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W la Rivoluzione

90 anni dopo: riflessi trentini dell’Ottobre sovietico.

Mirko Saltori

Si sono esauriti velocemente i rotocalchi televisivi ed i fondi giornalistici che hanno trattato dell’anniversario della rivoluzione d’ottobre, non uscendo dal consueto "becchinaggio" sul numero di morti dei Paesi comunisti lungo il Novecento: e di fatto facendo discendere tali vittime direttamente da quell’atto dell’ottobre (per noi novembre) 1917. Anno, ricordiamo, nel quale le potenze occidentali e liberal-democratiche mandavano al massacro le proprie popolazioni per causa di assestamenti geopolitici ed economici; ma le due cosiddette guerre mondiali sembrano ormai, nella chiacchiera politico-giornalistica quotidiana, indiscutibili e a loro modo costitutive della moderna occidentalità.

Lenin

Le forze che si opponevano al sistema capitalistico e a quella guerra da esso scatenata videro immediatamente quel momento come un inedito e ricchissimo laboratorio politico. Ai soviet guardarono inizialmente con simpatia diverse anime del movimento socialista. Tale appoggio in molti casi venne poi meno, come mostra un vecchio ma ancora interessante volumetto che lo storico Bruno Bongiovanni curò nel 1975 per Feltrinelli, "L’antistalinismo di sinistra e la natura sociale dell’URSS", ove sono presentate, attraverso testi dell’epoca, le posizioni di coloro che, mano a mano, si opposero all’involuzione politica e sociale sovietica ancor prima che allo stalinismo: per primi, su posizioni antileniniste, gli anarchici, critici verso la direzione politica bolscevica della rivoluzione sociale, ed i cosiddetti comunisti dei consigli (guidati dall’astronomo olandese Pannekoek); quindi i trotkzisti, e, più incisivi nella critica, i bordighiani.

Pensiamo possa essere assai utile, per sottoporre a una critica rigorosamente marxista la realtà sovietica evolutasi dopo la rivoluzione, rimeditare proprio le analisi che Amadeo Bordiga stilò (anonime) più tardi, negli anni ’50.

Ma in quei primi tempi la rivoluzione russa sembrava essere l’anticipo di una generale rivoluzione sociale anticapitalista: nel marzo-aprile del 1919 essa si allargava, per un breve momento, anche alla Baviera e all’Ungheria.

E il Trentino? In quel novembre 1917 la tragedia della guerra incombeva pesantemente sulla regione.

I dirigenti socialisti avevano subito una diaspora: chi fuoruscito in Italia e divenuto interventista (ad esempio i due leaders, Piscel e Battisti, questi impiccato l’anno precedente), chi internato o confinato in Austria (Avancini, Pasini, Pasquali, Conta, Fadanelli, Bertagnolli, tra gli altri), e chi impegnato nel conflitto in divisa austriaca (Flor, Detassis).

L’unico giornale trentino circolante era l’opaco Il Risveglio Austriaco, dall’eloquente titolo; ma c’era anche l’organo socialista triestino Il Lavoratore. Il Risveglio Austriaco raccolse favorevolmente la notizia della rivoluzione: la deposizione dello zar e la possibilità di una pace separata avrebbero fatto cessare per gli imperi centrali il pesante sforzo bellico verso oriente. E’ curioso oggi guardare a quegli articoli: "Lenin - si scriveva in data 10 novembre - è il rappresentante più genuino della democrazia e della rivoluzione russa; di quella rivoluzione che le arti malefiche dell’Intesa tentavano di far tralignare dal suo compito di ridare alla Russia ed al mondo la pace". Ed il 15 novembre: "L’idea di Lenin ha conquistato d’un colpo tutti i cuori della Russia; ma non solo della nazione russa, ma bensì del mondo intiero".

Non importava nell’immediato che tale idea avrebbe potuto di fatto minare le basi degli imperi centrali stessi: "Come la Russia voglia riformare la propria casa è un affare che riguarda la Russia soltanto. Tutte le simpatie del mondo sono pel partito della pace". Ancora, il giorno seguente: "E Lenin promette al muschick, al povero sfruttato lavoratore della gleba, la scompartizione dei grandi possedimenti, ciò che pel contadino russo equivale ad una piena redenzione dal giogo terribile di un padrone crudele, avido ed inumano".

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a la sospirata pace con la Russia tardò ad arrivare, e nei giorni successivi al trattato di Brest-Litovsk, nel marzo del 1918, apparvero sul giornale trentino alcuni articoli di tono ben diverso. Il 6 marzo 1918 in Utopie socialiste e realtà russa si scriveva che "le riforme di rappresaglia usate da Lenin e consorti sono la negazione assoluta del principio socialista". La Guardia Rossa? "E’ una caterva di mercenari, che come ai tempi dei famosi ‘lanzichenechi’ (Landscknechte) viene arruolata e che viene allietata dal lauto soldo [...], un’accozzaglia di malviventi e di briganti, che si mettono al servizio del partito massimalista". Lenin? "E’ certamente un uomo di una cultura profonda, ma un fanatico cieco delle sue idee". E la rivoluzione negli imperi centrali? "Tanto Lenin che Trotzki furono ingannati dai periti in materia di politica interna austro-ungherese e germanica" nella loro "speranza di poter far nascere la rivoluzione nei paesi delle Potenze centrali, una speranza che, per vero, era giustificata dalla tattica di alcuni nostri deputati e dall’atteggiamento di una parte della stampa".

