava la tv rispetto alla stampa. Questa convinzione, soprattutto se diffusa tra chi deve fare le leggi, è estremamente dannosa. La tv più obiettiva della stampa. Nel crederlo si cade in due equivoci, uno più specifico e uno più generico.

Il primo riguarda il linguaggio radiotelevisivo. Diretto? Immediato? Non esattamente. Stupisce che a ormai oltre 50 anni dall’affermazione del medium televisivo si debba ancora spiegare a qualcuno che tale linguaggio ha una sua grammatica e una sua sintassi, e che nel processo di codifica da parte di chi lo usa giocano un ruolo fondamentale gli elementi soggettivi. Dietro ogni inquadratura e ogni successione di inquadrature ci sono scelte linguistiche influenzate dai valori e dalle idee di chi le compie. Non parliamo poi del processo di editing che i prodotti del linguaggio televisivo subiscono, ovvero delle scelte relative alla collocazione da dare ai singoli servizi nel notiziario. La mediazione giornalistica è tutt’altro che assente.

Il secondo equivoco è il padre del primo. Ovvero l’idea che possa esistere un giornalismo obiettivo. Non è una questione di medium. L’obiettività non esiste.

Anche qui nessuna scoperta, in realtà. Fu il massmediologo americano Walter Lippmann ad accorgersene per primo sin dagli anni Venti, quando condusse un esperimento su alcune decine di giornalisti, chiedendo loro di fare il resoconto più obiettivo possibile di un episodio al quale tutti avevano assistito di persona poco prima. Non vi fu un solo resoconto uguale all’altro.

La separazione tra fatti e opinioni è una pretesa e nulla più. Il fatto smette di essere un fatto nel momento in cui viene raccontato. Il giornalista, che usi la telecamera o la penna, non è un portatore di Verità, ma sempre e solo un testimone che media tra la realtà e il pubblico, e nel farlo è guidato da idee, opinioni, modi di vedere che non potrebbero essere analoghi in nessun altro testimone. Lo disse Lippmann negli anni ’20, ma oggi, a quasi cent’anni di distanza, ci sono ancora tanti Amistadi e D’Alema che ritengono la mediazione giornalistica un fastidio da aggirare tecnologicamente.

“Sui quotidiani molte questioni vengono manipolate e confuse dai commenti”, ha detto Amistadi. D’Alema sottoscriverebbe. Certo, una cosa è ammettere che l’obiettività non esiste ma impegnarsi a informare con onestà, un’altra è farlo con disonestà, manipolando. Ma è proprio chi manipola, in genere, che si trincera dietro il mito dell’obiettività.

E in televisione le cose non vanno meglio che sulla stampa. Obiettiva definiva l’informazione del suo Tg1 l’ex-direttore Clemente J. Mimun, quello del “panino”, il servizio che chiudeva il parere dell’opposizione tra quelle di maggioranza e governo: ovvero, uno dei più chiari esempi di manipolazione giornalistica che l’italica informazione abbia avuto in tempi recenti.