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L’anniversario operoso

Un’agenda di scavi per una biografia di Paolo Orsi

Paolo Orsi con i suoi operai a Camarina (Ragusa)

Non è detto che gli anniversari debbano necessariamente tradursi in celebrazioni persecutorie. Quello di cui qui si parla mi pare interpretato nel modo più auspicabile, come occasione di una rivisitazione critica e di una divulgazione di alto profilo. Rimarrà aperta fino al giugno 2010 la mostra dedicata a Paolo Orsi (nato nel 1859), insieme a Federico Halbherr e Giuseppe Gerola, trentini protagonisti della ricerca archeologica italiana nel Mediterraneo, allestita a Rovereto in Palazzo Alberti. Il restauro del palazzo e la sua inaugurazione come sede espositiva completano un disegno di politica culturale ambizioso che non si è affermato senza contrasti e incidenti di percorso, ma ha alla fine messo a disposizione di tutti un grande patrimonio. Per felice coincidenza, l’immagine di Orsi e di Halbherr si erge su questo traguardo; e non mi riferisco solo alla mostra e alle gigantografie che la segnalano, ma ai monumenti ricollocati in quello che è ora l’ingresso della nuova piazza del Mart, nel portico riscattato dall’incongrua funzione apitistica che gli era stata inflitta.

Si sta completando un ciclo di conferenze promosso dalla Società del Museo Civico, con al centro l’attività trentina di Orsi; se ne aprirà a dicembre un altro, con una giro d’orizzonte più vasto e dedicato a tutti e tre, presso l’Accademia degli Agiati. La piccola e qualificata schiera di studiosi di tutta Italia coinvolti nella mostra, coordinata da Barbara Maurina, è ora al lavoro per la realizzazione di un catalogo.

Sarebbe importante che questo slancio alimentasse nuovi progetti di ricerca. Penso in particolare alla biografia di Orsi, in massima parte ancora da scrivere, perlomeno per la parte che non si risolve interamente nel suo fecondissimo lavoro di archeologo.

Un tema da approfondire ulteriormente rimane la formazione degli intellettuali in questa nostra regione di confine. Nella presentazione della mostra e in qualche commento successivo è aleggiato un paradosso. A cosa attribuire la sorprendente robustezza di un filone antichista e archeologico, in un Trentino povero di tracce appariscenti del passato remoto? E a cosa si deve la fecondità di talenti che si registra nella piccola Rovereto dell’800 e del primo ‘900?

È un merito dell’Austria e del suo sistema scolastico, ha suggerito una voce autorevole attraverso il microfono. E quando è stato ricordato da altri il sentimento italiano, anzi l’esplicito irredentismo che accomunava i tre personaggi in mostra, un’evidente perplessità aleggiava sotto i cappelli, non solo sotto quello piumato dell’assessore Panizza. Eppure si tratta di un dato ineludibile: i nostri tre studiosi, e tanti altri della loro generazione, parteciparono fin dall’infanzia di un’atmosfera risorgimentale. Orsi era fratello di un garibaldino del 1866, Gerola figlio di un cospiratore ottocentesco, trasferitosi da Rovereto nel Veneto anche per questa ragione. Dell’Halbherr maturo conosciamo l’impegno al servizio della diplomazia italiana, fino a interpretarne i disegni colonialistici con la spedizione in Cirenaica del 1910 (caso esemplare e piuttosto noto dei nessi tra archeologia e politica). Halbherr e Orsi chiesero ambedue la cittadinanza alla conclusione degli studi universitari, condotti interamente in Italia dal primo, avviati a Vienna e conclusi in Italia dal secondo. E il piccolo Ginnasio roveretano frequentato quasi contemporaneamente da Halbherr e Orsi si può proprio definire una scuola austriaca? “In questa parte estrema d’Italia” s’intitola, citando Vannetti, la sua storia scritta da Antonelli (2003); e la fisionomia che esce dalle sue pagine riconduce al rapporto con la Città, non solo con lo Stato.

Nella formazione di Orsi va sottolineato con particolare forza il ruolo del Museo Civico, che lo incaricò di occuparsi del suo patrimonio numismatico e archeologico quando aveva appena sedici anni e affidò alle sue cure il lascito di monete e di libri di Fortunato Zeni. Scuole, percorsi universitari, istituzioni locali: si è lavorato molto negli ultimi anni su questi temi, alcune ricerche importanti devono ancora uscire in forma compiuta, ma per andar oltre i luoghi comuni c’è ancora moltissimo da fare.