Un interessante fondo del 12 marzo, Massimalismo e marxismo, era teso a distinguere il bolscevismo russo dal socialismo marxista: i russi seguivano, stando al giornale della Fortezza di Trento, non Marx, ma Bakunin e Blanqui, configurandosi piuttosto come degli anarchici!

Proprio nei giorni dell’ottobre-novembre 1917 a Stoccolma fervevano i preparativi per una conferenza socialista interalleata che poi non si terrà mai: Antonio Piscel, inviato dal ministro Bissolati, si trattenne per mesi come osservatore: si temeva soprattutto l’influenza della rivoluzione russa, ed il Piscel infatti giungeva a scrivere, in una lettera da Stoccolma del 27 dicembre 1917, che con "tutto quanto occorre (l’opera di repressione poliziesca ed eventualmente militare non è che una delle molteplici necessarie attività eventuali del momento) si eviterà il colpo ulteriore alla causa dell’Intesa di una bufera bolscewika in Italia". Bruciava anche, naturalmente, la sconfitta di Caporetto.

Ma del disorientamento dei socialisti interventisti trentini testimoniavano anche i toni che, a guerra conclusa, avrebbe usato la vedova di Cesare Battisti, Ernesta Bittanti, in una lettera aperta ad Augusto Avancini, pubblicata dal quotidiano La Libertà il 4 febbraio 1919, nella quale rimproverava al vecchio compagno di considerare la sconfitta degli imperi centrali "solo un fatto politico, non l’avvento di una nuova orientazione sociale, come vide Battisti", auspicando "un assetto sociale di giustizia, di civiltà e di forza, all’infuori degli schemi marxisti": si poneva di fatto (e rimarrà per i difficili anni a seguire) fuori dalle vicende del socialismo italiano. Stigmatizzava "la renitenza e la ripugnanza degli operai di Trento a collaborare, per il loro avvenire politico, col nucleo dei nostri giovani volontari, che recano l’anima nuova della nuova Italia, e di quei trentini, reduci dalle prigioni e dagli internamenti".

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uei giovani volontari rimasero infatti minoranza, e nel partito socialista furono altre le voci che vennero ascoltate. E certamente la Russia e la sua rivoluzione vi ebbero grande influenza. Anche perché molti l’avevano veduta: il Decano di Strigno scriveva nel 1919 al Vescovo: "Nella parrocchia di Castel Tesino ci sono un centinaio di reduci dalla Russia e altrettanti operai venuti dalla Svizzera e dalla Germania, veterani in socialismo ed in sovversivismo, per cui la lotta diventa difficilissima avendo a che fare con dei sovversivi incurabili". Già Antonio Zieger, su Studi Trentini nel 1924, notava che il tema della permanenza dei soldati trentini in Russia "meriterebbe uno studio esauriente per gli influssi esercitati sui prigionieri trentini dagli ambienti russi, con speciale riguardo a usi, costumi e idee sociali".

Ma per i primi sondaggi bisognerà aspettare il 1967, quando l’avv. Sandro Canestrini raccoglieva per il mensile Autonomia le testimonianze di alcuni prigionieri trentini diventati bolscevichi. Si trattava di Attilio Setti di Marco, di Arturo Pizzini, di Vigilio Devigili di Lavis: "Gli uomini con la stella adunarono infine i prigionieri austriaci e chiesero loro se qualcuno voleva arruolarsi con le ‘guardie rosse’: alcuni, ed io ero tra loro, dissero di sì. Ci portarono nel luogo di raccolta ove trovammo altri volontari trentini e triestini e tedeschi e austriaci e ungheresi. Ci vestirono come loro, con la nostra brava stella rossa e con la falce e martello sul berretto. Si fecero dei servizi di retroguardia, per un po’, tra cui la

guardia agli ex feudatari, agli ex signori, e agli ex principi che in squadre di quaranta lavoravano anche essi, le regolamentari otto ore, a raccogliere le patate dai campi e il letame dalle strade. Poi, costituiti i battaglioni internazionali, si andò al fronte, questa volta dall’altra parte, questa volta dalla parte giusta. [...] Ricordo un comizio di Lenin nel dicembre del 1917, nel quale il grande compagno parlava al popolo e ai soldati sulla necessità di respingere l’invasione del paese da parte dei controrivoluzionari" (Devigili).

