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Ricordi di vita e di politica

Estratti dall'autobiografia “I guizzi di un pesciolino…rosso".

Apparizione di adolescenza

Frequentavo la "Fraglia della vela", un circolo che aveva sede in riva al lago, ove si trovavano molti esemplari di barche a vela (jole, dinghy) di proprietà della borghesia locale. Non vi pesava l’influenza del regime. Vi dominava invece la figura del custode, Gigiotti, burbero ma tollerante. Io e Luciano Gazzini eravamo i suoi aiutanti nei mesi estivi. Eravamo i mozzi addetti a tenere puliti i vascelli, a curarne l’ attracco, ad accompagnarli quando prendevano il largo. Di tanto in tanto, come unico ma ambìto premio per queste prestazioni, ci veniva permesso di uscire da soli con una di queste imbarcazioni, un dinghy o eccezionalmente una jole, ed era sempre una festa entusiasmante veleggiare lungo la costa come improbabili pirati.

Il giovane Ballardini avanguardista (primo a sinistra). Al centro, Giorgio Tosi.

Vicino alla sede della Fraglia c’era la spiaggia degli Ulivi, una pregevole costruzione di Giancarlo Maroni, l’architetto rivano che progettò ed edificò la residenza di Gabriele d’Annunzio a Gardone. La spiaggia era frequentata da altri ragazzi, con i quali ci capitava di nuotare assieme e di intrecciare altri giochi. Fra questi ragazzi ne conobbi alcuni con i quali avrò a lungo rapporti molto stretti, anche in esperienze di innocenti avventure. Si chiamavano Ciccio, Cica, Bibbia, Nebbia, Baghega e altri consimili nomignoli. C’erano anche ragazze.

Un giorno, con una di queste, di qualche anno più vecchia di me, mi capitò di salire sulla torre che ancora esiste, al limitare dello stabilimento balneare, sulla quale a vari livelli sono fissati trampolini da cui è possibile tuffarsi nelle acque del lago. La salita ai vari piani della torre avveniva arrampicandosi su scalette a pioli. All’ultimo piano si trovava un vano, coperto da una cupola, appena illuminato da piccole feritoie. La ragazza mi precedette nella salita. Quando infine la raggiunsi dentro la cupola la trovai completamente nuda. Si era tolta il costume e in quello stato mi stava aspettando. Ne rimasi ammirato, perché mi parve bellissima. Era la prima volta che vedevo una donna nuda. Non osai sfiorarla se non con lo sguardo né seppi balbettare alcunché.

La scena durò pochi minuti e fu lei stessa, vedendo l’imbarazzo che mi pietrificava, a raccogliere il costume, indossarlo e accingersi a scendere a quote più basse. Sono incerto sul suo nome, se si chiamasse Carla o Maria. Preferisco ricordarla come Maria, perché fu proprio una abbagliante apparizione. E’ inutile nascondere che poi tornò più volte nelle mie solitarie fantasie giovanili. L’ho incontrata per strada qualche rara volta anche negli anni della terza età, e nel sobrio saluto che ci scambiavamo mi è parso di cogliere sulle sue labbra un’ombra di maliziosa ma indulgente rievocazione di quella remota intemperanza.

Padre e madre

Restammo in Val d’Algone fino ai giorni della pace, ma non più al Maso del Gobbo. Nell’ottobre ci trasferimmo alla Credata, una graziosa casetta costruita in epoca remota sul ciglio di una parete precipite come rifugio di un garibaldino, che mi pare si chiamasse Sicheri, ricercato dall’Imperial regio governo. Non eravamo garibaldini, ma il rifugio fu davvero appropriato anche per noi.

Questo fu il vagabondaggio di quei 306 giorni, e ora è facile raccontarlo. Assai meno facile fu, invece, viverlo.

Il matrimonio con Luciana.

