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Un’occupazione anomala

Gli studenti a Sociologia occupata: pregi e difetti di un’attiva minoranza

Temi e metodi di discussione

Un’occupazione anomala, quella a Sociologia. Niente blocco della didattica, nessun danno alla struttura, nemmeno una cartaccia per terra. Che poi di occupato c’erano solo i corridoi, le aule venivano chiuse a chiave dal personale prima delle 21. Sono servite tre ore di assemblea in atrio perché gli studenti decidessero almeno di invadere un’aula, giusto per avere un cantuccio caldo dove dormire, dove magari non transitassero treni di studenti assetati di caffè.

In un clima generale in cui il rispetto delle regole sembrava essere il principio fondamentale di un’azione di protesta ben riuscita, tre, quattro, cinque volte al giorno gli studenti si riunivano in tavoli di discussione per redigere documenti di critica sulla cosiddetta “provincializzazione dell’ateneo trentino” e sul famigerato disegno di legge Gelmini. Alta la partecipazione, basse le competenze tecniche di chi si accingeva a srotolare quel gomitolo di norme che vanno a comporre le due pseudo-rivoluzioni dell’università che coinvolgeranno Trento.

Durante i tavoli di discussione l’atmosfera era di quelle che ti stimolano a pensare, a credere che forse la possibilità di incidere sulle cose e sul mondo ci sia, che nonostante la distanza tra istituzioni e paese sia abissale, qualcosa si possa ancora cambiare, che il far sentire la propria voce non sia solo uno slogan di vecchie generazioni sepolte dagli anni, ma un sacrosanto diritto di chi si sente chiamato in causa direttamente.

Ne consegue che spesso l’argomento non erano le nuove riforme, ma la società più in generale. Si spaziava dall’introduzione dei crediti formativi con il processo di Bologna (riforma che si propone di realizzare uno Spazio Europeo dell’istruzione superiore) alle privatizzazioni che coinvolgono i beni comuni più in generale. Tanto che alcune volte forse si disperdevano energie in tematiche dal sapore locale, come l’inceneritore o la legge Gilmozzi sull’acqua.

Nonostante il numero di partecipanti fosse comunque limitato rispetto al totale degli iscritti all’università di Trento (un giro complessivo di quasi cinquecento persone su sedicimila), molti gruppi politicamente impegnati cavalcavano la protesta tentando di convogliarla verso argomenti diversi, ma soprattutto verso metodi diversi, talvolta più violenti, comunque sempre respinti.

Rifiutata quindi ogni ipotesi di scorciatoia ribellistica, l’occupazione si concentrava sull’analisi dell’università e la produzione di documenti, resi noti sia in forma cartacea che tramite un blog dedicato. E proprio il blog ci fornisce qualche dato interessante per valutare effettivamente la diffusione del lavoro compiuto. In due settimane, senza particolari pubblicizzazioni, è stato visitato circa millecinquecento volte, la sola pagina in cui sono archiviati i documenti scaricabili è stata visualizzata ottocento volte, altrettante visite ha ricevute la pagina contenente foto e video dell’occupazione: difficile credere che siano state visite effettuate dai soli occupanti.

Effettivamente, l’obiettivo della protesta era proprio quello di sensibilizzare lo studente medio, spesso disinformato e disinteressato. Obiettivo ambizioso, se si fa riferimento alla percentuale di affluenza alle elezioni dei rappresentanti studenteschi (bassissima, a Sociologia attorno al quindici percento), che testimonia l’impietoso menefreghismo che ruota attorno alle questioni politiche.

