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Che sarà di noi?

L’Abruzzo del dopo terremoto: la commovente dedizione dei volontari contro l’immensità dei problemi. La società frantumata, l’economia allo sfascio, il territorio espropriato. Il governo promette tanto, ma invia pochi soldi e tanti, tantissimi carabinieri.

Altre foto qui.

“Siete trentini?” chiede la ragazza, studentessa di giurisprudenza, un sorriso smagliante. È la figlia del padrone dell’albergo e sta servendo ai tavoli del bar. “Certo, e con questo?” rispondono divertiti i giovani, con il marcato accento delle nostre valli. “È che trentini vuol dire competenza e altruismo. Dobbiamo ringraziarvi, davvero”.

Sono tanti i trentini che si avvicendano in Abruzzo, vigili del fuoco volontari e permanenti, lo staff tecnico della Provincia, i forestali, gli universitari, i finanzieri, la Croce Rossa... Al campo base di Paganica, con le grandi tende, i container con i servizi, tutto fila come un orologio svizzero: al mattino, alle sei e mezza, le squadre iniziano a partire per le varie destinazioni; alle otto il grande piazzale dove prima erano parcheggiate decine di fuoristrada, autocarri, scavatori, autogru, pullmini, diventa deserto, nel campo restano solo i Nuvola (Nucleo Volontari Alpini) a gestire l’infrastruttura e in particolare la grande mensa, che grazie alla fama di qualità da ristorante, a mezzogiorno vedrà convergere i volontari e le forze dell’ordine di tutta la zona (e forse oltre).

È un fervore che stupisce gli stessi addetti ai lavori: “Torniamo spesso molto tardi al campo. - mi dice più di un responsabile - Sono gli uomini che vogliono finire il lavoro, anche se devono fermarsi anche molto oltre l’orario”. Alla sera i dirigenti si riuniscono per fare il punto, trasmettere dati e risultati, pianificare il giorno successivo; i volontari invece, pur stanchi, vanno a passare alcune ore nei locali vicini; e al ritorno spesso schiamazzano. “Lo so, dovrei imporre un regolamento - mi dice Maurizio Zanin, responsabile del campo - ma vedo tanta dedizione e anche tanto cameratismo e disponibilità a sopportare gli inconvenienti, che in pratica lascio che il campo si autogestisca”.

Non è però il caso di essere sciovinisti. Perché se è vero che i trentini sono in tanti, ben organizzati e ottimamente attrezzati, anche il resto d’Italia non è rimasto indietro.

Per le strade attorno all’Aquila è un pullulare di mezzi dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile, di questa o quell’associazione di volontari. E non c’è solo quantità, c’è anche qualità nella dedizione, nei rapporti umani. “Allora come va, signora Maria?” chiede il tenente della Croce Rossa Militare, tuta mimetica, occhiali ray-ban, testa rasata, insomma look da mercenario, all’anziana sfollata del campo di Assergi, e si ferma con sollecitudine a discuterne i piccoli grandi problemi; e poi esce dal “suo” campo e va in quello autogestito, a parlare, con tanta delicatezza e finanche affetto, con un anziano al quale il terremoto ha portato via le ultime speranze.

E poi i giovani. Nel campo di Coppito, gestito dalla Cgil e dalla Pro-loco del paese, i ragazzi giocano in un campo da calcio ai limiti dal bosco; più sotto c’è un piccolo palco per manifestazioni e concerti e una grande tenda è stata trasformata in asilo-ludoteca, così colorata e bella che viene voglia di tornare bambini. Eppure, tutto questo slancio, questa grande, commovente dedizione, sembra non basti. “Che futuro avremo? - mi risponde una signora all’ingresso della sua tenda, e scuote la testa - Mah...” Gli stessi volontari, la sera, finito il lavoro, fuori dalle loro tende si interrogano: “Che ne sarà di questa gente?”

I piedi che puzzano

Il terremoto de L’Aquila è il primo in Italia, dopo quello di Messina di un secolo fa, che quindi non fa più testo, ad avere colpito una città. Non paesi, villaggi, case sparse, ma un’intera città; con tutto quello che significa in termini di distruzione non solo di vite e abitazioni, ma anche di capacità economiche. E al problema abitativo, con oltre 50.000 sfollati nelle tende o negli alberghi della costa, si somma quello economico.