Conservo alcuni piccoli quaderni nei quali avevo versato il mio quotidiano lamento. Avevo solo tempo per pensare. Tagliavo la legna, spalavo la neve, sbucciavo le patate, ma erano tutte azioni che compivo come trasognato. Ero preda di un rovello ossessivo, implacabile, che non trovava sbocchi. L’orrore di una umanità inferocita che continuava a massacrarsi mi induceva a sperare che la scadenza di ogni mese coincidesse con la fine della guerra. A fine luglio vidi scendere dal cielo, dispersi da un aeroplano, centinaia di foglietti, che cercai freneticamente tra i rovi. Trovatili, vi lessi la notizia dell’ attentato fallito alla vita del Führer. Era fallito, ma comunque indicava che il regime nazista cominciava a scricchiolare. La speranza di una prossima fine vi trovò alimento. Ma fu una speranza vana. I mesi di guerra continuarono a succedersi immutati, fatali.

L’immagine dei miei amici era costantemente nei miei occhi. Vedevo Eugenio tra le bianche lenzuola arrossate dal suo sangue. Enrico dentro l’hotel Verdi stramazzato al suolo dal piombo di quei feroci aguzzini. Gastone che fieramente, come era nel suo carattere, prima di essere fucilato invoca Dio e l’Italia. Giorgio in carcere a Bolzano, condannato e affidato a un destino terribilmente incerto.

Ballardini incontra henry Kissinger.

Ma il cruccio lancinante era per mio padre. Di lui non avevo notizie. Sapevo che le mie sorelle, Lina e Amalia, si recavano a Trento al comando tedesco per avere il permesso di visitarlo. Ma nulla sapevo di preciso.

Cosa egli pensasse di me, quale fosse il trattamento che subiva in carcere, le sue condizioni di salute: tutte domande che continuamente mi ponevo e che restavano senza risposta. Mi torturavo accusandomi che la sua sorte era colpa mia. Egli stava in carcere al mio posto. Se avessero trovato me egli sarebbe stato libero. Ma quale era la mia colpa? Mi ero sì ribellato al tallone nazista, ma sentivo un tale atto come doveroso adempimento di un imperativo morale. E tuttavia il mio comportamento era stato la causa della sua prigionia. Mi inquietava l’idea che forse avrei dovuto costituirmi per ottenere la sua liberazione, ma tale mio proposito cominciò a maturare quando ormai mio padre, ammalato, era stato rilasciato dal carcere. Prima in ospedale a Rovereto e poi a Riva, trascorse le sue ultime settimane di vita.

1969: Ballardini parla agli studenti davanti alla facoltà di Sociologia

Quando morì aveva 51 anni. Io avevo notizie pietosamente false. Affidai a un messaggero una mia lettera per lui, credendolo in ospedale a Riva, quando ormai però era già morto da quasi un mese. La notizia che egli non c’era più me la recò mia madre, in un incontro a Preore, ove scesi di notte per rivederla dopo tanti mesi così tempestosi. Povera mamma, anche lei trascinata in così penose vicende per causa mia! Il suo Remo in prigione e poi perduto per sempre. Il suo Renato fuggiasco in montagna. Lei con le tre figlie e l’albergo occupato dai tedeschi, con davanti agli occhi ogni giorno gli uccisori di suo marito e i persecutori di suo figlio.

Mia madre era una donna dolce, sempre occupata a lavorare in cucina, devota al marito e premurosa con i figli. Aveva accolto nella sua famiglia anche tre nipoti, Ezio, Beppino e Gina, precocemente orfani, cresciuti con noi. Una donna che nella vedovanza mostrerà una forza d’animo insospettata. Sarà lei, nei tredici anni che le resteranno da vivere, a riprendere in mano l’azienda e ad acquistare la proprietà dell’albergo, a governare la famiglia per sistemare le figlie e fare di me un avvocato. Quella notte a Preore fu un momento cruciale della mia esistenza. Trovai una madre straordinaria nel momento in cui perdevo un padre che mi aveva dato la vita per la seconda volta. In questo caso in cambio della sua. E’ compito dei padri donare la vita ai figli. E’ compito dei figli riceverla e accettarla facendone il miglior uso possibile. Spero di non essere stato indegno di così immensi genitori. Ancora oggi, a tanti decenni dalla loro scomparsa, la sera, prima di prendere sonno, il mio ultimo pensiero è per loro.

