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Vite avventurose

Sindacalisti rivoluzionari e anarchici in Trentino fra 1890 e 1930): alcune tracce.

Mirko Saltori

Nel Trentino asburgico di fine ‘800, in cui con difficoltà ma anche con tenacia andava organizzandosi per opera di studenti ed artigiani il Partito socialista, non poteva esservi spazio per quel movimento anarchico che aveva le sue roccheforti, all’interno dell’Impero, nelle città di Vienna, Praga e Trieste. Ciò non impediva alla Polizia di rilevare ogni possibile indizio di anarchismo, così come non impedì ad un tipografo roveretano, Giuseppe Gioseffi, nato nel 1865, di sposare il verbo anarchico: formatosi, politicamente e professionalmente, a Milano, fu poi condannato e costretto ad emigrare a Lugano (da cui fu espulso con altri anarchici, tra cui Pietro Gori), in Francia, a Trieste; nel 1896 giunse anche, con clamore, a Rovereto, ove fu arrestato e processato. La sua biografia è ancora incerta, ma pare sia morto in Sudamerica.

Mario Belluta

Fu invece verso la fine del primo decennio del secolo che a Trento si formò un gruppo di socialisti di tendenza sindacalista rivoluzionaria, che si venne ad opporre al centralismo viennese, oltre che al riformismo dei socialisti trentini: a guidarli fu il fiorentino Giulio Barni, che nel 1910 prese a dirigere il giornale “L’Avvenire del lavoratore”, da cui iniziò una durissima polemica contro il partito trentino. Costretto a dimettersi, egli ebbe poi un’involuzione in senso nazionalista che lo portò ad un attivo interventismo (morirà sul Carso nel 1915).

Ma la realtà di quel sindacalismo non è naturalmente identificabile in toto con la parabola barniana: il gruppo continuò l’attività sotto la guida del falegname Antonio Detassis (1880-1972), che militò sempre nella sinistra socialista; alle elezioni comunali del 1914 schierò, oltre a Detassis, Fortunato Pedrolli, ben nota figura di socialista e poi comunista perseguitato ed incarcerato dal fascicmo. Detassis partecipò in quegli anni a numerosi scioperi, venendo arrestato nel luglio 1912 per la manifestazione a sostegno degli scalpellini, durante la quale inneggiò allo sciopero generale: dichiaratosi “anarchico rivoluzionario” e definitosi come “educato ad una scuola civile ed umanitaria, [che] non ebbe l’animo di abbracciare né la carriera del prete né quella del magistrato”, fu condannato a tre settimane di arresto rigoroso. Nel 1914 fondò il quindicinale “La Camera del lavoro e società aderenti”, rarissimo foglio plurisequestrato (assente dalle biblioteche trentine) di cui uscirono per lo meno 12 numeri. L’ultimo a noi noto, del 27 giugno, conteneva articoli a commento della “settimana rossa”. Scriveva il Detassis: “Un’altra tattica però vorrei si adottasse durante gli scioperi generali. E’ logico, con i soli ciottoli ben poco si fa, vorrei che il popolo andasse più in là… […] Nessun riguardo verso la borghesia, tanto i responsabili siamo sempre noi, se restiamo sconfitti la sua ferocia non conosce limiti”. E chiosava Ilario Bettolo: “E’ dello sciopero generale che bisogna parlare più che della scheda, è questo che fa avanzare la rivoluzione nel mentre l’altra l’arresta”.

Se è vero che il gruppo sindacalista fu, sul territorio trentino, concentrato per lo più nella sola Trento, esso ebbe però stretti contatti con gruppi di operai emigrati in Vorarlberg, Svizzera, ecc. Tra essi, collaborarono al giornale gli anarchici Giuseppe Segata (falegname di Trento) e Alberto Giori (elettricista di Noriglio) da Parigi, e Ilario Bettolo da Zurigo. Il Bettolo è figura delle più interessanti tra gli anarchici trentini. Nato a Bieno nel 1876, muratore, fu assai presto attivo fra la Svizzera ed il Vorarlberg, ove promosse un Circolo di studi sociali. Già corrispondente, nel 1910, dell’ “Avvenire del lavoratore” barniano, nel 1913 risultava collaborare al periodico anarchico di Ancona “Volontà”, diretto da Errico Malatesta, ed essere abbonato a “L’avvenire anarchico” di Pisa, “Les Temps Nouveaux” di Parigi, e “Wohlstand für Alle” di Vienna. Anche durante il fascismo venne considerato pericoloso incitatore di masse operaie: emigrato in Nordamerica, fu negli anni ’30 attivissimo membro di un circolo anarchico italiano presso Boston. Sembra sia poi morto a San Francisco.

