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Nane Zavagno

In pietra, ferro, reti metalliche, le sculture geometriche di Zavagno, si relazionano con l'ambiente e il paesaggio, fino a compenetrarsi con esso. Anche per questo, particolarmente suggestiva l'esposizione negli spazi del Castello di Pergine.

Benché le sculture di Nane Zavagno esposte a Castel Pergine non siano state da lui pensate e realizzate apposta per questo luogo (sono collocate di solito nei dintorni della casa in cui abita in un paese del Friuli), bisogna ammettere che possiedono un modo tutto proprio di relazionarsi attivamente con l’ambiente, una loro particolare proprietà di sollecitare lo sguardo anche sul paesaggio che le circonda.

Se si sale a piedi, cosa da consigliare vivamente soprattutto per questa mostra (che rimarrà visitabile fino al 5 novembre), si incontrano già in basso, all’inizio del percorso, grandi pietre, binarie, che capiremo essere un po’ la premessa, l’introduzione di un discorso che si sviluppa salendo. Sono infatti non solo tra le opere più "antiche" qui presenti (del 1990, e del resto si vede anche dalla patina depositata dalle intemperie e accuratamente rispettata nelle operazioni di trasporto), ma anche quelle più connotate da un rapporto tradizionale, quasi antico con la materia (in questo caso la pietra d’Istria), percepita e proposta nella sua massa compatta e nel suo peso, potremmo dire memore delle civiltà megalitiche, ancorché sottoposta al pensiero geometrico e simbolico di Zavagno.

Poco più su, in uno spiazzo erboso che si apre nel folto del bosco, è la volta del ferro (pare quasi una sequenza di epoche nell’evoluzione della civiltà), materiale che alcuni artisti amano lasciare, come in questo caso, nel suo aspetto crudo e ossidato, perfino severo, capace di parlare delle origini ma anche della modernità, di potenza costruttiva ma anche di guerra. E il rapporto binario delle forme, importante leit motiv di tutto il percorso, resta molto segnato anche dalla scelta del materiale: quel contatto e quella compenetrazione di due parti, con la sua evidente valenza simbolica, di erotismo sublimato, prende via via diverse valenze emotive, nel declinarsi anche delle dimensioni, delle linee, dei colori.

Ed è appunto entro la cinta delle mura che si dispiega la modalità costruttiva che forse colpisce di più, tra quelle in cui si articola il lavoro di Zavagno: l’uso di reti metalliche, di produzione industriale, con maglie di diversa densità, per realizzare quelle stesse elementari forme geometriche che sembrano prelevate qualche volta da una scacchiera ciclopica, ottiene l’effetto di smaterializzare queste presenze. Un percorso dal pesante e compatto, al leggero e trasparente.

In realtà, benché le opere recenti siano particolarmente numerose in questa tecnica costruttiva, Zavagno ha intrapreso e sviluppato in parallelo l’uso della pietra, del ferro, delle reti metalliche ed è proprio il contesto a suggerire la scelta più opportuna del materiale, e il confronto a valorizzarle. Qui, ad esempio, aver dedicato lo spazio aperto, in piena luce dei prati intorno al castello, a queste stele trasparenti ha esaltato al massimo la loro attitudine a captare – come vere e proprie reti – le nuvole, i boschi, l’aria, giocando insomma non sul contrasto ma sulla compenetrazione. Sapendo anche giovarsi del registro delle tessiture, grazie alla sovrapposizione con diversi orientamenti di più reti diverse, con un raffinato effetto di trasposizione fisica del segno grafico, e anche delle varianti cromatiche permesse dal metallo zincato, ossidato, brunito.

Nane Zavagno, nato nel 1932, ha alle spalle un percorso artistico abbastanza complesso, che fino ad una ventina di anni fa, nonostante la qualità dei risultati ottenuti in pittura, in scultura e nel mosaico, non aveva trovato una vera sintesi tra due linee di ricerca che lo impegnavano talvolta simultaneamente, una di tipo informale-gestuale e una di rigorosa ispirazione geometrica (ebbe anche una importante fase "optical" negli anni sessanta). La ricerca scultorea intrapresa circa vent’anni fa, e tuttora in pieno sviluppo, al di là di aver individuato questa particolare "cifra" stilistica, porta a sintesi il suo spirito costruttivo, geometrico, il suo senso della natura e del coinvolgimento percettivo, il riferimento simbolico.

La sua idea di scultura – ha osservato nel 1997 Laura Safred – "si batte sul doppio fronte dell’opera come sbarramento e come permeabilità allo sguardo e alla luce".