Per la biografia di Orsi ci sono fonti decisive da recuperare. La prima è costituita dalle decine di taccuini che compilò regolarmente lungo la sua carriera di infaticabile indagatore dell’antichità. Acquisiti dalla Sovrintendenza di Siracusa negli anni ‘70, il loro studio è stato finora riservato a pochissimi (si potrebbe parlare di un vero e proprio sequestro, sia pure ai fini di un’improbabile edizione). In quelle paginette Orsi appuntava le prime note sugli scavi, letture, notizie che interessavano il suo lavoro. Non ci aspettiamo dalla loro lettura note da “giornale intimo” o da zibaldone leopardiano. E tuttavia basta scorrere i due quaderni giovanili presenti in copia presso il Museo Civico di Rovereto per apprezzarne l’interesse. Costituiscono una chiave per rileggere la produzione scientifica coeva dell’estensore, rimettono in fila date e luoghi nei quali maturano le sue acquisizioni.

Ritrovamenti effettuati nella necropoli di Vadena

L’altra fonte dalla quale, attraverso un lavoro ben organizzato, si dovrebbero ottenere risultati significativi è costituita dalle lettere. Ho sotto gli occhi l’esempio di quelle scritte da Orsi a Ettore Tolomei, roveretano come lui e amico fin dalla prima giovinezza. Il propugnatore della romanizzazione dell’Alto Adige ne pubblicò nel 1943 degli estratti che ne lasciavano intravedere l’interesse. La loro conoscenza integrale (il carteggio è consultabile in copia presso il Museo Storico in Trento) fornisce un’immagine straordinariamente viva della dimensione politica dello studioso.

Di Tolomei condivideva sostanzialmente le battaglie nazionalistiche, ma a differenza dell’amico sembrava coglierne i risvolti negativi di lungo periodo e i riflessi geopolitici. Interventista nel conflitto europeo, scriveva a Tolomei il 18 maggio 1915: “Ho sempre un dubbio tremendo che noi si domandi troppo, e che per troppo volere non tutto si raggiunga; l’Alto Adige fino al Brennero potrebbe essere per noi una Vandea che ci darà noia per un secolo!”.

Ebbe fede nel fascismo e in Mussolini, nonostante qualche interrogativo sulla trasformazione autoritaria che vedeva svolgersi sotto i suoi occhi (era stato nominato senatore nel 1924). Esemplare un dialogo a distanza del 1928. “Non resta altro che Don Benito si proclami re ed autocrata. Io gli ho una devozione ed ammirazione sconfinata, ma le recentissime deliberazioni sul Gran Consiglio, e più sulle sue attribuzioni sono eccessive”, scriveva Orsi. “Occorrono vent’anni di dittatura: ne abbiamo passati cinque e bisogna avere l’energia di perseverare”, gli rispondeva l’altro, più cinico o più realista.

Durissimo il giudizio sul fascismo trentino che si legge in un’altra lettera di Orsi dello stesso anno: “A governare la provincia hanno mandato una banda di malfattori, che pensa a gavazzare, divertirsi ed empirsi le tasche. È terra di conquista, da mungere... Noi vogliamo funzionari politici capaci, probi, dignitosi... E poi ci gabellano per Austriacanti”.

Non sappiamo in quanti altri fondi d’archivio si possano rinvenire lettere del nostro personaggio, perché non è mai stata tentata l’impresa di un censimento. Ad esempio, Orsi fu molto vicino negli ultimi decenni della sua vita a un intellettuale ben diverso da Tolomei, Umberto Zanotti Bianco, fondatore con lui della “Società Magna Grecia”, liberale e avverso al fascismo. Un fascicolo rilegato della loro corrispondenza è segnalato nella descrizione delle carte di Zanotti Bianco consultabile in Internet. Lettere di Orsi sono presenti nel vasto fondo di Luigi Pigorini, uno dei suoi maestri, riemerso all’inizio degli anni ‘90 presso l’Università di Padova da una grande cassa di legno. E così via: la ricerca da farsi è affascinante quanto impegnativa, e richiede l’attivazione di una rete di “investigatori”.

Un altro capitolo dell’agenda che proponiamo riguarda le istituzioni roveretane, alle quali Orsi aveva destinato una parte cospicua della propria eredità. La sua collezione archeologica è ora nuovamente esposta nella permanente del Museo Civico, nelle storiche vetrine disegnate da Giovanni Tiella, ma il lavoro conoscitivo, ad esempio sulla raccolta numismatica, non è ancora esaurito. Della preziosa biblioteca poi, in buona parte ceduta da Rovereto a Siracusa nel 1950, sarebbe importante ricostruire un’immagine unitaria, attraverso un catalogo o comunque uno studio adeguato.

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