Il preside di Sociologia Dallago, dopo aver fatto emergere in presenza degli studenti la sua opinione “non-contraria” all’occupazione, si è dichiarato deluso dal contenuto dei documenti redatti, ritenendoli un po’ superficiali, non all’altezza. Allo stesso tempo, però, gli unici contenuti realmente critici esposti durante l’assemblea tenutasi il 15 dicembre alla presenza del rettore Bassi, sono stati quelli degli occupanti di Sociologia, e cioè dell’Assemblea del Mondo della Formazione, nome ufficiale che il gruppo di studenti occupanti si è dato. E non è nemmeno il caso di pretendere troppo finendo con l’essere ingenerosi; perché, la presunta superficialità dei documenti va rapportata alle scarse risorse a disposizione degli studenti, sia dal punto di vista tecnico che temporale; e perché da testi che intendono essere soprattutto divulgativi non è lecito aspettarsi complessità di analisi, pena il pronto disinteresse dello studente medio. D’altro canto, è anche vero che questi documenti non si pongono come una critica costruttiva, ma aprioristica, tant’è che una delle frasi che campeggiava fin dai primissimi volantini distribuiti nelle facoltà era “Fermiamo la provincializzazione”. Della serie, prima diciamo di no, poi vediamo perché.

Di cosa si è parlato

Entrando più nel merito, i punti più indagati sono in fondo i cardini fondamentali di ogni sistema democratico: diritto allo studio, libertà del sapere e della ricerca, composizione degli organi di governo.

La critica è risultata serrata, e anche conseguente. Sul diritto allo studio, è risultato ovvio partire dai cospicui tagli alle borse di studio (una riduzione dei finanziamenti nell’ordine del 90%, da 240 milioni a 26), a causa dei quali molti studenti medi saranno costretti a non proseguire gli studi. Ma c’è molto di più. Seguendo il pensiero espresso da Michael Young in “Rise of Meritocracy”, si è visto come il concetto di meritocrazia che si ritrova più volte nella legge Gelmini, riflette la concezione di un’intelligenza utilitaristica e misurabile, poiché lo studente più bravo è quello che assimila più velocemente e acriticamente le nozioni impartitegli dall’insegnante.

Ne consegue la discussione sul secondo punto, la libertà del sapere e della ricerca. A queste condizioni, soltanto gli individui meritevoli, e quindi gli “automi del sapere”, potranno avere accesso libero allo studio, mentre gli altri verranno irrimediabilmente esclusi. È dunque l’ipertrofia della dimensione economica a preoccupare, la paura di un sapere sottomesso alle logiche di mercato. Sempre in quest’ottica si inquadrano le preoccupazioni attorno alla cosiddetta precarizzazione della ricerca. I ricercatori non potranno più essere assunti a tempo indeterminato, ma soltanto con contratti della durata da tre a cinque anni, rinnovabili una sola volta.

Infine gli organi collegiali di governo dell’università. L’aumento della quota di membri esterni, e quindi privati, nei consigli di amministrazione delle facoltà e la riduzione dei partecipanti, da ventotto a dieci, assieme alla rivisitazione del senato accademico, suscitano non pochi dubbi. Soprattutto nella versione trentina dell’università provinciale, dove i membri del consiglio di amministrazione vengono individuati da una autorità indipendente (da professori e studenti), ma nominata dalla Giunta Provinciale.

Il timore di fondo degli studenti riguarda quindi una globale riduzione del diritto allo studio, inteso come accesso materiale, libertà di pensiero e metri di giudizio, in nome di un debordante primato del mercato che deve vincere su tutto. Guardando i fatti, un timore non del tutto ingiustificato. Poi, è vero anche che sulle forme della protesta molto si può criticare. Slogan datati, toni sempre comizieschi, la leadership di piccoli “rivoluzionari di professione” hanno fatto dell’occupazione una faccenda quasi di nicchia, nella quale, alla fine dei conti, lo studente medio è stato poco coinvolto. In fondo, come ha ricordato il rettore Bassi durante l’assemblea del 15 dicembre, e come dicono i giuristi, spesso la forma è sostanza, e questa volta, la forma non ha di certo contribuito ad estendere la protesta a tutti.

Ed è stato un peccato, perché, come abbiamo visto, il momento dell’approfondimento, pur con diversi limiti, è risultato tutt’altro che sterile, anzi, arricchente. Ha coinvolto, in varie maniere, cinquecento persone. Poche? Forse sì. Ma meglio, molto meglio di niente.