Dai ricordi di un deputato

Quando salivo in treno a Rovereto, avevo in mente idee chiare e inconfutabili. Sceso a stazione Termini e aggiratomi per il "Transatlantico" (così è chiamato il grande corridoio prospiciente l’aula di Montecitorio), scambiate opinioni con questo e quello, assalito dal vociare concitato sui più vari argomenti, dopo alcune ore mi sentivo frastornato e confuso. La chiarezza solare dei pensieri di Rovereto si appannava in una nebbia accecante, e non mi era sempre agevole ritrovare la bussola. Poi ho capito il sottile meccanismo che si innesca quando si riuniscono seicento persone provenienti da tutti gli angoli di una nazione, ciascuna con il carico dei problemi diversi e autentici della propria gente, con il dovere di confrontare, mediare, risolvere. Insomma ho capito che, di tutti i processi di semplificazione di realtà complesse, la politica è incontestabilmente il più impervio.

Vi si applicano le persone più diverse, come già ho detto, per onestà e talento. Per un pivello come me, calato dal più periferico "profondo nord" in una realtà che mi metteva a tu per tu con viventi simboli storici, trovarmi in tale compagnia è stata una grande emozione.

1978: al Quirinale con Sandro Pertini.

Nenni, Pertini, Santi, Lombardi, Codignola, Targetti, Basso, Malagugini, Greppi, Giolitti: me li trovavo fianco a fianco nelle riunioni di gruppo. Erano i protagonisti dell’ antifascismo militante con i quali mi intrattenevo alla pari. Persone che erano state grandi e che ora vedevo nella loro dimensione umana, con anche le loro debolezze. Nessuna superbia nei confronti miei e degli altri deputati meno noti. Anzi, vi era in loro una affabilità quasi paterna nei nostri confronti. Piuttosto, era fra di loro che non mancavano le stoccate, le piccole ripicche, talvolta una sorta di infantile gelosia.

Non dimenticherò mai un episodio, accaduto molti anni dopo, che mi rivelò i comuni sentimenti che animano le persone anche di quel livello. Era in corso l’interminabile seduta per eleggere il presidente della Repubblica. Erano i giorni del rapimento di Moro. I candidati ufficiali non passavano. Cominciò a circolare la candidatura di Sandro Pertini. In "Transatlantico", Nenni, seduto in uno dei divani e circondato da un capannello di elettori, conversando intorno alla candidatura di Pertini uscì con questo commento nel suo caratteristico accento romagnolo: "Di Sandro tutto si può dire, ma è certo che se succedesse come in Cile saprebbe morire come Allende".

Qualche momento dopo giunse in Transatlantico Riccardo Lombardi e mi chiese se c’erano novità. Lo aggiornai sulla circolante candidatura di Pertini e gli riferii la frase pronunciata poco prima da Nenni, e lui pronto: "Su questo non c’è dubbio, specialmente se c’è la televisione", con evidente maligna allusione al ben noto narcisismo di Pertini, che poi, nonostante l’età avanzata, fu uno splendido presidente.

Congedo

Ho finito. Ora sono un vecchio signore, però ancora gagliardo. Ho sempre avuto la fortuna di godere una buona salute. Cammino con un passo spedito, tutte le mattine dedico un quarto d’ora alla ginnastica, quando c’è neve vado a sciare e d’estate cammino sui monti, e non vi dico altro.

1988: sul Brenta col figlio Franco.

Uso costantemente il cervello per il lavoro che faccio e perché leggo e mi appassiono a ciò che accade nel mondo, vicino e lontano. Un mondo lacerato da disuguaglianze abissali e governato da piccoli uomini. Non uso il bancomat, non navigo in Internet, non gioco in borsa, il computer ho tentato di usarlo ma ne ho provato noia. Scrivo con la penna. Ho il cellulare, dono dei miei figli, ma lo adopero raramente solo per avere notizie di Luciana. Mi occupo del prossimo: anche quando lo faccio gratis, ne ho sempre un ritorno.

Ho solo qualche banale rimpianto: non essere mai andato a cavallo, non avere mai letto Pinocchio, non avere mai giocato al lotto. Potrei ancora porvi rimedio.

Scusate se ho parlato troppo di me. Non mi è mai piaciuto farlo, nonostante la mia disposizione all’auto-osservazione. Questa volta lo ho fatto, un po’ per celia e un po’ per non morire!