La vita nelle tendopoli, nonostante gli sforzi dei volontari, sul medio periodo tende a diventare pesante, come ci confermano anche - vedi intervista a pag 14 - gli Psicologi dei Popoli: “Quando in pochi attimi hai perso tutto, una tenda è la salvezza, e un container con le docce ti sembra il lusso, e dobbiamo riconoscere che la Protezione Civile è riuscita in tempi ragionevoli ad organizzare l’emergenza. - ci dice Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil - Ma quando poi in tenda stai da due mesi, sorgono i problemi. Sono tende grandi, a otto posti, abitate da due o tre nuclei familiari: e allora scopri che gli altri hanno altre abitudini igieniche, russano, hanno i piedi che puzzano, i bambini che strillano, e tu non puoi neanche fare l’amore. Questa gente dobbiamo tirarla fuori dalle tende utilizzando tutti gli strumenti”.

La perdita del lavoro

Campo Paganica 3: studenti universitari nella tenda-biblioteca donata dal Trentino.

Siamo in estate, il caldo è afoso ma in qualche maniera gestibile; i volontari trentini di Paganica 3 coprono le tende con teli che attenuano i raggi solari, “dopo di che stenderemo dei tappetini nei vialetti per evitare il riverbero della ghiaia bianca”, e poi ci sono piccoli condizionatori che aiutano; ma l’inverno, a 700 metri di quota, sa essere duro, in tenda non sarà sopportabile. “In aprile battevamo i denti e sentivamo, fuori, ululare i lupi; non intendiamo passarvi il dicembre”.

Stanno meglio gli sfollati negli alberghi al mare? Quelli che hanno un lavoro forse sì, in fin dei conti fanno i pendolari. Ma gli altri, quelli rimasti disoccupati, e gli anziani, vivono uno sradicamento dal contesto sociale improvviso e violento e potenzialmente devastante. Ne abbiamo visto un gruppo, alloggiato in un bell’albergo con vista mare: tutto il giorno davanti alla tv, lo sguardo spento, ad aspettare che le ore, i giorni, passino.

“Il tema, oltre alla casa, è il lavoro” insiste Trasatti.

E qui torniamo all’economia. L’Aquila è una città che vive di due attività: la pubblica amministrazione in quanto capoluogo regionale e soprattutto l’Università. Basta considerare due numeri per capire come l’Ateneo sia la prima azienda cittadina: gli abitanti sono 70.000, gli studenti fuori sede 20.000. E quali sono le carte dell’Università? Il suo buon livello, la presenza di un centro di ricerca come il Laboratorio del Gran Sasso, d’accordo; ma soprattutto il trovarsi in una città bella, vivibile, sicura. Anche adesso, passeggiando con l’elmetto in testa in un centro storico deserto, se ne ammira la bellezza tranquilla, la piacevolezza, le dimensioni a misura d’uomo.

Solo che ora questa città non c’è più, o non è agibile, e non lo sarà per anni: perchè mai uno studente dovrebbe venire qui da Roma, per vivere in un container e andare a lezione in una caserma?

Questo discorso, macroscopico nel caso dell’Università, si ripete in scala ridotta in tante altre attività. Chi può, si arrangia. Abbiamo visto il titolare di un’azienda di consulenza, vivere in camper e lavorare a piano terra, in un garage: “L’abitazione è al secondo piano, e non è agibile”. “Ma il garage lo è?” “No, siamo fuori norma. Ma devo lavorare; se sentiamo una scossa, due salti e siamo fuori”.

Come si vede, nel caso delle aziende, dell’Università, ma anche del commercio, casa e lavoro, edifici e economia, sono inscindibilmente legati. “A Paganica i negozi erano tutti nel centro storico, che ora è la zona rossa, pericolante e inagibile. - ci dice Gennaro, studente di filosofia che incontriamo nella grande tenda-biblioteca, attrezzata di Pc e libri regalati dal Trentino - Chiediamo che venga urgentemente apprestata un’area commerciale perché si possano riprendere le attività. Altrimenti a poco a poco si perde tutto: all’Aquila, i commercianti facoltosi - orefici, boutique - stanno pensando di riaprire, ma non all’Aquila, bensì in altre città”.