Fu poi Renzo Francescotti, nel volume "Talianski. Prigionieri trentini in Russia nella Grande Guerra" (1981), a toccare l’argomento servendosi di memorie scritte e testimonianze orali. Scorrono così le vicende di personaggi sconosciuti, molti dei quali, va detto, aderirono al bolscevismo anche per ragioni contingenti e di necessità, riportando però spesso una favorevole impressione, in qualche modo pre-politica, di quelle esperienze a cui assistevano o partecipavano: il contadino Giovanni Dalfovo, di Mezzolombardo ("Ero con loro da otto giorni quando mi chiamarono per un’operazione di requisizione a un potente signore della città: i bolscevichi facevano buone opere in favore del popolo"), il ferroviere Martino Bortolini di Caldonazzo, Mario Paternoster di Vervò, Giovanni Cainelli da Barbaniga di Civezzano ("Centinaia di trentini passarono con i bolscevichi, formando addirittura un battaglione. Me li ricordo che passavano a cavallo cantando le canzoni della nostra terra").

Ma purtroppo non vi furono in seguito specifiche ricerche ed approfondimenti storici: oggi è tardi per le testimonianze, ma forse gli archivi potrebbero dire qualcosa di più sulle presenze trentine fra i bolscevichi.

In una splendida ed inedita memoria, il socialista Antonio Detassis, che fu poi, come molti altri prigionieri trentini, volontario in Estremo Oriente con i Battaglioni Neri controrivoluzionari (sui quali vi è una certa letteratura, ma la cui vicenda sarebbe da riconsiderare), ricorda come si trovasse con altri prigionieri a Josefska, in attesa della missione italiana di raccolta: "Quando in ottobre scoppiò la rivoluzione il nostro metodo di vita non cambiò affatto, e il primo Maggio del 1918 lo festegiammo in fraterna compagnia dei Russi".

C’è un socialista trentino che della rivoluzione e del leninismo trattò in un libro scritto per gran parte a Firenze (ove si era laureato due anni prima) nel giugno-agosto 1918. Il volume è una rarità bibliografica, "Dalla guerra alla rivoluzione", stampato a Milano dalla Società Editrice Avanti nel 1920: non è presente in nessuna biblioteca trentina (anche se ora è disponibile in fotocopia alla Comunale di Trento). L’autore è il dott. Achille Salvetti (1891-1953), dirigente socialista trentino fra il 1919 e il 1922 e dal 1945 alla morte, a lungo insegnante presso il Liceo Prati (ove fu anche vicepreside). Il testo, costruito su un’analisi marxista del conflitto in atto, meriterebbe certo una ristampa con un largo studio sul Salvetti, figura ancora inesplorata. Ne riportiamo qui, per finire, alcuni stralci.

"Una rivoluzione che esaurisse sé stessa in una demolizione del passato non è degna di tal nome ed è esiziale al progresso umano. La vera rivoluzione deve avere accanto e sopra alla forza demolitrice e disgregatrice una idea da sostenere, un programma concreto da effettuare. L’idea della ricostruzione, della rinnovazione, deve non solo accompagnare ma precedere la fase della distruzione. Il leninismo ha mostrato di avere questa idea. Lenin in Russia sta facendo questo grandioso esperimento. E ormai il sistema che da lui si denomina supera già le contingenze della sua persona. Possiede già un sì forte dinamismo in tutte le nazioni che non basta più opporgli la semplice negazione. Oggi il leninismo non si può più ignorarlo, non negarlo, non soffocarlo. La sua morte verrà, se verrà, dalla sua contraddizione intima fra teoria e realtà, ma non da opposizioni esteriori. [...] Il leninismo ha in sé un elemento essenziale che è la sua forza massima, ma che potrebbe essere la sua rovina: la sua intransigenza. Un passo troppo spinto può provocare il suo fallimento. E’certo che un’uniformità comunista non è assolutamente possibile in tutti i paesi civili. Il mondo ha vissuta troppa storia nel suo lungo corso perché possa sopportare una trasformazione ab imis. Anche il leninismo deve ricostruire col materiale preesistente e questo non si cambia. Si può soltanto cavarne differentissime costruzioni d’insieme. Questo si può dire di certo: che la Rivoluzione Sociale fallirà certamente se non è preceduta, nelle sue successive manifestazioni violente, da una sufficiente preparazione degli animi, specialmente in basso. [...]

Come a tutti i conati umani, anche a questo sarà negato dal destino il raggiungimento d’un trionfo completo e perciò stesso d’un acquiescenza definitiva all’apice della sua perfezione. Così è voluto dal potere supremo che domina i casi umani. Tuttavia non per questo il leninismo si rassegnerà all’inerzia lungo il faticoso cammino della sua vittoria. Quell’eterno Sisifo che è l’umanità non si smentirà nemmeno questa volta nella lotta per un miglioramento che appena raggiunto, sarà superato e oscurato da altri miraggi ancor più luminosi, ancor più affascinanti".