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E la scuola che fine ha fatto?

Le elezioni sono alle spalle, e di scuola non si è parlato in questi mesi, e forse non se ne parlerà nei prossimi.

La campagna elettorale, strillante ma afona, è finita, le elezioni si sono consumate (come un pasto di complessa digestione), vincitori e sconfitti hanno avuto modo di parlare, e di spiegarci perché hanno perso, o perché hanno vinto. I perché di trionfi e tonfi sordi, opportunamente argomentati, in maniera quasi scolastica.

Chissà dove hanno studiato, i vincitori e i vinti. Chissà dove si sono formati. Nelle scuole di partito degli anni Settanta? Negli oratori o in seminario? Nella legione straniera?

Nella scuola pubblica, o in quella privata?

Non ci è dato di sapere: di scuola non si è parlato in questi mesi, e forse non si parlerà nei prossimi.

Di "scuola": ma che significa, poi, parlare di "scuola"? Certamente di immobili fatiscenti. Di schiaffi e baruffe, o di autogestioni ormai scariche. Di nuove Scienze, che convivono con vecchi maestri di paese.

Tante chiacchiere. Nel merito della questione, però, la scuola di cui parliamo è la depositaria di una Gentile riforma che, di fatto, ha più di ottant’anni. E di un’altra, quella del sistema universitario, che di anni ne ha molti meno, ma che non per questo è più moderna.

È una scuola i cui metodi sono obsoleti. I "programmi", immutati e immutabili, si tramandano stancamente: vengono trasferiti da un antiquato sussidiario, o (per carità) da un modernissimo computer, alla memoria dello studente, che li incasella. Spesso sterilmente. Viene impartita, con maggiore o minore successo, una forma un po’ lisa di conoscenza, che trascende completamente da quella che si può definire la competenza; che oltrepassa, ignorandola, la creazione di un metodo (d’indagine) individuale. L’apprendimento si confonde con la costruzione di una biblioteca di Babele di nozioni slegate fra loro e destinate, inevitabilmente, a perdersi fra gli scaffali.

È una scuola fatta anche di lavoratori. Il corpo docente: avvilito da stipendi, un tempo alti, che hanno perso il treno dell’inflazione. Impoverito da una formazione e da un aggiornamento assolutamente non adeguati; frustrato nelle convinzioni e nelle aspettative da alcuni imboscati e insoddisfatti. Immobile.

Come immobili sono, appunto, i programmi. Che essi siano antiquati e, soprattutto, che i metodi d’insegnamento siano anacronistici e piatti – che, cioè, la didattica sia una stanca routine, pare importare poco. D’altra parte, non essendo argomento di interesse elettorale, la scuola è relegata, dall’amministratore, al ruolo di vuoto ed un po’ scocciante rito di ordinaria amministrazione, come, in casa, lo sono il lavare i piatti o il pagare le bollette.

E infatti qualunque riforma recente, fosse essa dedicata alla "scuola dell’obbligo" (medie superiori incluse) o all’università, è stata sostanzialmente incentrata su rivoluzioni dei cicli, più che su rivoluzioni dei metodi didattici. La lezione frontale domina sui laboratori; e per "laboratori" non va intesa la pura pratica manuale, quanto piuttosto la sperimentazione, ovvero l’apprendimento (memorizzazione compresa) attraverso l’atto dell’esperire. In sintesi, ciò che davvero manca nella scuola italiana del nuovo millennio è la stimolazione della curiosità individuale, che si fa prima esperienza e poi bagaglio culturale.

In mezzo a tante Scienze, compresa quella dello Sproposito, la scuola italiana non permette di acquisire un atteggiamento scientifico, che insegni a discutere, a porsi domande, a non dare nulla per scontato.

E l’università si inserisce, come un vagone merci, nel solco di questi binari un po’ consumati. Il percorso specializzante (prima che specialistico) diventa un molle prosieguo di quanto viene intravisto alle scuole superiori, senza cambiare di molto connotazione.

Sembrano lontani, anche se cronologicamente non lo sono, i tempi in cui l’università impartiva, prima che un bagaglio di conoscenze, un approccio culturale unico e peculiare.

Ma senza formazione, dove andremo a finire? Quale crescita ci potrà essere? In passato, lo scollamento di parte della Società dal resto era imputato a presunzione intellettualoide. Ma oggi, forse, la Cultura non è più il vezzo speculativo di una élite snob e sinistrorsa: semplicemente, non è più.