Luca Marchese

Un’energia genuina e positiva

Definire movimento quello degli studenti che nelle ultime settimane hanno cercato di turbare l’asfissiante (per loro) ordine trentino? Forse. Anche se questi pochi ragazzi che ancora protestano, decimati dagli esami di dicembre, dalle vacanze di Natale e dagli scomodi pavimenti di una facoltà occupata, qualcosina sono effettivamente riusciti a muovere.

Assemblea del Mondo della Formazione, è questo il nome altisonante (pur essendo essa composta quasi esclusivamente da studenti) che identifica il movimento trentino che si oppone alla riforma Gelmini, ormai realtà legislativa, e alla delega dell’università alla Provincia. Ecome movimento, l’AMF è scesa per le strade in diverse occasioni, ha interrotto la cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico, ha occupato la Facoltà di Sociologia per due settimane e ha svolto un lavoro - sebbene un po’ approssimativo - di studio critico e di informazione sui testi ministeriali e della Commissione dei Dodici (incaricata di pianificare la delega alla provincia).

Ma con quale impatto, innanzitutto sui sedicimila immatricolati dell’Ateneo trentino?

Non tutti, ovviamente, partecipano al movimento di protesta, anzi: il gruppo di gran lunga più numeroso (forse anche perché più indeterminato ed eterogeneo al suo interno) è quel mare di studenti, chiamiamoli “ignavi”, che di certo supera le 15.000 persone, e che non prende neanche in considerazione l’ipotesi di partecipare alle attività promosse dall’AMF. Con posizioni molto diverse: da un lato un disinteresse a priori per ogni argomento legato al governo dell’università, sia a livello nazionale che strettamente provinciale; dall’altro le posizioni - rarissime - di coloro i quali si trovano d’accordo con la riforma, la delega alla Provincia e le modalità di amministrazione dell’ateneo. Trasversalmente a questi due sottogruppi vi è da parte di molti una diffidenza preconcetta, e non del tutto campata in aria, verso gli studenti attivi nella protesta. Sono identificati nell’immaginario di tali “ignavi” (che ostentano tra l’altro un vago senso di superiorità) attraverso alcuni stereotipi: i soliti (sono sempre gli stessi che protestano per protestare) comunisti (categoria politico-ideologica non proprio fuori luogo ma del tutto generica ed obsoleta) di sociologia (per dimostrare che sono solo loro, pochi e non presenti nelle altre facoltà).

In realtà il movimento è qualcosa di molto più complesso, serio e condiviso da studenti di tutte le facoltà. Vi è un ventre molle di studenti passivamente attivi, che prendono parte alle iniziative di AMF mobilitandosi (in maniera spesso blanda), senza mai entrare in aperta polemica con l’assemblea, anche se spesso non condividendo in pieno ciò che dall’assemblea emerge; manifestano l’eventuale dissenso attraverso la non-partecipazione o il distacco dal movimento, e considerano gli appuntamenti di mobilitazione subordinati ad altre attività personali o universitarie.

C’è infine una sorta di nucleo direttivo informale del movimento, formato da poche persone più volte apostrofate con l’espressione un po’ ironica di “professionisti della rivoluzione”. La definizione calza? Se con questo ci si riferisce ad una certa tendenza alla deriva retorica (che spesso svuota di contenuto anche i discorsi più seri), allora l’ironia funziona, eccome. Ma la loro “professionalità” è dovuta alla scelta di dedicarsi quasi a tempo pieno alla protesta, distinguendosi quindi dai partecipanti-a-intermittenza, che considerano la contestazione e le sue forme quasi uno svago, diventando così per contrasto “dilettanti della rivoluzione”.