In una lista di persone politicamente pericolose presenti a Trento, stilata dalla Polizia nel 1914, figuravano due “Anarchisten”: Antonio Detassis e Mario Belluta. Mario Belluta, nato a Trento nel 1893, pittore, figura assai bizzarra, si può considerare un po’ la personalità di spicco del movimento anarchico trentino. La sua biografia, che stiamo cercando di ricostruire minuziosamente, è una sorta di romanzo le cui tracce si perdono e riafforano continuamente. Arrestato nel 1913 perché una denuncia lo indicava, assieme ad altri affiliati alla setta anarchica milanese “Indipendenza internazionale”, come esecutore d’un prossimo attentato contro l’arciduca Francesco Ferdinando, tale attentato risultò poi un’invenzione dello stesso Belluta, che, disse, voleva mettere alla prova la Polizia. Dopo un processo che ebbe una certa risonanza pubblica, venne condannato a 10 mesi di carcere. Nel dopoguerra divenne uno fra i più seguiti e popolari leaders del locale Partito socialista, entro cui ben presto venne a rappresentare l’ala più intransigente, guidando il Circolo giovanile socialista ed entrando nella direzione del partito. Collaborò al periodico locale “L’Internazionale”, dalle cui colonne prese posizione astensionista (“Nulla con voi governanti infami! Tutto senza di voi!”), e tenne infuocati comizi anticlericali, che riempirono d’orrore i giornali cattolici che li riportavano come monito (“Prete, tu sei l’infamia, la corruzione, il boia, la peste, il colera, il tifo, il cataclisma, il terremoto… Sei il falso, il codardo, l’iniquo, sei l’ingiustizia, sei la vergogna. Prete, tu sei la negazione della civiltà, la negazione dell’umanità”). Espulso dal partito a fine anno, nel 1920 organizzò il circolo anarchico “La Vendetta”, con sede in Trento, che spiegò in quell’anno vivacissima e rumorosa attività. Al circolo erano tra gli altri iscritti Giuseppe Caldonazzi, Mario Castelterlago, Giuseppe Calmasini, Ernesto Ferrari e Mario Degasperi (poi comunista). In luglio partecipò a Bologna al secondo congresso dell’Unione anarchica italiana, e divenne corrispondente del quotidiano malatestiano “Umanità Nova”. Dopo lo sciopero generale del 9 giugno, che contò quattro feriti ed un morto fra i dimostranti, il Belluta fu tratto in arresto, e venne nuovamente fermato e perquisito, con Caldonazzi e Castelterlago, a fine anno. Al principio del 1921 egli sparì da Trento, accusato di aver truffato i denari del gruppo: sarà poi riabilitato dai compagni. Ma da quel momento le sue tracce si fanno, almeno per noi, sempre più labili: trasferitosi a San Donà del Piave, nel 1922 è alla guida dei circa 200 Arditi del popolo di Fossalta, mentre nel 1923 è segnalato come destinatario di giornali e libri comunisti. Quindi, più nulla: colpito da mandato di cattura, scompare, usando lo pseudonimo di Vittorio Marchetto. Risulterà poi aver vissuto i suoi ultimi anni a Torino con il falso nome di Gino Vianello, in arte Novello Giani, autore di novelle per il giornale milanese “Il trionfo d’amore. La stella e l’aurora”. A Torino morirà suicida nel 1927, ma la Questura di Trento verrà a sapere solo nel 1933 che il Vianello era Mario Belluta.

Intanto a Trento il circolo “La Vendetta” veniva portato avanti da ferrovieri anarchici come Pasquale Tripol e Giovanni Benaglia, che parteciparono nel 1921 al movimento degli Arditi del popolo ed organizzarono con socialisti, comunisti e repubblicani manifestazioni pro Sacco e Vanzetti. Nel 1922 il circolo è di fatto sciolto, sostituito da non meglio definiti “anarchici di Trento”, guidati da Giuseppe Calmasini (fratello del comunista Giovanni), che morirà prematuramente nel 1924.

Il circolo di Trento non era l’unico presente sul territorio: vi erano almeno anche i gruppi “Bagliori umani” di Borgo, e, soprattutto, “Dinamitardi” di Castel Tesino, guidato dai fratelli Boso: Ilario, già in Svizzera dal 1906 al 1912, collaboratore di “Umanità Nova”, che aveva organizzato a Castel Tesino un “Circolo di cultura sociale” presso cui vennero sequestrate numerose pubblicazioni anarchiche e comuniste, e che, trasferitosi a Gallarate, fu nel 1928 bastonato dai fascisti; Cesare, che emigrò in Francia, rientrando poi negli anni ’30 senza più svolgere alcuna attività; Emmerico, combattente antifranchista in Spagna, condannato nel 1940 a 5 anni di reclusione e liberato dopo l’8 settembre.

Ma si può ben dire che già dal 1923 non vi era più in Trentino un movimento anarchico. La Polizia, nel 1926, parlava di “pochissimi seguaci non pericolosi”. Per il periodo della dittatura le notizie sono forzatamente poche ed incerte: nel 1930 si scrive di un covo anarchico a Rovereto, mentre un rapporto del 1934 indica i nomi di 9 rappresentanti sindacali dell’USI nella stessa città (tra essi, Secondo Boschetti).

Era all’estero, fra le insidie delle spie e dei provocatori fascisti, che diversi comunisti libertari ed anarchici trentini svolgevano in quegli anni attività politica, attività concretizzatasi poi per molti nella partecipazione alla difesa della Repubblica spagnola. Fra essi quello che è certo diventato il più noto fra gli anarchici trentini, il roveretano Emilio Strafelini (1897-1964), socialista di formazione, avvicinatosi all’anarchismo nella clandestinità per ritornare dopo la guerra ad incarichi sindacali nel PSI.

La sua storia, in vari punti ancora troppo poco chiara, pur già nota nelle sue linee essenziali, aspetta ancora, come molte altre di cui abbiam fatto solo cenno, d’essere indagata nel dettaglio.

Un’altra storia, una storia altra

Di grande interesse il calendario di incontri e dibattiti messo a punto dal gruppo anarchico roveretano per novembre-dicembre. Si è iniziato con le due relazioni di Stefano Marchesoni, il 15 e 22 novembre, su Messianismo e rivoluzione. Walter Benjamin: un’introduzione e “Nell’attimo del pericolo”: leggere oggi le Tesi sul concetto di storia di Benjamin, quindi si è proseguito il 30 novembre con la serata curata dal Centro di Iniziativa Luca Rossi di Milano su Esperienza proletaria e divenire capitalistico in Danilo Montaldi, e si è terminato il 7 dicembre con la relazione di cui si presenta qui una traccia, in attesa della pubblicazione che verrà curata dal gruppo anarchico.