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Informazione: prima dei soldi, la qualità

C’è un disegno di legge che si propone di finanziare i media locali. Ecco perché è sbagliato.

Bruno Sanguanini

In Trentino, l’ipotesi di una legge provinciale per il finanziamento pubblico dei media (giornali, tivù terrestre, radio, tivù satellitare, siti Internet, blog, ecc.) è da due settimane nell’agenda della politica e del giornalismo (vedi anche l’articolo a pag. 6). Tutto ha inizio a ciel sereno, a fine ottobre. Adelino Amistadi (consigliere provinciale di governo) e Marcello Carli (consigliere provinciale di opposizione) annunciano alla stampa, prima che al Consiglio provinciale, la presentazione di una legge di finanziamento dei media locali che producano informazione di pubblica utilità. I due perorano la causa della scarsa notiziabilità di ciò che accade nelle valli trentine. Più o meno apertamente criticano il Trento-centrismo dei cronisti delle redazioni di quotidiani e tivù, con particolare riferimento ai TG regionali.

La montagna trentina dev’essere più presente in diretta televisiva. Come? Inducendo i cronisti a interessarsi di più su quanto succede oltre i crinali dell’asta dell’Adige. Come? Facendo leva sull’editore finanziando strutture, programmi, formazione dei giornalisti e dei tecnici. Insomma, si vogliono dare dei contributi pubblici agli editori dei media locali, soprattutto a quelli che promuovono dei notiziari, dei programmi e delle cronache incentrati sulle realtà valligiane.

I punti della proposta sono quattro: valorizzare l’immagine della Provincia (leggi: PAT) anche attraverso sovvenzioni al sevizio pubblico radiotelevisivo e alle emittenti radiotelevisive locali; sostenere la produzione di informazione locale da parte di emittenti private; erogare contributi per realizzare notiziari; promuovere la formazione professionale di giornalisti e tecnici dell’informazione.

Davanti a tale progetto le reazioni sono state composte ma immediate. Nessuno, com’era ovvio, ha inveito contro l’ipotesi di un Tg noneso o di un Corriere del Tesino: tanti però hanno manifestato, con vivaci dichiarazioni alla stampa, preoccupazioni d’ogni genere. Alcuni autorevoli leaders del centro-destra hanno paventato l’eventualità che la PAT, finanziando l’editoria mediatica locale, divenga una sorta di editore-ombra dell’informazione, il che costituirebbe una implicita minaccia alla libertà d’informazione. E’ il primo sonoro “nein”.

Una reazione chiara e decisa è stata espressa dall’Ordine regionale dei giornalisti: “Soldi alle tv e radio private? E’ una legge priva di senso, non è sufficiente emendarla”, afferma il presidente. Il dito è puntato contro l’eventualità che il finanziamento pubblico agli editori dei media locali comporti alcune degenerazioni. Anzitutto, la sovvenzione per i notiziari locali può costituire un condizionamento alla libertà d’informazione ed una subalternità dell’informatore sia alle veline dell’editore che al personaggio locale che è oggetto della cronaca. Si fa notare che la notiziabilità delle valli non è un dogma: è una facoltà del giornalista, ma non dell’editore o del suo sponsor pubblicitario. Infine, la formazione di cronisti, pubblicisti, giornalisti, non può essere materia degli editori, dei media, di un consorzio di editori beneficiario di finanziamenti pubblici. Insomma, l’Ordine, constatando sbavature riguardanti la tutela della libertà dell’informatore, dice no al progetto.

Un’altra reazione, espressa da una parte della stampa locale, va in direzione contraria. Si sostiene che la proposta di legge è perfettibile ma non è fuori luogo: nei suoi estensori c’è buona fede e nessun intento di condizionare l’informazione delle emittenti radio-televisive locali. E contemporaneamente, si conviene con l’ipotesi di una legge provinciale se questa aiuta le imprese editoriali. Non fa altro che bene, si sussurra, soprattutto se si limita a promuovere il piano industriale. Anche il presidente dell’Ordine dei giornalisti, a quanto riporta la stampa, non esclude che ci possano essere sovvenzioni alle aziende editoriali: d’altro canto, il finanziamento statale ai quotidiani nazionali insegna.

Ma dove siamo, sulla luna o a casa nostra? Qualcuno sembra dimenticare che qui, come nella vicenda di Telecom Italia, o in altri casi come Alitalia, Enel, ecc., ci troviamo davanti a progetti che tutto sono tranne progetti industriali: progetti finanziari o, come nel nostro caso, di orientamento dei contenuti informativi. Il tutto rigorosamente estraneo alla cultura d’impresa, come peraltro recentemente sottolineato dai giovani industriali trentini.

Con ogni probabilità è a questa eco che il presidente della Provincia ha dato ascolto quando, il 4 novembre, ha dichiarato “opportuno congelare la legge Carli-Amistadi” perché “prestava il fianco ad interpretazioni non positive”. Davanti a tanta chiarezza e decisionalità c’è poco da obiettare. Meraviglia comunque un po’ – suggeriscono i politologi delle istituzioni – che a innestare la marcia indietro non siano gli estensori del disegno legislativo ma il decisore istituzional-amministrativo.

