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Concorrenza? Non sia mai!

La parola non esisteva ancora, ma un iniziale accenno di globalizzazione, seppure tutto interno all’Italia, avvenne nei primi anni ‘50, quando, in contemporanea con gli emigranti che salivano dal Meridione, vennero aperte nel Nord le prime pizzerie. Un po’ dopo fu la volta dei ristoranti cinesi, ed entrambi i fenomeni furono accolti con curiosità se non con simpatia.

Poi le cose si complicarono. Ad esempio, con la delocalizzazione all’estero di molte industrie e conseguente perdita di posti di lavoro. Senza farla troppo lunga, arriviamo all’oggi, quando ai sommovimenti indotti in tanti comparti dell’economia dal fatto che il mondo si è rimpicciolito si aggiunge la necessità di liberalizzare alcune attività fin qui caratterizzate da privilegi di varia natura. Due fenomeni diversi che hanno in comune di aver suscitato veementi proteste. Di tassisti e farmacisti, in primis, questi ultimi pronti alla serrata in caso di provvedimenti sgraditi (in Trentino, in una lettera aperta all’assessore alla Salute del 24 dicembre, gli aderenti all’Associazione Giovani Farmacisti, pur confermando la propria antipatia nei confronti delle parafarmacie, riconoscono per lo meno la necessità di “intervenire sul quorum, ovvero sul numero minimo di abitanti necessari per aprire una farmacia”, che al momento è fermo a 5000 persone).

Poi ci sono le levate di scudi contro le attività gestite da stranieri. I famosi dentisti croati lavorano a casa propria, ed è difficile danneggiarli; ma contro maghrebini venditori di kebab o barbieri cinesi e pakistani è guerra aperta. I primi, soprattutto in terre leghiste ma non solo, appaiono uno sfregio all’identità padana. I secondi sono colpevoli di applicare prezzi molto inferiori a quelli dei colleghi italiani, e allora si ipotizza l’uso di materiali scadenti o dannosi e il mancato rispetto della legislazione sul lavoro. Tutte circostanze evidentemente da verificare; resta il fatto che un normale taglio maschile di capelli senza balsami né lacche forse può davvero costare meno di 15-20 euro.

Ma lo scarso amore per la concorrenza oggi si riversa anche contro quegli esercenti italiani che, rendendosi conto della difficile situazione economica, cercano di attirare i clienti diminuendo i propri ricarichi. Successe tempo fa con un barista che proponeva il caffè a 80 centesimi, che suscitò l’indignazione generale (ma non dei consumatori); ricapita oggi con le proposte di cenoni natalizi o di fine d’anno a prezzi contenuti (25-30 euro) per recuperare clienti di fronte alle scarse prenotazioni. Sul Corriere del Trentino del 21 dicembre il presidente dell’Associazione Ristoratori del Trentino, di fronte alla proposta di piatti più semplici per contenere i prezzi, replica sdegnato: “Non è questa la soluzione per andare verso una ristorazione di livello” (difatti lo scopo dell’iniziativa è chiaramente un altro).

Sulla stessa linea il gestore delle “Due Spade: “L’abbassamento dei prezzi equivale sempre ad un abbassamento della qualità...”, mentre invece “bisogna puntare sull’eccellenza, soprattutto in un momento di basse presenze” (e questa francamente non l’abbiamo capita).

Quello del “Tino”, infine, fa un discorso decisamente controproducente: “Se fino a qualche giorno prima i clienti pagavano una certa cifra per un piatto e adesso costa meno ma il piatto è sempre lo stesso, vuol dire che il ristorante ci ha speculato sopra”. Proprio impossibile?

A riportare un po’ di buonsenso nella discussione è il gestore del ristorante “Patelli”: “Il periodo è sicuramente critico e se non si vuole avere il ristorante vuoto bisogna ogni tanto scendere a compromessi... variando l’offerta, proponendo dei piatti dalla lavorazione più veloce o ingredienti che provengono da zone più vicine, così da mitigare i costi. Se c’è meno disponibilità a spendere è ovvio che si cerca di venire incontro al cliente”.

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