Della retorica che si porta via i contenuti si potrebbe scrivere un altro pezzo intero. Spesso partecipare ad alcune assemblee significa sopportare un attacco di orticaria che si acuisce ogni volta che qualcuno dice “abbiamo dato una lezione al baronato universitario” o “noi la crisi non la paghiamo”, “svendita del sapere pubblico agli interessi dei privati”, “processo pianificato di smantellamento dell’università pubblica”. Frasi che più si va avanti a ripetere e meno significano, ammesso che abbiano mai significato qualcosa.

Una nota di colore: non ho mai assistito a così tanti applausi auto-referenziali come durante l’occupazione di Sociologia. Non avrei mai pensato si potessero trascinare le persone ad applaudire se stesse così di frequente senza che tutti si rendessero conto di quanto fosse ridicolo. Eppure c’era un applauso perché si era occupato, un applauso perché si era resistiti ad un’assemblea durata quattro ore, un applauso per Serra libero, un applauso per il weekend di occupazione e, addirittura, un applauso per il blog di AMF.

Queste le coordinate generali che descrivono come i gli studenti si confrontano con la protesta. Va aggiunto, purtroppo, che nel momento in cui il tasso di partecipazione alle assemblee aumenta, varie altre soggettività si inseriscono, più o meno legittimamente, per approfittare della tribuna disponibile. Penso soprattutto agli anarchici, i quali hanno finalità e metodi molto lontani dal sentire di AMF, ma che talvolta riescono a contaminare le iniziative degli studenti nel tentativo di avvicinarli alle loro battaglie.

Com’è andata?

Un bilancio delle due settimane di occupazione? Nessuno si era mai sognato di poter costruire collettivamente un’alternativa al ddl Gelmini o al modello di delega alla Provincia che risultasse in senso tecnico allo stesso livello delle opzioni proposte (o meglio imposte). Più semplicemente si è tentato di esprimere un disagio, cercando nel contempo di evidenziare alcune criticità ai testi nel modo più serio possibile, senza mai dimenticarsi però dei limiti oggettivi insiti in qualsiasi “tavolo di lavoro sulla provincializzazione” o assemblea serale aperta a chiunque.

È importante non cadere nella trappola del “solo critiche, nessuna proposta”. Non è sensato aspettarsi dallo studente, come conditio sine qua non perché sia legittimato a protestare, che non solo sappia criticare nel merito - anche tecnico/giuridico - delle questioni, ma anche in grado di formulare proposte equiparabili a quelle confezionate da giuristi professionisti.

Come ha ben sintetizzato uno studente al primo anno della specialistica, “pretendere che un movimento di protesta spontaneo abbia le competenze e l’esperienza delle commissioni ministeriali è un po’ come se l’azienda di trasporto cittadino alla quale vengono mosse critiche perché gli autobus non funzionano bene esiga, dai cittadini che si lamentano, una bozza tecnica di gestione del percorso delle linee e degli orari”.

Infine, la riforma dell’università è diventata legge il 23 dicembre, e questo è giunto un po’ come il regalo di Natale più sgradevole della prozia più odiosa. Come un maglione orribile che però sarai costretto a mettere. E dovrà metterlo pure tuo fratello piccolo tra qualche anno.

Gelmini o no, ciò che è emerso dall’Assemblea del Mondo della Formazione è stato, pur con tutti i limiti, l’esprimersi di un’energia giovanile genuina e positiva. Con buona pace dei visi paonazzi e incazzatissimi dei benpensanti bloccati con la macchina a piazza Venezia dal corteo di qualche sera fa, che insultavano gli studenti (i soliti-fancazzisti-comunisti, ecc.) rei di averli interrotti per dieci minuti nella loro frenetica (ma ordinatissima) corsa ai regali.

Alberto Gianera

Digos: Tecniche di intimidazione

La sera di mercoledì 22 dicembre, intorno alle 18.30, stavo seguendo la manifestazione degli studenti, in coda al corteo diretto da piazza Fiera verso il Duomo.

D’improvviso riconosco un uomo barbuto piuttosto grosso, anch’egli dietro il corteo, come un agente in borghese già presente il giorno dell’inaugurazione dell’anno accademico nell’aula 1 di giurisprudenza. Camminavo con a fianco L. Marchese, così gli segnalo l’identità del tizio, facendolo in maniera ben poco discreta affinché lui si rendesse conto di non essere più tanto in incognito.