Domenico Mastrogiuseppe è titolare di un’azienda che lavora nel settore della sicurezza fisica (elettromagnetismo, radioattività, ecc.) spin off dal Parco scientifico tecnologico del Gran Sasso: “Diverse aziende come la mia stanno pensando di trasferirsi. E così in altri settori. L’unico modo di arrestare questa dinamica rovinosa sarebbe dichiarare L’Aquila zona franca dalla tassazione”.

Se dai calcinacci fuggono le aziende ad elevate capacità tecnologiche, lo stesso fanno quelle a bassa qualità del lavoro: in questi giorni, avuta la sede inagibile, ha chiuso la Transcom, terminale italiano di una grande società di call center, sì, quelli che fanno quelle odiose telefonate pubblicitarie. Poco male, si dirà, ma sono 400 posti di lavoro che vanno in fumo.

Di fronte a questo lento sfacelo l’azione del governo risulta tanto reclamizzata quanto inadeguata: “La zona franca urbana (agevolazioni nelle tassazioni, n.d.r.) è stata finanziata con capitali ridicoli, 44 milioni. Ma al di là di questo - ci dice il segretario della Cgil - essa garantisce solo le piccole imprese di nuova costituzione. Ma il problema che abbiamo non è tanto di aprire nuove imprese, ma di evitare che chiudano quelle esistenti. Abbiamo chiesto provvedimenti, anche attraverso emendamenti in parlamento; sono stati tutti bocciati. Poi Berlusconi, arrivato qui, ha annusato le contestazioni e ha riconosciuto che il decreto è insufficiente: ‘Il Parlamento non ha approvato quello che io volevo - ha dichiarato - ma non temete, torno a Roma e ci penso io a rimettere le cose a posto’”.

Le promesse bugiarde

Sfollati al campo di Camarda, mentre ascoltano il sottosegretario Bertolaso

Questo è l’aspetto grottesco del dramma. Il governo non ha soldi, non ne investe, eppure continua a fare promesse. Un grande bluff, tenuto in piedi da una straordinaria regia mediatica. La gente lentamente comincia a rendersene conto. Per la ricostruzione sarebbero necessari dai 13 ai 15 miliardi e ne sono stati stanziati 4, per di più ipotetici (con labili coperture: i proventi dovrebbero venire da futuribili “gratta e vinci” o da storni dai Fondi per le Aree Sottosviluppate, che con ogni probabilità, e giustamente, protesteranno).

Così, con contorsioni linguistiche e logiche, da una parte si garantisce un contributo a fondo perduto per la totalità del costo di ristrutturazione o ricostruzione della prima casa; dall’altra si prevede che “su base esclusivamente volontaria” si può chiedere, invece del contributo a fondo perduto, un mutuo agevolato o un credito di imposta. “Ma chi, sano di mente, rinuncerebbe a un contributo gratis per avere invece un mutuo agevolato o un credito da scontare in trent’anni? - chiede Trasatti - È chiaro: i soldi non ci saranno ed è meglio che chi può la casa se la ricostruisca da solo, magari col mutuo. E chi non può?”

I numeri sono impietosi: ad oggi il 47% delle abitazioni sono state dichiarate inagibili, il che, su 70.000 abitanti, vuol dire 34.000 senzatetto. Il programma del governo prevede di sistemarne 13.000. E gli altri?

Poi le seconde case. All’Aquila la maggior parte delle abitazioni sono seconde case, ma non sono villette, è la dinamica demografica del territorio, per cui la gente vive in uno dei paesi circostanti, ed ha un appartamento in città che, affittato a studenti, diventa fonte di reddito. Dopo una serie di promesse (le abbiamo sentite con le nostre orecchie dal sottosegretario Bertolaso, vedi scheda) i provvedimenti per le seconde case sono irrisori: 80.000 euro, ma solo in quelle dove il proprietario esercita un’attività.

“Se non ci sono risorse, se gli studenti vengono sistemati in campus universitari fuori città come promesso da Berlusconi, è la stessa ricostruzione del centro storico a non essere conveniente - afferma Gennaro - Cominciamo a temere che la città non venga più ricostruita”. La città, così bella, gradevole ed umana, e proprio per questo fonte di reddito in una regione non ricca, rischia di rimanere un deserto di edifici malfermi.