La cosa è forse comprensibile alla luce dello sguardo lungo ( e interessato) di Dellai: il tavolo della campagna elettorale per le elezioni provinciali del 2008 sta per essere allestito e nessuno può permettersi di creare un casus belli sull’informazione con il giornalismo regionale.

In parallelo, che senso ha fare una legge quando non c’è ancora l’apparato amministrativo provinciale in grado di gestirla? Affidarla all’Ufficio Stampa della Provincia? Possibile, ma la passata esperienza del Premio di giornalismo e di “Indaco” consigliano di procedere più con le babbucce che con le sgalmere.

Il disegno di legge parla di “sostenere le iniziative di qualificazione e di ammodernamento del settore, favorendo gli investimenti relativi all’acquisizione e all’innovazione di strutture e mezzi di produzione dell’informazione locale”. Insomma, si parla di finanziamenti pubblici a favore di antenne, ripetitori, ponti trasmessivi, cioè tutto ciò che serve per la tivù digitale e satellitare. Non si parla però di informazione via Internet, telefonino, blog; non si parla di siti on line dei Comuni, delle Comunità di valle, delle ex-Apt, dei partiti o della stampa di partito. Come mai? Il Trentino produttivo guarda sì tanto i giornali, ma ama soprattutto navigare in Internet; non rinnega il folk, ma preferisce accedere alla banda larga.

E’ convinzione di quasi tutti che il sistema radio-televisivo locale navighi in acque torrentizie ed avare di profitti. Salvare dalla cascata chi si butta spontaneamente pur non sapendo nuotare è umanamente doveroso, purché in ballo non ci siano profitti finanziari e soldi pubblici a vantaggio dell’improvvido saltimbanco. Allora, se veramente si vuole promuovere l’informazione di pubblica utilità, parliamo meno di strutture industriali dei privati e più di qualità dell’informazione, della comunicazione delle istituzioni, dei valori della comunicazione politica.

Prima di lanciare sentenze guardiamo chi c’è in redazione. A casa nostra, quanti sono i giornalisti di redazione che creano notizie scendendo in strada invece di piluccare tra i comunicati-stampa e su Internet? Forse troppo pochi. Chi è che fa e sa fare interviste e qual è il redattore che le chiede al cronista? Chi dedica alcuni giorni di lavoro a condurre un’inchiesta giornalistica in valle? Per converso, quanti sono gli editori che accolgono a braccia aperte in redazione gli studenti universitari per occuparli come cronisti avventizi trimestrali gratuiti? Tanti. Chi tra i cronisti di professione ha una laurea o master in giornalismo? Pochissimi.

Questo è il problema-chiave: a qualità nell’informazione locale. Un disegno di legge sull’informazione di pubblica utilità per le istituzioni e la società civile dovrebbe promuovere anzitutto la qualità. Per farlo, però, occorre conoscere veramente la realtà locale e sapere che cosa significa “fare qualità” nella e per la comunicazione in pubblico. Meraviglia quindi che nessuno faccia presente che apparteniamo a una realtà territoriale che ha nell’informazione pubblica un pilastro della sua storia sociale e dell’autonomia amministrativa.

Disponiamo di tre quotidiani, alcuni periodici (settimanali, quindicinali, mensili), tre o quattro tivù locali, diverse radio per una popolazione di circa mezzo milione di abitanti. In regione c’è una tale concentrazione di media e professionisti della comunicazione da farne una rarità europea. Meraviglia che nessuno ricordi che la legge nazionale prevede che giornalisti si diventa prima con la laurea e poi con il praticantato. Non meraviglia, invece, che nessuno dica quali siano le urgenze di ri-qualificazione specializzata dei cronisti trentini di giornali, radio, tivù. Molti vanno privatamente a lezione di pronuncia, eloquio, look: nessuno però va a scuola di scienze della comunicazione e dell’informazione. Eppure, qualcuno deve spiegare agli aspiranti cronisti professionisti che fare giornalismo a Treviso o a Modena non è come farlo a Trento o Bolzano.

Ci meraviglia che nessuno, tra gli estensori o tra i critici del disegno di legge chiami in causa il dovere dell’università a formare sia i tecnici (diploma universitario) sia i giornalisti (laurea specialistica). Ciò è forse la conseguenza del fatto che a Trento non c’è un Circolo della Stampa come a Bolzano? Sicuramente è la conseguenza dell’inesistenza in regione sia di un istituto tecnico specializzato in audiovisivi, sia di un corso di laurea specialistica in giornalismo e multimedia.

Perché le Università di Bolzano e Trento non si fanno avanti? Forse perché non sono interpellate. E’ a queste istituzioni formative che, in primis, il progetto di Carli e Amistadi dovrebbe rivolgersi. Solo in seconda battuta si potrà parlare di programmi, contenuti, impianti editoriali. Occorre più metodo, ricerca della qualità, conoscenza. Altrimenti com’è possibile “portare il territorio locale verso l’eccellenza”, come chiedono i giovani imprenditori?