Notata la presenza della Digos, rallento per non avere l’agente alle spalle e rimango così da solo, mentre il corteo si allontana.

Un centinaio di metri dopo, arrivato in via S. Virgilio, vedo due anarchici appartenenti al corteo, tutti neri, incappucciati e a viso coperto fino agli occhi, discutere animatamente con un altro tizio in giacca rossa (che lì per lì prendo per un giornalista) perché non vogliono essere ripresi. L’uomo infatti tiene sollevata una piccola telecamera, inquadra i due ragazzi e alle loro “minacce” risponde che sta facendo il suo lavoro. Riconosco ora che avrei dovuto fare subito due più due e capire tutto, starmene zitto e rimanere a guardare i comportamenti ben poco mimetizzati della polizia; invece appena i due ragazzi si allontanano mi affianco a parlare col tizio con la giacca rossa.

Diversi elementi, legati agli anarchici, hanno questa fissa di partecipare ad attività collettive pretendendo che nessuno li fotografi o riprenda. Io pure già un paio di volte ero stato avvertito di non scattare fotografie, e solo poche ore prima avevo scambiato qualche battuta sull’argomento con un fotografo di una testata trentina, anch’egli annoiato dai ragazzi. Ma con l’uomo dalla giacca rossa non riesco invece a farmi capire, anche perché lui immediatamente mi incalza, con poca attitudine alla discrezione: “Ma tu fai parte della manifestazione? Sei degli anarchici?”

E qui finalmente ci arrivo anch’io, un po’ in ritardo su voi lettori, immagino. Lo squadro, mi prendo un paio di secondi e dico: “No, ma tu invece sei di sicuro della Digos”. Lui ci rimane di sasso, rende superflua qualsiasi conferma e allora riparto tranquillo a camminare, verso il corteo già lontano.

Ciò che avviene dopo è molto, molto rapido. Dopo neanche cento metri, un uomo sui cinquant’anni mi si para davanti d’improvviso, un altro da dietro mi agguanta per un braccio e sento diversi ordini che partono a voce alta, e tutti riguardano me Qualcuno addirittura grida “Portiamolo in questura!”. Sono accerchiato e trattenuto da 4-5 persone, tutte in borghese. Mi chiedono i documenti, non prima di avermi trascinato indietro per una trentina di metri e messo contro un muro, con loro sui tre lati. Chiedo invano spiegazioni ed arriva pure il tizio dalla giacca rossa, che mi riprende in faccia e poi su indicazioni di un altro filma anche il mio documento. Mi volto, non voglio guardare la telecamera, uno mi strattona il braccio e mi fa voltare. Mi fanno aprire la borsa della macchina fotografica, mi chiedono se ho fumogeni e in risposta alle mie richieste di chiarimenti su tale sproporzionato trattamento mi intimano: “Non permetterti di dirci come fare il nostro lavoro!”.

Non riesco a gestire questa situazione. Vedo intorno a me, solo, molte persone muoversi veloci ed organizzate, tutte con atteggiamento studiato per spaventare: la videocamera buttata in faccia, la polifonia di ordini sputati addosso e gli sguardi secchi tra loro. Non ho mai avuto esperienze simili; la loro strategia d’intimidazione - non mi vergogno a dirlo - funziona, eccome. In quel momento sei più che confuso, non ragioni di certo con calma e razionalità.

Poco più di cinque minuti e mi lasciano andare, ma ciò che mi ha scosso non si esaurisce tanto rapidamente. Il senso di inquietudine scema piano, ci mette tempo. E un po’ rivive se ora ripenso, perfettamente lucido, che questa volontà di intimidire e spaventare è una vera e propria tecnica. La tattica di prendere il singolo, più o meno a caso, e fargli paura: con un abuso di potere se va bene, a manganellate se va male.

A. G.