C’è infine, ad agitare le menti degli aquilani, lo spauracchio della beffa finale. Si chiama Fintekna. “È una società del Ministero dell’Economia - risponde alla domanda, il sottosegretario Bertolaso - che subentra a chi non ristruttura la casa”.

Subentra, che vuol dire? Se uno non ha i soldi per ricostruire - e saranno in tanti, specie per le tante seconde case - arriva il Ministero? Magari espropriando? Pagando il prezzo di mercato che, per un immobile non agibile, è il prezzo del solo terreno? “Sarebbe il colmo - commenta Trasatti - Certo, questo punto del decreto è pericoloso”. Anche perché si sa che fine fanno, in capo ad alcuni anni, queste società ministeriali. Dismissioni, privatizzazioni; le case dell’Aquila vanno in mano ai Tronchetti Provera, Ciarrapico, Geronzi, a ricostruire la città ci pensano loro. Gli abruzzesi, la loro città, se la vedono scippare.

“Girano queste voci. Se accadesse questo, vuol dire che non siamo in un paese civile” risponde Gennaro.

La perdita del territorio

La perdita del controllo del territorio è l’altro aspetto del malessere degli abruzzesi. Con la motivazione dell’efficienza, e quella, non esplicitata, della scarsa fiducia in amministrazioni che in effetti avevano permesso costruzioni tutt’altro che esemplari, la Protezione Civile ha avocato a sé la decisione sulla localizzazione, prima dei campi tendati, poi dei prefabbricati. “Per decreto sono stati esautorati di ogni potere gli enti locali: sulle localizzazioni decide la Protezione Civile, senza consultare i Comuni, e meno che mai la popolazione” denuncia Angelo Venti, direttore del giornale online “site.it”. I prefabbricati però, non si stanno configurando come qualcosa di provvisorio, ma sia nella versione delle case in legno della Pat, come in quella delle costruzioni su pilastri ammortizzanti reclamizzata da Berlusconi, sono edifici confortevoli e fatti per durare.

Ma allora la loro localizzazione è destinata a ridisegnare il territorio. E se ad Onna, a fianco del centro distrutto, è stato eretto il campo tendato e a fianco i mezzi del Trentino stanno predisponendo l’area delle case in legno, in modo da preservare il tessuto sociale, da altre parti si procede diversamente. È il caso di Cese di Preturo, un villaggio di 400 abitanti, dove inizieranno ad edificare 17 ettari, portandovi 2.100 persone, o a Bazzano, un borgo dove è in piena azione un effcientissimo megacantiere, anche lì per alcune migliaia di nuovi abitanti. Ma anche a Paganica, dove si sta costruendo a monte, in zone difficilmente raggiungibili, “si sta smembrando il paese, inteso come socialità, affetti, relazioni”. E così quasi dappertutto, per di più in una zona montuosa, dove talora il vecchio centro è da una parte del monte, il nuovo dall’altra, a chilometri e chilometri di distanza.

Tutto questo per imperio della Protezione Civile. E sull’ente, guidato con mano ferrea da Guido Bertolaso, si addensano le accuse e i timori.

Dopo un primo momento di sbandamento (ben evidenziato da “Anno Zero” di Santoro, per questo criminalizzato) la Protezione Civile si è in effetti dimostrata efficiente. Anche se l’efficienza la persegue con un accentramento esasperato: gli aiuti arrivati spontaneamente da tutta Italia venivano rifiutati, i vari corpi (Polizia, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, in parte anche i Carabinieri) venivano fatti rigidamente dipendere dallo staff di Bertolaso, ogni acquisto veniva centralizzato. Per spiegare la contraddittorietà di quest’ultimo aspetto, Angelo Venti ci parla dei fornai: “Dopo una settimana erano in grado di tornare a fare il pane, ma la Protezione Civile lo fa arrivare da Roma; e i fornai si trovano con i clienti nelle tendopoli, e il pane invenduto. E così per la carne, per le verdure, ma anche per cose minute come la ferramenta: così è stata soffocata ogni possibile ripresa economica”.

