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Una risata ci seppellirà

Psicopatologia della barzelletta ai tempi di Berlusconi

Anche una risata può renderci complici.

Sta tutta in questa constatazione la costruzione dello “stile” politico - se così si può definire - di Silvio Berlusconi, basato su una straordinaria capacità di deviare l’attenzione da quella che è ormai divenuta chiaramente un’occupazione del potere a fini personali.

Lo strumento principale di questa strategia è naturalmente l’impressionante potenza di fuoco mediatica concentrata nelle sue mani, nutrita ad arte dalle sue intemperanze verbali, dalle sue battute misogine e razziste, dalle sue gaffes.

Ma la battuta da bar, Berlusconi lo ha capito benissimo, ha anche un’altra funzione: quella di restituire legittimità a discorsi, pensieri e modi di interpretare il mondo che la grande stagione dei movimenti - femministi, per i diritti civili, gay, in generale democratici - degli anni ‘60-’70 aveva messo all’angolo.

Così quando il presidente del consiglio racconta barzellette sull’Olocausto o definisce “abbronzato” Obama, ogni volta è una barriera che cade: se lui può dire queste cose, allora tutti sono legittimati a farlo.

Lo scrive bene Daniele Luttazzi su Megachip: “Il potere è sovraumano in quanto disumano. Ti illude che, unendoti a lui, diventerai predatore: ecco spiegati i sondaggi sulla popolarità del premier. E tu, non ridi alle sue barzellette?”

Sigmund Freud dedicò alla battuta addirittura un saggio (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio) oggi di scottante attualità: secondo il padre della psicanalisi il contenuto inconscio della barzelletta è sempre di natura sessuale e può essere di due tipi, ostile e ingenuo.

Nel motto ostile, che contraddistingue l’umorismo berlusconiano, l’attacco fisico e brutale viene sostituito dall’invettiva verbale che rende spregevole la persona o l’istituzione che si vuole ferire. In tal caso l’ascoltatore (i cittadini italiani...), viene trascinato a condividere l’aggressività di chi crea la battuta nei confronti della terza, sospendendo quindi con le sue risa la repressione sociale, solitamente tesa ad inibire gli impulsi ostili (www.parodos.it).

Un campo particolare nel quale il premier eccelle è quello dell’umorismo sul genere femminile. Illuminanti le sue parole sullo stupro, con le quali lega la violenza sessuale alla bellezza, colpevolizzando le donne: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze italiane, credo che non ce la faremmo mai...”.

Purtroppo il Gino Bramieri di Arcore trova, nel nostro paese, terreno fertile: con le sue battute sessiste egli innesca un circolo vizioso che esalta la logica tutta maschile del branco, finalmente libero di dire quello che gli passa per le parti basse, dopo 40 anni di castrante femminismo. Per Berlusconi la barzelletta - sia essa a sfondo razziale, antisemita o misogino - è prima di tutto uno strumento ideologico che gli permette di mettersi in relazione diretta con il “popolo”, accarezzando i suoi pensieri più reconditi e impresentabili.

Cosa tanto più grave se si pensa che recenti studi hanno mostrato un legame tra battuta sessista e maggior tolleranza a episodi di violenza sulle donne: è il caso per esempio di un lavoro compiuto dall’università di Granada o di quello svolto nel 2002 dall’Università del Massachusetts.

E anche in Trentino, secondo i dati presentati recentemente dal Centro Antiviolenza di Trento, la violenza sulle donne è in aumento: sono state 193 quelle accolte per motivi di violenza nel 2008, per il 70% con una vita all’apparenza tranquilla, con un lavoro o una pensione, violentate da maschi a loro volta “insospettabili” (il 49% dei quali esercita professioni “qualificate”). E chissà quante sono le violenze non denunciate...

In fin dei conti siamo di fronte a due modelli culturali tra i quali si tratta di scegliere, contrapposti quanto queste due barzellette:

Dio: “Eva, non ti farò intelligente come l’uomo, ma tra le gambe ti metterò qualcosa con cui potrai guadagnarti da vivere.”

Dio: “Adamo, farò a te e ad Eva un regalo a testa: uno di voi avrà il cervello, l’altro avrà la capacità di fare pipì in piedi. Puoi scegliere per primo.”

Qual’é la discriminante - si chiede “cain1986” su www.forum.giovani.it dopo aver riportato queste due storielle - che definisce chi ride per una battuta o per l’altra? “Il sesso di appartenenza”, risponde. “Gli uomini non ridono delle battute delle donne, per lo stesso identico motivo per cui non le votano. Perché sono donne.”

Attenti, dunque, perché il nemico è dentro di noi: anche quando facciamo battute vagamente misogine al bar, tra amici insospettabili, il nemico ci ascolta, e sorride...

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