Col passare dei giorni, l’accentramento di Bertolaso, invece che attenuarsi, si è irrigidito: “Gli sfollati nei campi devono subire una serie di restrizioni: braccialetti, controlli quando entri o esci, difficoltà a tenere assemblee, divieto di distribuire volantini, persino regole per evitare caffè e cioccolata che renderebbero gli sfollati troppo nervosi” denuncia Venti.

“Da noi vengono svariate persone a lamentarsi della militarizzazione di alcuni campi; si giunge a una sorta di limitazione dei diritti dei cittadini” conferma il segretario della Cgil Trasatti (vedi box).

Ma non è tutto. Bertolaso, dopo un mese, sembra passato a un’ulteriore fase. Oltre agli accampamenti gestiti dalla Protezione Civile o da altre organizzazioni, ci sono quelli autogestiti da chi sistema la tenda o la roulotte nel giardino, o da quelli che, anche in 100-200 si organizzano da soli. Queste soluzioni venivano in una prima fase incoraggiate: la Protezione Civile forniva a chi ne aveva bisogno le tende o i pasti. E veniva addirittura stabilito un compenso (100 euro al mese a persona, fino a 400 per gruppo familiare) per chi si arrangiava, sgravando di costi la collettività.

Oggi si fa marcia indietro. I soldi promessi (e per cui gli sfollati hanno inoltrato regolare domanda) non sono arrivati. E con un’ordinanza Bertolaso ha iniziato a richiedere indietro le tende prestate e a non fornire più i pasti. “Noi siamo accampati nel cortile di casa e non abbiamo l’accesso al gas - ci dice Cristina, dottoranda in archeologia e collaboratrice di site.it - Oggi mia madre è stata al campo della Protezione Civile per avere, come gli altri giorni, acqua e cibo: ha litigato per un’ora, e non le hanno dato niente”.

“Io sto fuori dal campo, e vengo qui a chiedere ora dell’acqua, ora una pesca - ha detto una matura signora a Bertolaso in persona, durante un suo incontro con gli sfollati di Camarda - Ma capita che non me le diano. Devo sentirmi una mendicante?”

“Ma ci mancherebbe signora, suvvia...”

“È capitato anche a me!” urla un’altra dalla folla.

“Anche a me per quello!”

“Ora gli dico io di non essere fiscali - risponde con fare paterno il sottosegretario - È che è successo, in altri campi, di gente che se ne approfitta, ma state tranquilli, do io ora disposizioni...”

“Storie, - commenta Angelo Venti - l’interruzione del supporto ai campi autogestiti è una disposizione di Bertolaso. È stata affossata l’idea che l’accampamento sia un centro servizi. Si vuole concentrare la gente nei campi, dove si ritiene di poterla controllare meglio”.

Il caso forse estremo è quello del nonno di Cristina: 99 anni, stava con la famiglia in un camper. “Gli hanno detto che se vuole avere il container, deve entrare nel campo della Protezione Civile”. E lì lo abbiamo trovato, con l’afa della tenda alleviata da un piccolo condizionatore.

La militarizzazione

I controlli sembrano in effetti una paranoia. Nelle strade attorno all’Aquila il traffico di mezzi delle forze dell’ordine è impressionante: Carabinieri, Polizia, Finanza, Polizia giudiziaria. Venuti qui da tutta Italia. In funzione anti-sciacallaggio, la prima settimana, come protezione al G8, ora: ma nei due mesi in mezzo?

Assieme a un ingegnere della Pat e a un responsabile dei Vigili del Fuoco entro nello spettrale, apocalittico centro di Onna, ancora transennato, ma messo in sicurezza proprio dalle mie guide. A un certo punto si leva una voce dall’esterno “Ce l’avete l’autorizzazione?” intima un poliziotto.

“Autorizzazione? Ma siete voi che avete fatto tutto questo lavoro!” dico io. “Mah, meglio lasciar perdere” mi dicono, e svicoliamo.

All’Aquila, a un certo momento, i cittadini si sono ribellati: hanno sfondato il cordone di poliziotti e sono entrati nel centro storico. A significare che la città è ancora loro. “I controlli sono continui, asfissianti. Ogni unità deve eseguirne un certo numero al giorno - mi dice Angelo Venti - E i più arrabbiati sono proprio loro, che hanno dovuto lasciare compiti ben più importanti: i finanzieri indagini antiriciclo dei patrimoni mafiosi (di cui abbiamo letto i primi risultati in questi giorni, n.d.r.), i forestali reati ambientali, la polizia giudiziaria di Bari...”.

A tarda sera, una birra sul tavolino, è bello parlare. “Non capisco tutti questi controlli - si confida un capitano della Guardia di Finanza - Ci sono gli uomini obbligati a fare 200 chilometri al giorno di pattugliamento, su e giù. Ma per che cosa?”

Questa la situazione nell’Abruzzo terremotato. “Ci vorranno anni. Ormai lo sappiamo, dovremo accontentarci di lavori più scadenti - mi dice il giovane Gaetano - e scontare un abbassamento della qualità della vita”.

“Sono troppi i soldi che occorrono - commenta mestamente la signora Antonella, nel campo di Paganica 3 - Noi siamo stati meno sfortunati di altri: la nostra casa ha subito danni lievi, con i risparmi ce la faremo a ripararla. Ma gli altri...”. Troppi soldi. Che non arriveranno.

Nelle mie peregrinazioni mi è stato spesso da saggia guida Luciano Corazzer, dei Vigili del Fuoco di Trento: “Basterebbe una tassa pro Abruzzo - mi dice scuotendo la testa - Credo che tutti la pagheremmo senza tante storie”.

Ma il governo sicuramente non metterà “la mani nelle tasche degli italiani”; invierà invece più carabinieri.

La democrazia di Bertolaso

Guido Bertolaso, sottosegretario e responsabile della Protezione Civile

Venerdì 19 luglio, campo sfollati di Camarda: in un tendone il sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso parla agli sfollati. Abile, paterno, deciso. Promette tanto: contributi al 100% per la prima casa, al 70% per la seconda. E via così.

Sono con una giovane collaboratrice del giornale online site.it, Cristina Iovenitti, anche lei sfollata. Durante l’assemblea ci dividiamo. La ritrovo alla fine: ai bordi del tendone, sta discutendo con alcune persone delle forze dell’ordine al seguito del sottosegretario. Costoro sostengono di avere il diritto di impedire una ripresa con telecamera dell’incontro, Cristina rivendica il contrario. Mi presento e mi intrometto.

I poliziotti sostengono contemporaneamente due linee di pensiero, leggermente confliggenti: 1) non è permesso effettuare le riprese; 2) rimaniamo tranquilli, perché non è successo niente. Un signore, qualificatosi come funzionario di polizia, argomenta che un campo sfollati non è un luogo pienamente pubblico.

“Vi sono sospesi i diritti costituzionali?” chiedo.

“No di certo, ma esiste anche un diritto alla privacy”.

“Sicuramente, per cui non possiamo scattare foto degli attendati senza il loro permesso; diverso è il caso di un discorso del sottosegretario”.

“Anche il sottosegretario ha diritto alla privacy”.

“Quando è in casa sua, non quando si rivolge pubblicamente a un’assemblea di sfollati. Allora io, come giornalista, ho non solo il diritto, ma il dovere di registrare e riferire quello che dice”.

A questo punto i nostri interlocutori ripiegano sulla linea 2: non è successo niente.

“Non è vero - ribatte Cristina - voi mi avete impedito di effettuare le riprese”.

Interviene anche una signora, poi risultata il vicequestore dell’Aquila, che si rivolge a Cristina “da donna a donna”, sottolinea la propria condizione, anch’essa di terremotata, e qualifica come fuori luogo le rimostranze, perché “in fin dei conti, non è successo niente”. A questo punto Cristina evidenzia come la linea del “non è successo niente” è iniziata ad emergere a incontro finito, quando riprese non se ne potevano più fare, e quindi qualcosa è successo: le è stato impedito di documentare l’evento (e le promesse di Bertolaso). I nostri interlocutori per questa interpretazione dei fatti si offendono, ma una serie di chiamate al cellulare (del direttore Angelo Venti, e del capo della Squadra Mobile) impedisce che il dibattito prosegua.

Al che ci allontaniamo, chiarendo che non intendiamo l’episodio chiuso. Io lascio a site.it una mia testimonianza sottoscritta, da utilizzare nelle modalità più opportune, anche un’eventuale denuncia per abuso di potere.

Nei campi dei terremotati avanza un nuovo modello di democrazia?